Chi va in Paesi di guerra per aiutare, chi per puro e semplice “turismo”. Spinti dall’emozione, o da una necessità di provare forti sentimenti, si organizzano in “squadroni” pronti all’attacco: ecco chi sono i turisti di guerra
Nel 2014 giovani e giovanissimi di diverse città europee provenienti dalla Spagna, Paesi Baschi, Madrid, Catalogna, Roma, Londra, arrivando anche da Parigi e Berlino, si sono organizzati in “brigate” di solidarietà al Donbass ucraino al fine di infrangere il silenzio mediatico che avvolgeva come una “cortina di ferro” la guerra in atto nell’est del Paese.
Ripercorriamo l’involuzione (dis)umana di un’azione inizialmente solidale per arrivare a quello che definiamo “war tourism”. Conosciuti con l’appellativo di “Carovana Antifascista”, il gruppo era coordinato dalla popolare rock band italiana “Banda Bassotti”, rinomati per la loro militanza comunista. Nel concreto, si tratta di persone comuni, legate dal forte spirito di solidarietà: lavoratori, studenti, musicisti, artisti e giornalisti.
La Carovana, oltre ad aver organizzato raccolte e invii di giocattoli, generi alimentari, materiale scolastico, cibo e medicine, ha organizzato concerti e incontri nelle varie regioni coinvolte nel conflitto. «Per fare questo non abbiamo ricevuto un centesimo, o meglio, non un rublo o grivnia. Abbiamo finanziato questa iniziativa con il nostro denaro, con il nostro lavoro e il nostro tempo», racconta uno degli organizzatori, Adrian Morata.
Parallelamente a questa iniziativa solidale, alcune agenzie di viaggio ucraine proponevano gite per turisti sui luoghi di combattimento della guerra civile. Dotati di giubbotti antiproiettile e accompagnati a bordo di veicoli blindati, potevano osservare veicoli esplosi, ponti distrutti ed edifici bombardati. Molti di questi portavano via “per ricordo” proiettili e schegge di bombe, come se il luogo di guerra fosse paragonabile ad un qualsiasi negozio di souvenir a cielo aperto.
Oggi come oggi il turismo di guerra non è più una novità clamorosa ma, anzi, è riconoscibile come un vero e proprio fenomeno in crescita esponenziale. Basti pensare come dal 2010 al 2014 la richiesta è aumentata del 65%. A quanto pare, i musei su armi, munizioni o reperti di guerra potrebbero essere messi da parte, dando spazio a vere e proprie esperienze sul campo.
Già dai primi anni ’90 un’agenzia, conosciuta come “War Zone Tour”, aveva lo scopo di portare i turisti nei luoghi dove nascono le notizie che si vedono solitamente in TV o sui giornali, assicurando pacchetti con destinazione Iran o Iraq, dove è possibile attraversare in “tutta sicurezza” campi minati a bordo di un fuoristrada. Non solo: si può scegliere di godersi una vacanza in Somalia o Sudan, eventualmente con la “remota” fortuna di essere sequestrati e torturati dagli estremisti!
Ma com’è nata la WZT? Dall’idea di un ragazzo che lavorava come operatore nel campo dei rischi e della prevenzione, si recava spesso in zone di guerra, osservando come le famiglie facevano del loro meglio durante situazioni socio-economiche difficoltose. Arrivato a casa, raccontava le sue avventure ai familiari e agli amici. Grazie all’appoggio e al sostegno dei suoi amici, nacque l’iniziativa di fondare un’agenzia di viaggi, con lo scopo iniziale di osservare e rendere sostegno equo-solidale alle famiglie in difficoltà presso luoghi di guerra.
Presente nel settore come agenzia di viaggi assieme alla WZT, è la Untamed Borders che garantisce la possibilità di fare trekking in mezzo all’accogliente natura pachistana o, eventualmente, di fare un giro a cavallo in Afghanistan. Specializzati in organizzazione di viaggi in luoghi difficilmente accessibili, le zone di interesse principale sono: Afghanistan, Pakistan, India, Africa. Fondata nel 2008 da Kusar Hussain e James Willcox, usufruisce di guide locali che accompagnano il turista durante il percorso. L’obiettivo dei fondatori è, oltre ad assecondare la volontà del turista di introdursi in luoghi pericolosi, di apportare benefici alle aree visitate. Quando possibile, i soldi vengono investiti in camere d’hotel del posto e in guide locali. I tour si organizzano in massimo 12 persone, talvolta anche meno, questo a causa della pericolosità di certi luoghi e della relativa necessità di tutelare il più possibile il turista.
Il turismo ha sempre giocato un ruolo essenziale nell’economia di un Paese: crea posti di lavoro, fa conoscere un luogo, aiuta all’ampliamento della conoscenza del singolo e, in particolare, contribuisce al reddito. Pur essendo un fenomeno abbastanza recente nel tempo, ogni anno milioni di turisti ne sono attratti e investono cifre da capogiro. Basti pensare che, nel 2010, un turista per un viaggio in Baghdad ha speso la bellezza di circa 40.000 dollari. Insomma, non sono alla portata di tutti.
Si può ritenere questo fenomeno autentico? Il turismo di guerra è a tutti gli effetti vero, autentico, questo perché, nonostante il lato “creepy”, crea empatia e molteplici sentimenti che variano da persona a persona. A differenza di un turismo con scopi ludici, sportivi, culturali o semplicemente di relax, il “war tourism” spinge il viaggiatore a scoprire luoghi e culture decisamente insoliti e differenti dalla quotidianità. Oggi il turista si presenta eccessivamente curioso, è veloce e ha bisogno di forti emozioni in un contesto estremamente individualista e impersonale. È un turista che non si accontenta di vedere luoghi semplici ma necessita del rischio, del brivido. Inoltre, ciò che differenzia il turismo di guerra dagli altri, è il fenomeno legato al concetto di vita come temporanea e legata inevitabilmente ad un destino condiviso. Il turista è quindi alla ricerca di esperienze ed emozioni reali, probabilmente per sentirsi vivo. In linea con il discorso, l’avventuriero pubblica innumerevoli post sui social media per dimostrare di essere “sopravvissuto” o di esser stato testimone ad un’esperienza che altre persone, probabilmente, non avrebbero il coraggio di fare.
Al centro di tutto è la fotografia: il turista, infatti, tende a scattare numerose foto durante il suo viaggio, poiché questa rappresenta un modo per appropriarsi di uno spazio definito, documentando l’esperienza che sta vivendo come unica, forte e coinvolgente. La necessità è, come detto, distinguersi concretamente, anche attraverso selfie e video, che immortalano il momento e che successivamente viene condiviso anche con forte orgoglio e senso di appartenenza. Secondo quanto afferma Giuseppe Riva, docente di psicologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, «ognuno di noi deve affrontare un luogo di processo di costruzione della propria soggettività che passa attraverso la comprensione di chi sono e cosa voglio». In breve, il turista, a seguito di un’esperienza ricca di emozioni, sente la necessità di “oggettivizzarla” attraverso i selfie, raccontando il proprio “io interiore” e il senso del luogo che lo circonda.
Oltre all’aspetto legato all’autenticità, logicamente il turismo riveste un ruolo primario in relazione alla politica. Considerando il fenomeno turistico come un importante mezzo per lo sviluppo locale, ciò comporta l’inserimento della gestione e del management all’interno della pianificazione politica. Di conseguenza, il controllo del turismo si rende necessario al fine di enfatizzare specifiche proposte e ideologie politiche. Questo perché la politica può utilizzare, e utilizza, la propria cultura e l’immagine che ne deriva come un trampolino di lancio per diffondersi.
Riflettendo sul significato della parola “turismo”, oggi è difficile pensare che nel passato la possibilità di viaggiare non sia stata accessibile a tutti. Il turismo moderno, come oggi lo conosciamo, è frutto di una serie di trasformazioni e di un’evoluzione globale significativa che ha coinvolto diverse aree. Ciò che contraddistingue il turismo adesso, rispetto al passato, è proprio l’evoluzione dei media. L’introduzione della radio, della televisione e soprattutto di Internet, hanno permesso la libera veicolazione di immagini e di reportage, rendendole accessibili a chiunque. Se in passato i luoghi di guerra, legati al conflitto e alla morte, erano visti come un tabù, oggi è ritenibile “normalità”, dato che ne sentiamo parlare quotidianamente, 24h su 24h. Ciò che sta cambiando, oltre alla veicolazione delle immagini in passato, è anche come il turista/persona affronta tale rappresentazione: senza un background storico, un sito “war” rischia di trasformarsi semplicemente in un parco divertimento, un luogo di morte dove potersi sentire vivi, dettando curiosità e massimizzazione del piacere individuale. Le caratteristiche della modernità, come oggi la viviamo sono dinamismo e velocità: la vita è una corsa all’infinito, fatta di continui sforzi. In una società del genere, è difficile legarsi a qualcosa sentimentalmente. In questo modo i soggetti della vita diventano noia e la continua ricerca di qualcosa che possa offrirci nuovi stimoli ed emozioni diventa scopo primario.
Entrando nel dettaglio, è possibile identificare più motivazioni per le quali il turista sente la necessità di intraprendere un “viaggio del genere”.
Il “war tourism” può essere inteso come esperienza: il turista non può fare a meno di essere partecipe, sentendo la necessità di vivere quel preciso momento, nonostante la consapevolezza che in quel determinato luogo le persone muoiono o, perlomeno, soffrono. Inoltre, il turista è spinto da un senso di integrazione. Questo può anche sfociare nell’integrarsi con la morte, con la sofferenza, visitando appunto luoghi di disastri sia passati che in corso. Legata all’integrazione, seguendo un filo logico, è il senso di “classificazione”: fin dal passato, la possibilità di viaggiare non è stata accessibile a tutti. Effettivamente il turismo è connesso al fatto che i turisti cercano di elevare il proprio stato sociale. Nonostante si discosti dalla tematica della guerra, un esempio clamoroso è il viaggio verso il Triangolo delle Bermude che moltissimi intraprendono solo ed esclusivamente per poter dire di essere sopravvissuti all’esperienza drammatica, indossando la nota maglietta con su scritto “Sono sopravvissuto al Triangolo delle Bermude”.
Una delle domande che possiamo porci è, in sostanza, la seguente: è il nostro desiderio di viaggiare che viene soddisfatto o siamo alla ricerca di qualcosa che ci manca?
Secondo Harold Bloom, critico letterario statunitense, l’essere umano non cerca solo luoghi, ma anche persone che diano un senso al luogo e che insieme creano un senso di autenticità. In breve, cerchiamo un luogo dove le differenze dalla nostra vita quotidiana sono maggiori delle somiglianze. Il turismo di guerra rappresenta chiaramente l’espressione di un eco interiore, che ci consente di confrontarci con eventi pericolosi e negativi, con cui però non abbiamo una relazione diretta, ma dalla quale otteniamo una sorta di “espiazione” spirituale e mentale, unita al piacere di sentirci in lutto e parte di qualcosa, che però rimane distante, mantenendo un certo limite, senza influenzarci eccessivamente. Il war tourism si presenta come un momento catartico, diventando un modo per scoprire il nostro Io più represso.
Io che talvolta (spesso) diventa pericoloso e spinge le persone a recarsi in luoghi rischiosi con conseguenze, frequentemente disastrose: è il caso di Shosei Kyoda. Giovane studente giapponese di 24 anni, che aveva lasciato la famiglia all’inizio del 2004 per un periodo vacanza-studio in Nuova Zelanda. Il 20 ottobre, zaino in spalla e 100 dollari in tasca, era partito da Amman con un autobus notturno per Baghdad, dopo aver confidato all’amico Hiroshi Shinomiya, regista giapponese, la volontà di andare in Iraq. Il 23 ottobre è stato sequestrato da un gruppo armato legato al terrorista giordano Abu Musab Al-Zarqawi. Inutili i tentativi di trattativa. «Il Governo ha fatto tutto il possibile per la sua liberazione. È motivo di fortissima indignazione e condanna che terroristi senza pietà abbiano stroncato in una maniera così vile la vita di un semplice cittadino», ha affermato all’epoca il ministro degli Esteri, Nobutaka Machimura. E ancora: «i sequestratori avevano chiesto il ritiro delle truppe giapponesi dall’Iraq. Una richiesta inaccettabile perché il Giappone non cederà mai al ricatto. Il Governo esprime tutta la sua solidarietà alla famiglia del giovane».
Cosa c’è di turistico in un campo di guerra? Certamente nulla. Eppure, non sono pochi coloro che sentono la necessità di recarcisi. In un mondo dove un numero contenuto di persone possono permettersi solo un weekend semplice, assistiamo ad episodi del genere dove, il più delle volte, l’epilogo è in tragedia.
Il bello del viaggiare sta nel provare emozioni suscitate dall’esperienza: questa può essere legata all’atto di visitare una città d’arte, nell’osservare dipinti e palazzi, nel mangiare, nel vivere la città stessa. Come può essere considerato vitale l’atto di viaggiare in luogo di guerra? Il turismo di guerra non è la definizione adatta a questo tipo di percorso adrenalinico; meglio definirlo, per rendere maggiormente l’idea, “turismo suicida”.
Box – “Marciare per non marcire”
La leva militare, conosciuta anche come “servizio militare”, è un’istituzione attiva fin dai tempi dell’antica Grecia: la necessità si verificò con il sorgere della potenza delle “polis”, riferibile esclusivamente agli appartenenti ad un censo “nobile”, poiché le spese erano a carico del singolo. Scorrendo nel tempo e arrivando alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, il servizio militare reclutava solamente professionisti, restando di fatto un’esperienza riservata a pochi. Con l’età moderna, in contemporanea alla nascita degli Stati nazionali, si comincia a introdurre il servizio obbligatorio di massa; una delle prime è stata la Francia, precisamente durante la Guerra dei cent’anni. Tra il XIX e il XX secolo si decise di fare un passo indietro e circoscrivere la leva obbligatoria solo ai professionisti; questo perché il “periodo di fermo” sottraeva i giovani alle famiglie, privandole della manodopera da impiegare. Oggi come si organizza la società? Nonostante gli articoli 1928 e seguenti del D.Lgs. 15 marzo 2010 n. 66, con la conseguente sospensione della chiamata alle armi ai sensi D.M 20.09.2004, la lista di leva militare è compilata ogni anno da tutti i Comuni entro il mese di gennaio; questo perché in condizioni urgenti o in caso di emergenza, i cittadini maschi di età compresa tra i 18 e i 45 anni possono essere richiamati in campo. È bene ricordare, quindi, che il servizio di leva non è stato assolutamente abolito, bensì soltanto sospeso.