Dalla Forgotten Architecture, un nuovo modo di raccontare l’architettura che riscopre e rivive mentre abbatte le barriere

Siamo lo spazio che viviamo, anche quando ce ne dimentichiamo. È, da definizione, compito dell’arte e della tecnica dell’architettura organizzare lo spazio antropizzato, ovvero trasformato dall’ambiente naturale, in cui l’essere umano vive e opera. E, a volte, è la stessa architettura, in modo innovativo, a dover intervenire su se stessa per riscoprire parti di sé che ha dimenticato. E, così, costruire una nuova strada.
Ne è un esempio Forgotten Architecture, gruppo Facebook fondato nel 2019 da Bianca Felicori, architetto e curatrice, nel 2022 diventato un volume dal titolo Forgotten Architecture. Un archivio di progetti compiuti e scomparsi, pubblicato da NERO Editions e realizzato grazie al sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura nell’ambito di Italian Council (12a edizione, 2023) e a RESIDENZA 725 —shopping universe, land of culture. È la stessa Bianca a raccontarcelo.

Qual è la geografia dell’architettura dimenticata?
«L’aspetto interessante della “geografia” dell’architettura dimenticata è che non è determinata effettivamente da un ragionamento geografico quanto da quello che i singoli utenti hanno condiviso all’interno del gruppo. È quindi legato a una sensibilità istintiva della condivisione, a una sensibilità personale, alle esperienze e al background culturale delle persone che hanno preso parte a questo esperimento sociale, studiosi del settore o provenienti da campi di sapere diversi. Il ragionamento alla base della community è, dunque, epurato da qualsivoglia metodologia scientifica. Nel libro, invece, seppur basato su questa esperienza virtuale di ricerca di una narrazione diversa della storia dell’architettura, in quanto ricercatrice ho applicato delle metodologie scientifiche, ricercando un bilanciamento dal punto di vista geografico, tra esempi italiani e non, europei e non».

Tra gli esempi di architettura dimenticata c’è l’architettura effimera; come si sta evolvendo il destino di queste strutture?
«L’architettura effimera è l’architettura dimenticata per eccellenza perché è quella che ha vita più breve. Oggi, da una parte ci sono gli studi più giovani, consapevoli della mancanza di soldi, di spazi e di densità per costruire nuovi edifici, che si rivolgono sempre di più a nuove forme di architettura prettamente effimere, dall’installazione al padiglione espositivo all’insediamento urbano. Una pratica, per me, che unisce la consapevolezza di un momento storico scarso di risorse alla necessità di pensare a un’architettura altra rispetto a quella che siamo soliti riconoscere, cioè il manufatto architettonico di per sé. Dall’altra parte, invece, c’è l’architettura effimera dei grandi eventi, con grandi nomi, legata alle esposizioni nazionali e internazionali. Si tratta spesso di manifestazioni molto brevi per cui si spendono moltissimi soldi per fare cose vendute come “iper sostenibili” ma parte di grandi eventi che hanno un impatto climatico importantissimo. D’altro canto, stanno nascendo molte iniziative per riutilizzare i materiali di questa tipologia di architettura effimera».

Bianca Felicori. Crediti: Andrea Benedetta Bonaschi

Un altro ambito dell’architettura “dimenticata” è quello dell’“on the road”: come influenza il nostro immaginario del viaggio e come potrebbe evolversi?
«Quello dell’“on the road” è un capitolo a cui tengo in modo particolare perché le autrici – Carlotta Franco e Debora Tintis – sono le uniche che hanno curato anche la selezione dei progetti e la richiesta dei diritti d’immagine e, secondo me, è anche quello che ha l’impostazione più interessante: un racconto tra due persone mentre viaggiano in macchina. Ritengo l’architettura “on the road” qualcosa di estremamente speciale perché storicamente connessa alla nostra cultura, il Novecento, la cultura della macchina, il futurismo, la velocità, ma anche a una dimensione sentimentale del viaggio in auto, spesso legata a ricordi familiari e associata a luoghi che si trovano “per strada”, come le stazioni di servizio, i motel, le chiese. Questa architettura, sempre vista come secondaria, utilitaria, sta vivendo una seconda vita: lo si vede, ad esempio, dai recenti progetti di ristrutturazione di molte stazioni di servizio storiche. Secondo me potrebbe essere interessante riuscire a convertire questi spazi a ulteriori utilizzi, ad esempio introducendo una dimensione più ludica all’interno delle stazioni. Nuove funzioni, quindi, legate al tema del divertimento e del tempo libero, ma sempre nella dimensione del movimento che caratterizza l’architettura della macchina».

Forgotten Architecture è un progetto nato sui social e cresciuto grazie al contributo della community. Quale vorresti che fosse la sua (e tua) eredità?
«Ciò che per me è stato e continua ad essere fondamentale è trovare un modo alternativo per parlare della storia dell’architettura. Vorrei che diventasse un riferimento per il futuro, esplorare nuovi media per parlare di cose strettamente legate all’ambito accademico. Portare avanti questo progetto è stato come gestire virtualmente una conversazione a più voci ma c’è stata anche una componente di genere e anagrafica importante: a 25 anni, quando ho iniziato, non avrei potuto ottenere la stessa risonanza in contesti più tradizionali, questo mi ha permesso di abbattere delle barriere culturali importanti, quelle del dominio culturale maschile, un aspetto secondo me molto bello ma anche umanamente impegnativo. Ad oggi la mia eredità è quella di una generazione di ragazze che studiano architettura e sognano di fare qualcosa di simile a ciò che faccio io e hanno gli strumenti per farlo».

Fotografia di Fabrizio Vatieri

Negli ultimi tempi si sta rafforzando il legame tra l’architettura, soprattutto quella dei quartieri popolari, e la musica, con valore estetico ma anche politico e sociale. Questa tendenza potrebbe contribuire a una riqualificazione architettonica e sociale di questi quartieri?
«È una questione complessa: la creazione di un’estetica sta avvenendo, un’estetica legata alla grande scala di questi quartieri e al brutalismo, uno stile che storicamente non esiste e non è mai stato letto nelle forme in cui viene letto dai social e dai trend attuali ma che sì, mi sembra legato alle dimensioni di questi quartieri e all’uso di questo materiale “nudo a vista”. Parlare di estetica, tuttavia, mi spaventa perché potrebbe contribuire ad estetizzare le criticità delle periferie ma, d’altro canto, in futuro potrebbe rappresentare la consapevolezza del contesto culturale e un punto di partenza per la riqualificazione di questi quartieri, spesso fortemente degradati».

Ricordare, dunque, ciò che è stato dimenticato, anche in architettura, è sì un esercizio accademico (e nostalgico) ma può e deve diventare anche un punto di partenza per ricostruire dal basso il modo di vivere lo spazio che ci circonda: una ricostruzione che non lasci indietro l’aspetto sociale e, soprattutto, quello ambientale, ma che faccia dell’integrazione il suo obiettivo finale.

Tutte le foto sono per gentile concessione