Da killer a paladino della giustizia in un batter d’occhio. Il sociologo Stefano Tomelleri ci ha aiutato a capire meglio il fenomeno dell’idolatria che si è creato nei confronti del 26enne Luigi Mangione, assassino del CEO di United Healthcare
A seconda del punto di vista, gli Stati Uniti hanno un nuovo oppositore, o un nuovo eroe popolare. Luigi Mangione, il giovane killer che ha ucciso Brian Thompson, amministratore delegato di United Healthcare, assassinato il 4 dicembre dello scorso anno a New York, ha ricevuto infatti sui social numerosi complimenti e grandi celebrazioni. Una scena che ha del paradossale e che, tra le diverse assurdità, ha visto nascere una raccolta fondi, di oltre 150.000 dollari, per la sua difesa legale. Anche a seguito dell’arresto, avvenuto qualche giorno dopo il delitto, la romanticizzazione del 26enne del Maryland è continuata tra meme elogiativi, vendita online di merchandising contenenti frasi e ritratti di Mangione, e richieste di scarcerazione. Un quadro che evidenzia come i social, in un lasso di tempo pressoché minimo, siano riusciti ad esaltare la figura di un assassino.
Stefano Tomelleri, professore di Sociologia presso l’Università degli Studi di Bergamo e Presidente dell’Associazione Italiana di Sociologia, ha risposto a qualche nostra domanda sull’argomento.
Ancora prima di conoscere l’identità di Luigi Mangione, moltissimi statunitensi lo avevano trasformato in una specie di eroe. Può essere ritenuto un eroe, un modello, una persona che ne uccide un’altra? Cosa pensa di questa assurda situazione?
«In una società statunitense in cui le disuguaglianze sociali e le ingiustizie del sistema sanitario assicurativo sembrano essere all’ordine del giorno, la figura di Mangione è stata eletta a simbolo di lotta e di resistenza. Per i suoi sostenitori, Mangione incarna l’immagine di un Davide moderno, armato di uno spregiudicato coraggio, che si erge contro Golia, un sistema assicurativo percepito come ingiusto e oppressivo. L’assassinio di Brian Thompson non è motivato da questioni personali, ma rappresenta una battaglia collettiva contro le forze che minacciano la salute e la dignità delle persone più fragili. L’assurdità è che i sostenitori di Mangione non riconoscono che Brian Thompson è una vittima innocente, che non può essere responsabile delle disfunzioni di un intero sistema».

Se lo scopo era quindi quello di vendicarsi di un sistema sanitario che esclude dalle cure le fasce più povere della popolazione statunitense, quali possono essere state le cause che hanno spinto Mangione, proveniente da una famiglia ricca, a portare avanti questa azione folle?
«Non sappiamo quali siano le reali motivazioni di Mangione. Spesso i “lupi solitari” agiscono per odio verso lo Stato, la tecnologia, fino all’avversione per le minoranze etniche o sessuali. Sono accomunati dalla loro ritirata dalla società. L’isolamento li porta a immergersi nello studio di idee radicali e nello sviluppo di un delirio che giustifica azioni violente. Questo processo li porta a rifiutare il dialogo e il confronto, perché si sentono degli illuminati e custodi di una verità che ai più sfugge. Ma alla fine tutti scrivono per spiegare il loro gesto e ispirare dei seguaci. Il delirio solitario li porta, paradossalmente, a voler attirare l’attenzione su di sé. A voler essere al centro del mondo. E Mangione sembra esserci riuscito».
Oggi grazie ai social è facile condividere con gli altri idee e pensieri, anche quelli che possono avere un’influenza globale negativa o pericolosa, come in questo caso. Quali sono le conseguenze che potrebbe portare una così violenta spettacolarizzazione di un delitto?
«La spettacolarizzazione del caso Mangione potrebbe avere diverse conseguenze, sia a livello individuale che sociale. Innanzitutto, può ispirare altri individui a emulare le sue azioni, alimentando un ciclo di violenza e radicalizzazione. Inoltre, la polarizzazione dell’opinione pubblica, con una parte della popolazione che vede Mangione come un eroe e un’altra che lo considera un criminale, a livello sociale, alimenta sentimenti di sfiducia nelle istituzioni e nel sistema».
Basterebbe intervenire sulle disuguaglianze sociali per mettere fine a risentimenti vendicativi come questi, secondo lei?
«Purtroppo, è necessario ma non sufficiente. Perché il risentimento vendicativo si alimenta di una tensione tra le disuguaglianze sociali e la concorrenza estrema. Ad esempio, mentre milioni di americani rimangono senza assicurazione sanitaria, incapaci di permettersi trattamenti essenziali, si continua a enfatizzare la concorrenzialità per l’accesso universale alle cure. Ridurre le disuguaglianze sociali è necessario, ma bisogna anche ripensare il primato della concorrenza a tutti i costi».

Il fascino del male c’è sempre stato, mi sa citare casi simili avvenuti in passato?
«Uno dei casi più noti è quello di Jack lo Squartatore, il famigerato serial killer che terrorizzò Londra alla fine del XIX secolo. Nonostante la brutalità dei suoi crimini, Jack lo Squartatore divenne una figura quasi leggendaria. Un altro esempio è quello di Charles Manson e la sua “Famiglia”. Negli anni ‘60, Manson riuscì a manipolare un gruppo di seguaci per compiere una serie di omicidi brutali, tra cui quello dell’attrice Sharon Tate. Infine, possiamo citare il caso di Ted Bundy, uno dei serial killer più noti degli Stati Uniti. Bundy era noto per il suo aspetto affascinante e il suo carisma, che utilizzava per attirare le sue vittime. Nessuno di loro, tuttavia, era il simbolo di una lotta collettiva. Questo primato spetta a Mangione».
È più che evidente che negli Stati Uniti si respiri un forte sentimento di rivalsa nei confronti dei “poteri forti”, in particolare, del pessimo sistema sanitario pubblico. C’è chi si sente negato di serenità e benessere, chi si fa giustizia da sé, chi sdegna colui che si fa giustizia da sé, chi si diletta ironizzando su di un killer considerato “hot”, chi cerca di far prevalere il senso di ragionevolezza. Un evento fonte di riflessione che però, senza possibilità di un vero dialogo tra le parti, vedrà solamente il nascere dell’ennesima serie tv che non avrà altro obiettivo se non la spettacolarizzazione di un omicidio.
In copertina – Crediti: Carlos Chiossone/ZUMA Press Wire