Il miglior risultato mai raggiunto da Le Pen e Bardella non basta: la sinistra unita argina la droite ma non resiste alla tentazione di fare Harakiri. Cui prodest?

Nel gioco del poker, si parla di “bad beat” quando il giocatore, nonostante abbia una mano molto forte, perde il giro concretizzando le statistiche più improbabili. È un po’ quello che è successo a Marine Le Pen che inanella l’ennesima vittoria di Schrödinger in cui, contemporaneamente, soccombe e trionfa. Il Rassemblement National si conferma il partito più votato di Francia, mentre resta esiliato in terza posizione. Manda a casa l’ultimo rimpasto di Emmanuel Macron, ma non prende parte al nuovo Esecutivo. È la samba dei dietrologisti: Le Pen non voleva davvero vincere, sostiene questo, mentre Macron sperava proprio di passarle la patata bollente di un Parlamento mai quieto, sospira quello. Per qualcuno è solo una vittoria rimandata, per qualcun altro, se non è già una vittoria questa… Stando a quanto possiamo vedere da qui, oltralpe, l’unico francese a sorridere è il tribuno ribelle Jean-Luc Mélenchon: dopo l’accordo con i riformisti per esautorare la destra e gli ottimi risultati del secondo turno, l’ex socialista accusa Macron di non rispettare l’esito delle urne (e quale sarebbe?): chiede di governare, senza alleati e senza maggioranze, ma non gli crede nessuno, e non ci crede nemmeno lui che intanto ha portato a casa il miglior risultato sperabile.

Il margine interpretativo di queste elezioni, per la verità, è abbastanza stretto: i due partiti più estremisti e antitetici fra loro sono anche i più votati, ma da soli non bastano e nessun altro è disposto a governare con loro. Escluderli dai giochi in ragione delle loro posizioni sarebbe anti-democratico nel senso più stretto del termine, ma quanta democrazia può esserci in uno stallo coatto e nei giochi di forza di un singolo, incapace di essere anche plurale? A tagliare la testa al toro è la legge elettorale francese, che non si limita a dettare le regole del voto ma fornisce chiare indicazioni democratiche: il vincolo della “cohabitation”mette già sufficientemente alla prova le capacità dialettiche dell’Eliseo, e perlomeno in Parlamento bisogna costruire una maggioranza aggregata e consapevole. Dopotutto da sempre questa legge, un sistema maggioritario a doppio turno con collegi uninominali, fornisce una sponda retorica a Le Pen: nella narrazione del RN, il meccanismo studiato per privilegiare gli accordi tra partiti centristi ed escludere gli outsider giustifica il ritratto di una destra e di una sinistra ormai equivalenti. È anche per questo che la figlia d’arte della droite, contando i 143 seggi raggiunti rispetto agli 89 del 2022, avverte: «la marea sta salendo…».

Ritratto di un delfino: Bardella, lo vediamo arrivare

La storia che l’estremismo di Mélenchon e quello di Le Pen siano opposti ma speculari è vecchia e in parte supportata da alcuni tratti che accomunano i due eterni leader dell’opposizione. I due condividono certamente un’impostazione populista del discorso politico e promuovono la verticalizzazione dei conflitti politici, non più estesi in un arco orizzontale, da destra a sinistra, ma esito dialettico della contrapposizione popolo-élite, democrazia-liberalismo, collettività-individuo. La retorica di entrambi è imbevuta di sovranità, patria, indipendenza della politica, tanto che non è raro individuare punti comuni nei loro programmi. Una rassomiglianza che non è sfuggita a Le Pen, i cui arditi appelli agli elettori di La France Insoumise (LFI), nei ballottaggi presidenziali e non solo, sono però sempre caduti nel vuoto, e il motivo ci pare semplice. Le Pen si appella alla morte della destra e della sinistra, intenzionata a seppellire sotto al mucchio della storia le ideologie del XX secolo oggi inadeguate per descrivere la realtà e proporre soluzioni efficaci. L’audace progetto di riscrittura del politico però si scioglie come aspirina nel momento in cui, elezioni alla porta, ciascuno corre a rifugiarsi nella propria camera dell’eco, ci si affretta a rispolverare i soliti ganci ideologici e infine ci si rivolge ad un elettorato indottrinato, attraverso candidati che cantano ancora la messa in latino. La verità, forse, è che nonostante le affinità retoriche ci sono ancora steccati altissimi a separare le voci di Mélenchon e Le Pen, ed è soprattutto il primo a chiudere la porta in faccia alla seconda: il sogno del leader massimo della gauche è quello di costruire un populismo di sinistra che si opponga in modo dialetticamente costruttivo ai populismi di destra, e non viceversa fare fronte comune contro un presunto blocco centrista. Il quale comunque, come ci dimostrano cristallinamente queste elezioni, per gli elettori di Méluche è un male minore rispetto ad una destra ultra-conservatrice che pure si riempie la bocca di democrazia. Il pasionario della sinistra rivoluzionaria lo sa bene che ciò che Le Pen vuole da LFI non è certo un’alleanza di Governo, sono bensì i suoi voti e il suo claim di “partito dei lavoratori”.

Alle elezioni europee in Francia La France revient! con il duo Le Pen-Bardella ha ottenuto il 31,37% dei voti, doppiando la coalizione guidata dal presidente Macron, Besoin d’Europe, che si è fermata al 14,60%. I risultati hanno spinto il capo dell’Eliseo a indire le legislative anticipate e, dopo i risultati del primo turno del 30 giugno, a promuovere un patto di desistenza

Se il Rassemblement National si trova ancora una volta a disdire la festa della vittoria e rimettere in frigo lo champagne, non è però solo colpa della legge elettorale. Il più fresco Jordan Bardella, che ha ancora il coraggio e la voglia di ammettere una sconfitta, dedica al post-elezioni una lunga ammenda su un’altra ferita aperta: i soliti incandidabili puntualmente candidati. Alcuni estremamente impreparati, altri apertamente accusati di razzismo, complottismo, persino violenza domestica, con i più rocamboleschi prontamente scovati e denunciati dalla stampa: il gruppo di giornalismo investigativo Mediapart ha individuato 106 candidati del RN già protagonisti di esternazioni “di odio o complottismo”. È anche a causa di queste candidature “non setacciate” che si è dimesso persino Gilles Pennelle, direttore generale del RN e padrino del cosiddetto “piano Matignon” che avrebbe dovuto portare la brigata Le Pen alla vittoria (basterà “premere un bottone”, diceva). Fra gli “impresentabili” eletti, per esempio, tale Roger Chudeau secondo cui una persona come l’ex ministra dell’Educazione Najat Vallaud-Belkacem, di origine franco-marocchina, non dovrebbe avere il diritto di servire il Paese. Ha fatto molto discutere anche la candidata nel dipartimento della Mayenne che spiegava candidamente di non essere razzista avendo “un ebreo come oculista” e “un musulmano come dentista”. Così mentre il deputato RN Bruno Bilde ammette che “dobbiamo rassicurare l’elettorato, ma abbiamo avuto candidati estremamente divisivi, a volte anche preoccupanti”, anche Bardella è costretto a scaricare i suoi: «bisogna fare degli sforzi sulla professionalizzazione del nostro radicamento locale, così come sulla scelta di alcuni candidati. Lo dico chiaramente, in qualche circoscrizione non abbiamo fatto le scelte giuste» ammette chiedendo due cose agli eletti: “accentuare la credibilità del nostro progetto” ed essere “perfettamente irreprensibili sul campo”.

La Francia al primo turno premia la Destra, al secondo ci ripensa (forse)

L’accusa di razzismo è una patacchia davvero indelebile per il RN, e non esiste smacchiante che regga quando è lo stesso programma elettorale di Le Pen e Bardella a riproporre, in continuità con le medesime istanze che il padre-precursore Jean Marie avanzava negli anni ‘80, la cosiddetta “priorità nazionale”, un principio che esclude da alcuni programmi di welfare e persino dalle assunzioni nella pubblica amministrazione gli stranieri senza cittadinanza e quelli con doppia cittadinanza, riservando a chi possiede il solo passaporto francese “un certo numero di posti di lavoro strategici nei settori legati alla sicurezza o alla difesa”. Marine si sforza di ripetere che “l’unica discriminazione legale e morale” riconosciuta dal RN non è “basata sull’origine o sul colore della pelle” ma sulla “appartenenza o meno alla Nazione”, ma il fatto che l’unico precedente di queste politiche nella Repubblica sia una legge del regime collaborazionista di Vichy parla da solo. Non è che l’ultimo episodio questo di una lunghissima telenovela intitolata “dédiabolisation”: da anni il RN, prima Front National, ha intrapreso un processo di normalizzazione inteso a snellire il Partito dai suoi toni minacciosi, ridimensionando le ambizioni e mantenendo un profilo istituzionale composto, per strapparsi di dosso una volta per tutte quell’adesivo di impresentabile. Questo restyling però tocca solo marginalmente i contenuti (che altrimenti si farebbe prima a disfare il partito e rifarne uno nuovo, completamente diverso), che si presentano con una certa continuità rispetto al passato. È così che oggi come 40 anni fa il Partito della famiglia Le Pen si batte per lo sciovinismo del welfare, l’abolizione dello ius soli, un freno ai ricongiungimenti familiari. Il traguardo ultimo, in poche parole, è la stratificazione di una doppia dimensione sociale, quella del cittadino natìo titolare di tutti i diritti e quella dei disperati in cerca di patria, che farebbero prima a cercarsene un’altra. Quanto al programma economico presentato da Bardella, molti analisti hanno notato come per questa tornata i toni del RN si siano fortemente addolciti su diverse questioni, tanto che alcune rivendicazioni (taglio dell’IVA, valorizzazione del nucleare, riduzione delle tasse sulla produzione per citarne tre) sembrano copiaincollate dall’opuscolo del Partito di Macron Renaissance. Di nuovo, il RN tenta di esorcizzare il diavolo senza però comprendere le vere perplessità dell’elettorato, non il suo ma quello che non è riuscito a convincere. L’immigrazione massiccia, gli ostacoli all’integrazione, la crisi del potere di acquisto delle famiglie, la rincorsa alle tasse per risanare i buchi di bilancio sono problematiche concrete e reali per molti francesi. Il punto è capire se le soluzioni proposte da Le Pen siano rispettose dei principi costituzionali della Repubblica e, al tempo stesso, efficaci. A febbraio il Governo di Macron ha approvato la nuova legge sull’immigrazione, la Loi Darmanin dal nome del repubblicano ministro dell’Interno. Il provvedimento (votato anche da Le Pen) è stato molto contestato dalla sinistra e da diverse associazioni per il suo approccio duro, ma soprattutto dimostra come il RN sia facilmente recuperabile e persino superabile sui suoi cavalli di battaglia: specialmente nelle questioni migratorie e sociali, la politica, anche quella più moderata e liberale, ha sempre meno paura di prendere in prestito dalla destra il pugno duro. Chi ha bisogno di uno sguaiato reazionario quando le espulsioni dei migranti le possono dignitosamente firmare anche i finanzieri con le maniche della camicia arrotolata?

Quanto a Le Pen e Bardella: li abbiamo visti partire e siamo certi che, prima o poi, grazie a chi vorrebbe ostacolarli, li vedremo anche arrivare.

Jean-Marie Le Pen, uno dei fondatori del Front National, padre di Marine Le Pen

Dal Front al Rassemblement

«Questo nome, Front National, è portatore di una storia epica e gloriosa che nessuno deve negare. Ma voi sapete che si tratta, per molti francesi, di un freno psicologico. La parola “fronte” implica un’accezione di opposizione, che [in passato] era giustificata. Noi abbiamo dovuto fare fronte, ma il fronte si fa contro, raramente per o con qualcosa o qualcuno. Se vogliamo governare noi dobbiamo farlo per i francesi e con tutti coloro che condividono il nostro immenso amore per la Francia». Così nel 2018 Le Pen annunciava il cambio di nome del partito, apice di una de-demonizzazione che ha finito per consolidarne ben tre di fronti.

Insieme a Le Pen, Jordan Bardella, classe 1995, è presidente di RN dal 2022 e milita nel partito che fu di Jean-Marie Le Pen, Front National, dal 2012. La sua fidanzata, Nolwenn Olivier, è la nipote di Marine Le Pen, figlia della sorella Marie Caroline

Il clan Le Pen

Determinata, pasionaria, patriottica: come ogni politico di razza che si rispetti, il profilo di Marine Le Pen si snoda entro binari ben marcati, ideologicamente e retoricamente. È così che in tanti sono caduti in errore nel tentativo di incastonarla nella figurina della collerica reazionaria, sperando che la sua forza, una dialettica conflittualizzante e divisiva, potesse essere anche il suo tallone d’Achille. Così non è stato mai, anzi: terzogenita e ultima figlia di Jean-Marie Le Pen, Marine segue quasi subito le orme del padre in politica, così come le sue sorelle. Spesso, nel ricostruire la genesi del RN, la stampa francese parla di “clan Le Pen”: e in effetti quello della famiglia più conservatrice di Francia è molto più di un semplice partito di protesta. Il Front National deve la sua fortuna iniziale a due elementi: un fidato cerchio di conoscenze negli ambienti più reazionari, intessuto dal padre e poi coltivato dalle figlie, e un impero finanziario foraggiato da cospicui lasciti ereditari, spesso oggetto di contese legali. Ancora oggi l’impegno di tutta la famiglia Le Pen nel progetto politico è instancabile e si tramanda di generazione in generazione. Ce lo dimostrano Marion Maréchal, nipote di Marine da parte della sorella Yann,da poco rientrata nel RN dopo il “tradimento” del 2018 quando aderì al competitor diretto Reconquête, e l’altra nipote Nolwenn Olivier, fidanzata di Bardella. Gli stessi mariti di Marine, sposata per tre volte, hanno ricoperto o ricoprono ruoli di spicco nel Partito, dal consulente Franck Chauffroy a Eric Iorio, segretario nazionale del RN, fino a Louis Aliot. I rapporti nel clan Le Pen non sono sempre stati idilliaci, anzi. Oltre ai noti dissidi con il padre, Marine ha avuto trascorsi burrascosi anche con la madre, Pierrette Lallane, pin-up negli anni ‘60 con cui non ha avuto rapporti per 15 anni. Durante il loro divorzio Jean-Marie, che si rifiutava di pagarle gli alimenti, dichiarò: «se ha bisogno di soldi, basta che si metta a pulire». Per tutta risposta, Lallane posò per la rivista Playboy facendosi immortalare in pose sexy mentre simulava delle pulizie domestiche. Marine, racconta la madre, “è il clone assoluto di suo padre”, un “maschiaccio” chiosa ammirata Yann, che pure ammette: «lui ha la cultura, lei ha l’ambizione». È così che Le Pen junior si costruisce un profilo meno estremista e più concreto del padre, pur senza eguagliarne i riferimenti culturali. La “dédiabolisation” comincia quando Jean-Marie è ancora attivo nel Partito, ma lo strappo si rende necessario quando il capoclan, con una manciata di dichiarazioni, manda in fumo il lavoro di tre anni: «l’occupazione della Francia da parte dei tedeschi non è stata particolarmente disumana» afferma con nonchalance, dopo essere già stato condannato per aver affermato che le camere a gas naziste fossero un “dettaglio secondario” della Seconda Guerra Mondiale (lo ribadirà nel 2018, ottenendo una seconda condanna). Nel 2015 Marine lo espelle dal partito. L’ultima grana per il clan Le Pen esplode a poche ore dalle elezioni, il 2 luglio 2024, quando Marine finisce sotto inchiesta per finanziamento illecito: nel mirino le spese per la campagna presidenziale 2022.