Le donne della scena musicale mondiale che hanno ridefinito il concetto di icona, aprendo la strada alle giovani promesse. E continuano a dominare, contro ogni pregiudizio anagrafico

Il significato del termine icona comprende sia i simboli e le figure allegoriche della storia dell’arte, sia il concetto di immagine come veicolo del messaggio in semiologia. Nella musica internazionale ci sono artiste donne che hanno materializzato o ribaltato questi significati diventando vere e proprie icone che hanno attraversato diverse epoche musicali, lasciando il segno nella cultura pop e tracciando la strada per le future cantanti che in parte si sono ispirate a loro, e in parte hanno deciso di tracciare sentieri ancora nuovi.

Per quanto riguarda la musica pop e R&B statunitense non si può non citare la cantante che non solo ha segnato un decennio, ma mantiene ancora salda la sua posizione all’interno di classifiche come quella dei 200 Migliori Cantanti (quinta) e quella delle canzoni di Natale più ascoltate. Sì, ovviamente si fa riferimento a All I Want for Christmas is You e a Mariah Carey. La cantautrice e produttrice statunitense, classe 1969, non è però solo la voce di uno dei brani natalizi più famosi al mondo. È la cantante che ha venduto più dischi in assoluto negli anni Novanta, restando per 467 settimane nella Billboard Hot 100 (la principale classifica musicale made in Usa stilata settimanalmente dalla rivista specializzata Billboard), ottenendo 21 hit certificate. Il suo terzo lavoro Music Box è stato l’album più venduto del 1993 con 28 milioni di copie in tutto il mondo. Le tracce contenute nel disco – tra i quali i singoli Hero e Dreamlover – portano tutte la sua firma, insieme a quella del compositore e produttore Walter Afansieff, tranne Without You, cover di un brano di Harry Nilsson del 1972. Soprannominata “Queen of melisma” (virtuosismo che consiste nel cantare più note ad altezze diverse su una sola sillaba), Carey è letteralmente una delle voci più note della popular music mondiale, con un’estensione vocale di cinque ottave, nientemeno, e la capacità di utilizzare il registro di fischio. Uno stile vocale criticato da alcuni detrattori, ma che indubbiamente ha influenzato una generazione di cantanti successive contemporary R&B, tra le quali Ariana Grande. La musicista di origini venezuelane, afroamericane e irlandesi, inoltre, ha dato il La alla collaborazione tra cantanti pop e rapper con il brano Fantasy (1995),in duetto con il compiantoOl’Dirty Bastard, tra i fondatori dei Wu-Tang Clan. Ovviamente per lei c’è una stella sulla Hollywood Walk of Fame.

A proposito di grandi voci e di classifiche, ha fatto scalpore la succitata classifica dei 200 Migliori Cantanti pubblicata dalla rivista Rolling Stone (versione Usa) per l’esclusione di Céline Dion, ritenuta una delle cantanti più dotate e preparate tecnicamente del panorama mondiale. I fan della diva canadese, classe 1968, hanno addirittura protestato sotto gli uffici della rivista a Manhattan (con tanto di cartelli “Save Céline” e “Gli ultimi saranno primi”). I suoi dischi hanno ricevuto pareri discordanti da parte della critica, ma sono sempre stati accolti con amore dagli appassionati: Falling into You è stato l’album più venduto del 1996 (e uno dei più venduti della storia) con 32 milioni di copie, ha guadagnato due Grammy Awards come Miglior Album dell’Anno e Miglior Album Pop. Un successo suggellato dalla cover di All By Myself. bissato l’anno successivo da My Heart Will Go On, colonna sonora delfilm Titanic di James Cameron (1997). Il brano ha vinto un Oscar e un Golden Globe come Miglior Canzone Originale e si è accaparrato quattro Grammys.

A mancare nella graduatoria dei migliori cantanti (e “non delle voci migliori”, ha sottolineato la testata statunitense) è Madonna. Il repertorio di Madonna Louise Veronica Ciccone, nata a Bay City nel 1958, non si basa sull’abilità vocale ma sull’ecletticità, sulla commistione di stili, estetiche e suoni, con incursioni nella dance, nel rock, nel gospel, nell’R&B e nell’elettronica. Trendsetter ma anche debitrice nei confronti delle sottoculture urbane come la Ballroom culture (competizioni di ballo e moda che hanno permesso l’espressione e il riscatto delle persone queer e transgender ispaniche e afroamericane, sviluppatesi alla fine degli anni Sessanta negli Stati Uniti) dove è nato il “voguing” che l’ha resa celebre, la Regina del Pop ha frantumato record dagli anni Ottanta, diventando l’artista donna ad aver venduto di più nella storia della musica, con 335 milioni di dischi. Tra i più famosi Like a Virgin (1984), True Blue (1986), Like a Prayer (1989) e Ray of Light (1998).

Proprio la fine del Ventesimo secolo è segnata dall’entrata in scena di un’altra cantante che ha caratterizzato l’estetica dei primi anni Duemila con look iconici (chiedere a Google Immagini, nato con lei e con il celebre abito verde firmato Donatella Versace), Jennifer Lopez (1969). Ballerina, coreografa, attrice, imprenditrice, produttrice discografica e cinematografica di origini portoricane, JLo si è imposta fin da subito come regina del latin-pop commerciale e non solo: nel 2001 ha recitato in un film (Prima o poi mi sposo) e pubblicato un album (J.Lo, appunto) in una sola settimana, arrivando con entrambi al primo posto delle classifiche cinematografiche e musicali, un primato che condivide con altre due star della musica internazionale, Barbra Streisand e Whitney Houston, scomparsa nel 2012. Certo, la pellicola non è piaciuta molto alla critica ma ha conquistato il pubblico, lanciando “Jenny from the block” nel proscenio globale fino a incarnare il nuovo status symbol della cultura pop americana più recente (e più glamour). Basti pensare che nel 2014 è stata la prima donna a ricevere il premio Icon Award ai Billboard Music Awardse che nella sua ventennale carriera hapiazzato quattro singolialla posizione numero 1 della Billboard Hot 100: si tratta dei due featuring con il rapper Ja Rule, I’m Real e Aint’ It Funny, entrambi del 2001, di All I Have (2002), in collaborazione con un altro esponente della scena rap statunitense, LL Cool J, e il notissimo If You Had My Love (1999).

Uscendo per un momento dall’ambito schiettamente pop, ci sono molte artiste che hanno dettato e anticipato tendenze musicali ed estetiche, ridefinendo di volta in volta lo status di icona. Dolly Parton è l’unica cantante country, insieme a Reba McEntire, ad aver raggiunto la prima posizione nelle classifiche almeno una volta. E per quattro decenni consecutivi: nata nel 1946, la cantautrice e musicista è attiva dal 1959, quando di anni ne aveva appena 13. Tra i suoi brani più celebri Jolene (1974), 9 to 5 (1980), e I Will Always Love You (1974), sì, proprio quella resa celebre dalla reinterpretazione dell’indimenticata Houston nel 1992.

Non si può parlare di rock, punk rock e new wave senza citare almeno due pioniere (insieme a tante altre), che hanno contribuito al successo dei generi. Patti Smith (1946), poeta, attivista, “sacerdotessa del rock”, è stata la vera protagonista del proto-punk: con la sua voce febbrile, potente, disperata ha cantato le potenzialità e l’abisso dell’essere umano e della rivoluzione, in bilico tra amore, morte e rabbia. Tante le pietre miliari nella sua carriera, come Horses (1975) e Easter (1978). Debbie Harry (1945) non è solo la frontwoman dei Blondie, ma l’incarnazione del termine coolness, perfettamente in bilico tra sperimentalismi e attitudine pop. Celebre per i successi della band, come Call Me (1980), Heart of Glass (1978) e One Way or Another (1978), nel 1981 Harry taglia i ponti con il proprio passato musicale e distrugge l’idea che il pubblico aveva di lei con il primo album solista KooKoo. A dettare scandalo fu la copertina, realizzata dal designer e scultore svizzero Hans Ruedi Giger (colui che ha creato la creatura della saga cinematografica Alien) che ritraeva il volto della cantante trafitto da enormi spilli, motivo per il quale venne censurata in Inghilterra. Tra le icone della new wave e del post-punk non si può non citare Siouxsie Sioux, leader dei Siouxsie and the Banshees (1976-1996) e del duo The Creatures (1981-2005). Susan Janet Ballion, nata nel 1957 a Londra, diventa una delle esponenti di punta del punk e gothic rock britannico esplodendo sulla scena con il singolo Hong Kong Garden (1978). Insieme ai suoi compagni di band stravolge gli anni Ottanta con album come Juju (1981) e brani come Spellbound.

Ma una delle prime rockstar globali è stata Tina Turner. Soprannominata “Regina del Rock and Roll”, Anna Mae Bullock, nata nel 1939 nel Tennessee, è stata la prima artista afroamericana e la prima donna ad apparire sulla copertina di Rolling Stone. Ha fatto il suo debutto negli anni Sessanta con il marito dell’epoca Ike Turner, nel duo Ike&Tina Turner, inserito nella Rock and Roll Hall of Fame: tanti i successi, da It’s Gonna Work Out Fine alla cover di Proud Mary dei Creedence Clearwater Revival. Non sono stati anni facili per la cantante, a causa delle continue violenze fisiche e psicologiche da parte del marito: dopo il divorzio nel 1976 la sua carriera sembra arrestarsi e invece, nel 1984, ritorna alla grande con l’album Private Dancer, certificato platino in diversi Paesi. Il secondo singolo estratto, What’s Love Got To Do With It, raggiunge la posizione numero uno della Billboard Hot 100 e diventa il brano più conosciuto di Turner. Nel 2009, dopo 50 anni di carriera Tina Turner decide di ritirarsi dall’attività live, ma rimane sulla cresta dell’onda grazie a un documentario HBO, Tina (2021), che racconta la storia della sua vita e della sua musica, perfetto connubio tra rock, funk e soul.

A elevare gli artisti nel campo dei simboli e scaraventarli nell’immaginario collettivo arrivano poi i videoclip musicali. È il caso di Grace Jones, che per la realizzazione del video di I’m Not Perfect (But I’m Perfect For You) del 1986 si avvale della collaborazione di due mostri sacri della pop art, Andy Warhol e Keith Haring, che decorano un’enorme tela, poi trasformata in una gonna indossata dalla cantante. Ma la carriera di Jones inizia molto prima. Nata nel 1948 in Giamaica, debutta nel mondo della moda, per poi dedicarsi alla musica a partire dagli anni Settanta, diventando regina indiscussa della fusione tra disco dance e reggae. Grace Jones è stata una delle prime a mettere in discussione il binarismo di genere, quanto meno a livello estetico e stilistico, rappresentando la fluidità di genere e sessuale, diventando icona della comunità LGBTQIA+, fin dai tempi dello Studio 54. Tanti i successi della poliedrica artista, dagli album Nightclubbing (1981) e Slave to the Rhythm (1985), fino al singolo La Vie en Rose (1977), cover del brano originariamente cantato da Édith Piaf.

Affacciandoci verso lidi più pop ma anche sperimentali, fino a sconfinare nei territori dell’elettronica, dell’art-rock e dell’art-pop, troviamo un’artista riscoperta di recente grazie all’enorme successo della quarta stagione di Stranger Things: è Kate Bush (1958).La sua Running Up That Hill, cheoccupa un posto di rilievo nella serie tv dei fratelli Duffer, era stata già un grandissimo successo nel 1985, quando scalò la vetta delle classifiche mondiali. Autrice, polistrumentista, compositrice, arrangiatrice, produttrice discografica, coreografa, nonché detentrice di un’estensione vocale di quattro ottave, Bush ha esorditoneanche ventenne, nel 1978, con l’album The Kick Inside, uno scrigno che contiene gioielli come Wuthering Heights, ispirato all’omonimo romanzo di Emily Brontë. Lo stile raffinato, denso e stratificato dei suoi testi e delle sue composizioni caratterizza anche i suoi lavori successivi come The Dreaming (1982) e Hounds of Love (1985).

Non si può parlare di sperimentazione senza citare lei, Björk. Nata a Reykjavík nel 1965, conquista notorietà in patria già durante gli anni Ottanta, quando milita negli Sugarcubes, band alternative rock celebre in Islanda. È nella decade successiva, però, dopo il trasferimento a Londra, che arriva la fama a livello internazionale, che la consacrerà come una delle musiciste più versatili, l’anello di congiunzione tra la cantante pop e l’artista d’avanguardia. Elettronica, pop, techno, trip hop, rock, musica classica, minimalista, jazz, folk, dance, world music, noise c’è tutto negli album di Björk Guðmundsdóttir. Da Debut (1993) a Homogenic (1997), fino a Medúlla (2004) e Vulnicura (2015), la cantautrice islandese ha piegato a suo piacimento il significato di esplorabile, superando i limiti imposti dalle definizioni tradizionali di genere musicale e scrivendo il racconto di una “chanteuse”e di una donna in continua evoluzione, votata alla ricerca musicale e vocale. Ricerca ancora lontana dalla fine, come mostra l’ultimo disco, Fossora, pubblicato nel 2022, in bilico tra synthpunk e gabber uniti ai temi della sopravvivenza, della morte e dell’ecologia. E ai funghi.

In questo breve excursus, lungi dall’essere esaustivo, sono stati tratteggiati i profili di alcune delle donne che hanno rivoluzionato la storia della musica negli ultimi 60 anni, senza paura di mettersi in gioco, di sdoganare tabù e di raccontarsi – anche – nella loro umanità.