Il neo-eletto presidente Peter Pellegrini, stretto alleato del premier Fico, ha vinto una quantomai divisiva campagna elettorale che ha visto trionfare il voto filorusso di chi, sulla guerra in Ucraina, ha le idee molto chiare

Che l’Ucraina sia ormai diventata l’ago della bilancia europea se ne sono accorti in molti. Lo sa bene anche la Slovacchia, dove Kiev ha fatto da spartiacque in una polarizzatissima campagna elettorale che ha contrapposto le fazioni europeiste, vicine alla Nato e convinte sostenitrici della liberazione ucraina, e quelle nazionaliste, spiccatamente filorusse e alleate di Viktor Orban. Guerra o pace? Alle presidenziali di domenica 7 aprile ha vinto la seconda, ma per buona parte del Vecchio continente non si tratta di una buona notizia.

Il nuovo presidente della Slovacchia si chiama Peter Pellegrini, 48 anni, economista, leader e fondatore di Voce – Socialdemocrazia (HLAS-SD), partito populista ultranazionalista di sinistra. Di origini italiane (suo nonno era lombardo), il suo nome va quasi sempre in coppia con quello di Robert Fico, uscito vincitore dalle elezioni parlamentari dello scorso autunno e attualmente primo ministro della Slovacchia con il partito Smer – sociálna demokracia (SMER). I due, in effetti, sono stati prima compagni di partito, poi rivali, poi di nuovo alleati, con l’HLAS-SD nato come una costola più liberale dallo SMER. Chiudono il cerchio della coalizione di maggioranza i nazionalisti di destra dell’SNS (Partito Nazionale Slovacco).

Peter Pellegrini (EPA/MARTIN DIVISEK)

Pellegrini: la coalizione vincente del nuovo presidente slovacco

Già presidente del Parlamento (il Consiglio Nazionale), Pellegrini ha vinto al secondo turno con il 53% dei voti nonostante alla prima tornata si fosse posizionato secondo. L’alternativa più credibile al suo HLAS-SD era il partito liberale Saska di Ivan Korcok, leader dell’opposizione europeista piazzatosi secondo con il 43% dei voti. A pesare sulla vittoria finale di Pellegrini, ne sono certi gli analisti, è stata la narrazione propagandistica che ha minuziosamente dipinto i vincitori come pericolosi filorussi e i perdenti come irriducibili guerrafondai. A dare la spinta decisiva a Pellegrini è poi stata la nutrita minoranza di ungheresi slovacchi notoriamente vicini al Fidesz di Orban. Questo gruppo etnico, concentrato nel sud del Paese, costituisce da solo il 7% della popolazione di appena 5,4 milioni di persone.

Il sesto presidente eletto del Paese entrerà in carica il prossimo 15 giugno sostituendo Zuzana Čaputová del PS (il partito di ispirazione social-liberale ed europeista Slovacchia Progressista). L’ex presidente, che fino a qui ha fatto da diga, più che da argine, all’ondata anti-Ucraina e filorussa, ora lascia il posto alla coppia Pellegrini-Fico. E veramente di ondata possiamo parlare, con un’affluenza alle urne del 60%, 18 punti in più rispetto alla scorsa tornata del 2019.

L’ex presidente slovacca Zuzana Caputova investe Robert Fico della carica di primo ministro, 25 ottobre 2023 (EPA/JAKUB GAVLAK)

La guerra in Ucraina spartiacque elettorale

Come abbiamo detto, è soprattutto il posizionamento internazionale del Paese a dividere l’opinione pubblica. «Farò in modo che il Paese sia dalla parte della pace, non da quella della guerra» dichiara Pellegrini non appena eletto, ribadendo a chiare lettere la sua intenzione di aprire i negoziati con la Russia. Le posizioni di Fico sono ancora più spinte (o forse il suo ruolo più politico e meno istituzionale gli consente di sbottonarsi più facilmente): «è nel nostro interesse vitale avere buone relazioni con tutti i Paesi del mondo, compresa la Federazione Russa» ha dichiarato il primo ministro, ricordando ai suoi elettori che “la guerra in Ucraina ha avuto origine nel 2014, quando i fascisti ucraini hanno cominciato a uccidere vittime civili di nazionalità russa”. Dopotutto, il suo Governo instauratosi in autunno ha già interrotto la fornitura di aiuti militari a Kiev. 

Ora la battaglia dei populisti di sinistra slovacchi si sposta, passando dal fronte interno a quello europeo. Qui ritrova il vecchio alleato Orban, che fino ad oggi ha alzato la voce in solitaria a Bruxelles contro le posizioni atlantiste dell’Europa. Nel mirino ci sono gli aiuti all’Ucraina (soprattutto quelli militari, meno quelli destinati alla ricostruzione che, si sa, tornerebbero nelle tasche delle nostre imprese) e le sanzioni contro la Russia. Insomma archiviati – per il momento – gli euroscettici, sembra giunto il momento degli ucrainascettici che, silentemente in minoranza per oltre due anni di guerra, cominciano ad alzare la voce. È così che Fico ha vinto le scorse elezioni al grido di “non un solo proiettile per l’Ucraina”, mentre Pellegrini ammoniva l’opinione pubblica che Korcok avrebbe inviato soldati slovacchi a combattere sul fronte ucraino, una decisione che in realtà esula dai poteri del presidente della Repubblica. «A quanto pare, è possibile diventare presidente della Repubblica slovacca diffondendo odio. La campagna elettorale si vince anche così, trasformando me in un candidato di guerra» commenta all’indomani del voto l’avversario atlantista.

Manifesto elettorale del candidato alla presidenza ed ex primo ministro Ivan Korcok a Bratislava (EPA/JAKUB GAVLAK)

Il risultato della campagna è che più di uno slovacco su due, secondo un sondaggio del think tank Globsec, è convinto che la guerra in Ucraina sia colpa dell’Occidente o di Kiev; nelle vicine Polonia e Repubblica Ceca, che insieme a Slovacchia e Ungheria compongono il Gruppo di Visegrád, queste stesse risposte sono condivise dal 7% della popolazione e da meno di un quarto dei Cechi. Al netto del ruolo della propaganda, evidenziato da molti analisti come determinante, non bisogna dimenticare che la russofilia ha una tradizione di lungo corso in Slovacchia, dove il Comunismo ha governato per decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale e non sono rari spasmi di nostalgia per il vecchio regime.

Slovacchia: la prossima Ungheria?

Il ruolo del presidente in Slovacchia è limitato: questa figura è a capo delle forze armate, ratifica i trattati internazionali, nomina alcuni giudici e ha il potere di veto sulle leggi approvate dal parlamento. Trattandosi di una repubblica parlamentare con elezione diretta del presidente, comunque, la carica di capo di Stato ha una forte rilevanza politica e di orientamento nel Paese. Anche per questo, non ha dubbi l’analista politico Tomáš Koziak della University of International Business ISM nel prevedere che “Pellegrini sarà il braccio destro di Fico” e “farà tutto ciò che gli chiederà“. La Slovacchia, avverte Koziak, “potrebbe diventare la prossima Ungheria“, secondo un processo iniziato da alcuni mesi con la leadership di Fico che, non appena rientrato a palazzo Grasalkovič a Bratislava, ha subito messo le mani sui media “cercando di prendere il controllo della televisione pubblica e della radio“.

Pellegrini, da primo ministro nel 2019, ospite di Putin al Forum economico internazionale di San Pietroburgo (EPA/DMITRY LOVETSKY/POOL / POOL)

Pellegrini, dal canto suo, dà un colpo al cerchio e uno alla botte: «la Slovacchia continuerà ad essere un convinto membro dell’Unione europea e della Nato» assicura, ma “con maggiore indipendenza“. «Posso garantire ai cittadini slovacchi – prosegue – che in queste organizzazioni faremo sentire la nostra voce, dobbiamo opporci a delle decisioni che abbiano effetti negativi per la Slovacchia, la nostra economia o il nostro popolo». Dopotutto, non esiste leader che, consacrato dalle urne, non debba rispondere anche ai propri alleati internazionali, con gli occhi di Bruxelles puntati su Bratislava. «Continuiamo a promuovere i nostri valori comuni europei» gli risponde a stretto giro l’indefessa Ursula Von der Leyen, mentre l’amico Orban celebra la sua elezione come una “grande vittoria per i sostenitori della pace in tutta Europa“.

Con le elezioni europee alle porte, la guerra a scacchi è appena iniziata.

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA/EPA/JAKUB GAVLAK