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Non c’è futuro senza passato: lo sanno bene gli iraniani, mutilati nella loro identità e repressi da una storia continuamente riscritta da nuovi vincitori. A quasi mezzo secolo dalla Rivoluzione islamica, che cosa resta del popolo persiano?

«Me lo tolgo immediatamente questo stupido cencio da medioevo»: a pensare che 45 anni fa l’Iran acclamava la rivoluzione che lo avrebbe trasformato in una Repubblica teocratica, tuona ancora attuale lo sbotto di Oriana Fallaci davanti al Grande ayatollah Ruhollah Khomeini, al culmine di un affilato dialogo tra sordi. Per ottenere quell’intervista Fallaci, tenace e orgogliosa, si era adeguata alle prescrizioni estetiche (total look dal make up all’outfit) e morali (contrasse persino un matrimonio a tempo con il suo interprete che le aveva incidentalmente visto il capo senza velo). Eppure l’incomunicabilità fra la Guida Suprema della rivoluzione islamica sciita e una donna troppo libera è la stessa che viviamo anche oggi, quando a Khomeini è succeduto Ali Khamenei e in Iran non c’è più traccia degli altri gruppi che avevano preso parte alla rivoluzione: marxisti, giovani studenti, ceto medio laico, tutti sono stati mutati. È rimasto solo il clero, e sotto di lui le forze politiche conservatrici. Qualcuno, ciclicamente, azzarda un cenno alla controrivoluzione: «la Francia sostiene la rivoluzione in Iran» dichiarava un inatteso Emmanuel Macron non più tardi del 2022, quasi a “richiudere, per una di quelle oscillazioni del destino, una brutta pagina di storia aperta quando la Francia, a Neauphle-le-Château, servì da retrovia a un certo Khomeini, lo punzecchiava allora Bernard-Henri Lévy. Oggi è difficile credere davvero in un’ennesima inversione di rotta dell’Iran, nonostante il tifo dei tanti nemici di Persia nel Golfo e non solo.

EPA/ABEDIN TAHERKENAREH
(EPA/ABEDIN TAHERKENAREH)

Lunedì 4 marzo in Iran si sono tenute le elezioni parlamentari per il rinnovo di due camere: il Parlamento (290 membri) e l’Assemblea degli esperti, un consiglio formato da 88 “saggi” che nominano o revocano la Guida Suprema religiosa, dal 1989 impersonificata dall’ayatollah Ali Khamenei. «Boicottare queste elezioni è un dovere morale per tutti gli iraniani che amano la libertà e vogliono la giustizia» avvertiva dal carcere di Evin, dove sta scontando una pena di 12 anni e 11 mesi, l’attivista Narges Mohammadi, insignita nel 2023 del Premio Nobel per la Pace. Eppure non è solo per amore di libertà e giustizia che appena il 44% della popolazione si è recata alle urne, segnando l’affluenza più bassa dalla rivoluzione. Da gennaio 2023 il Pil pro capite dell’Iran è calato del 28%, in un Paese con un tasso di disoccupazione giovanile oltre il 15%; considerando un’età media della popolazione di 33 anni, non è difficile capire perché un iraniano su tre vive al di sotto della soglia di povertà. L’inflazione cresce incontrollata, ora attorno al 50%, ecco: quando manca il pane in tavola, il tempo per ripensare la propria condizione politica scarseggia.

«Nessuno voleva votare: la gente ormai ha la chiara percezione che il suo voto non ha peso, a meno che non si abbia un interesse personale nel sostenere un candidato». Una sorta di assistenzialismo clientelare, più che il welfare state promesso dalla classe politica degli ultra-conservatori oggi al Governo. Me lo spiega un artista iraniano con cui intratteniamo una fitta conversazione, e che mi chiede l’anonimato perché “non esistono processi, parlare troppo è già una sentenza di morte”. Secondo Hassan (nome di fantasia, significa “colui che abbellisce”), le elezioni non sono altro che una “costruzione scenica per raccontarsi democratici. I candidati del resto sono sempre gli stessi, e semplicemente ruotano le poltrone”, ma non stupisce: «del resto, culturalmente in Iran non esiste il concetto di democrazia così come si è sviluppata in Occidente. La stessa espressione “democrazia islamica” è un ossimoro. La mia gente non comprende i concetti di destra e sinistra, e sinceramente non ne ha bisogno perché una democrazia esportata, nata dall’esperienza di qualcun altro, non potrà mai parlare di noi». La possibilità di sviluppare (e chissà esportare!) un proprio schema di distribuzione dei poteri e governo è preclusa “da 1400 anni, dopo la caduta dell’Impero Persiano”. Da allora, in effetti, in Persia sono marciati eserciti zaristi, ottomani, britannici con un travagliato protettorato culminato con l’arrivo dello scià Reza Pahlavi.

Principe Reza Pahlavi (Alfred Yaghobzadeh/ABACAPRESS.COM)

La monarchia della dinastia Pahlavi è quasi sempre ricordata, nello stream dei media nostrani, come un’epoca felice per l’Iran, la luce prima del buio, una società occidentalizzata in cui le donne erano libere di scegliere fra il chador e la minigonna. Eppure la rivoluzione che nel 1979 ha portato al potere Khomeini non è stata un golpe di religiosi fanatici. Alle proteste si unirono trasversalmente studenti, movimenti politicizzati di sinistra, classi operaie e proletariato delle periferie, il grande escluso dalle politiche di fasti dello scià. «L’errore dello scià, per come lo comprende la mia generazione, è stato aver imposto ai persiani una mentalità occidentale per darci una parvenza di “accettabilità” di fronte all’Europa e agli USA – prosegue Hassan. – In un certo senso, è stato lo scià a dare ai religiosi un pretesto per la rivoluzione. Quello che succede oggi non è diverso da ciò che accadeva prima: cambiava il messaggio – le differenze, per esempio nelle conquiste sui diritti civili, sono abissali, aggiungo io – ma non erano cambiati i metodi violenti, l’eliminazione fisica degli oppositori, la corruzione e le reti clientelari». È così che Khomeini in un certo senso aveva capito che per trovare il favore dei persiani doveva parlare al loro cuore: stuzzicando l’orgoglio religioso, ma anche quello nazionalista grazie alla “guerra santa” che scoppierà contro l’Iraq sunnita di Saddam Hussein.

La propaganda anti-statunitense esplode lampante durante la rivoluzione, con la crisi degli ostaggi quando gruppi studenteschi iraniani assaltano l’ambasciata statunitense a Teheran. 53 dipendenti restano in ostaggio per 444 giorni in quello che ancora oggi la gente chiama “covo delle spie”. Sui muri dell’edificio ancora oggi fa da monito il murales “Il Grande Satana” (è come Khomeini già dall’esilio attaccava l’imperialismo occidentale). Quanta propaganda e quanta verità ci sono in quel murales? Poco importa, perché lo scopo ultimo dell’arte è quello di fare da ponte. È soprattutto questo che ha portato Hassan a varcare i confini del suo Paese: «in Iran ho avuto la fortuna di studiare l’arte figurativa, una cosa inconsueta per la nostra cultura, e mi sono innamorato da giovanissimo dei disegni di Michelangelo e Leonardo. Se sono qui oggi è grazie a questo: raccontare la mia cultura e la storia di Persia attraverso uno “strumento” figurativo occidentale come il disegno rinascimentale». L’arte diventa linguaggio interculturale e apre nuovi canali comunicativi: «avendo vissuto in una società in cui il corpo viene oppresso e non è strumento di espressione, ho deciso che proprio questa era la strada da percorrere. L’umanesimo non è un periodo storico, è un concetto che i popoli sviluppano per liberarsi, e l’arte è lo strumento più immediato per aprire il pensiero». Come tutte le questioni culturali legate all’identità di un popolo, è l’educazione a giocare un ruolo chiave. Ce lo conferma ancora una volta Hassan: l’istruzione impartita è costruita con il preciso scopo di fornire nozioni di base e, contestualmente, azzerare il pensiero critico. «Se non conosci la storia, non solo quella del tuo Paese ma anche quella del resto del mondo, non puoi interrogarti perché non hai altri metri di paragone con cui confrontarti».

Ayatollah Ali Khamenei (© Iranian Supreme Leader’S Office via ZUMA Press Wire)

A questo punto della conversazione, ho bisogno di tracciare una riga fra ciò che è e ciò che potrebbe essere. È difficile immaginare, dalle parole di Hassan, che un moto rivoluzionario interno possa invertire l’ordine delle cose: «nessuno ragiona su come cambiare lo status quo, tutti pensano a sopravvivere e, nel migliore dei casi, trovare fortuna all’estero», e che non si scherza con le maglie della repressione lo abbiamo imparato fin troppo bene. Penso allora alle forze di opposizione al regime in esilio, al figlio dello scià Reza Ciro Pahlavi o al Masoud Rajavi, leader insieme alla moglie Maryam del partito dei mojahedin (il Mojahedin-e-Khalq). «Per carità» mi smonta prontamente Hassan. Il primo “ormai è credibile solo agli occhi delle democrazie europee, mentre in patria non ha nessun appiglio. Se dovesse salire al potere potrebbe fare addirittura peggio di suo padre: lo stesso messaggio atlantista imposto con ancora più violenza”. Quanto al Partito dei Mojahedin, lo spiega ancora meglio lo storico iraniano Ervand Abrahamian, «quasi tutti gli alleati delle origini lo hanno lasciato, in parte per le decisioni arbitrarie prese dall’organizzazione, ma soprattutto perché è stata trasformata da organizzazione politica vera, genuina, in un piccolo culto basato sulla persona del suo leader», scomparso dai radar da anni. L’opportunismo politico di queste presunte opposizioni in esilio non ha proseliti in patria, né è capace di compiere quello che dovrebbe essere il suo unico scopo: accendere una speranza di cambiamento nel popolo iraniano.

Ecco il fatto: l’opinione pubblica occidentale, raccapricciata dai racconti di violenze e violazioni che arrivano dal regime, sviluppa una naturale tendenza a distorcere la sua percezione dell’opposizione. È una trappola in cui del resto cade anche Macron, reo di commuoversi a colloquio con le attiviste iraniane; o forse stiamo di nuovo cadendo nell’errore di pensare di sapere meglio degli altri che cosa sia meglio per loro? È lo stesso bias alla base delle sanzioni economiche che da anni affossano l’economia iraniana: un’arma di una guerra finanziaria che vorrebbe scongiurare quella militare, sì, ma anche uno svuota-coscienza comodo per l’Occidente, incapace di vedere (davvero?) come a pagare le conseguenze di restrizioni finanziarie, blocchi e limitazioni agli spostamenti sia solo ed esclusivamente la popolazione comune, vittima due volte di un regime che la affama e del resto del mondo che le nega qualsiasi appiglio. «I giovani che vogliono studiare fuori non hanno nessuna facilitazione, non possiamo né mandare né ricevere denaro, anche servizi come PayPal e Amazon ci sono preclusi. Così, mentre i figli del regime studiano in Canada e in America senza nessun problema di passaporto, i Governi occidentali sono pronti a stringere mani e fare buon viso a cattivo gioco ogni volta che è loro convenienza».

EPA/ANTONIO PEDRO SANTOS
(EPA/ANTONIO PEDRO SANTOS)

Ai miei occhi occidentali, sfrondati da ogni speranza, relativismo e convinzione, resta chiara solo una cosa. Forse, come mi ripete lo stesso Hassan, quella di 45 anni fa non merita di essere chiamata rivoluzione. Forse, lo nota con puntuale lucidità l’inviato e opinionista Alberto Negri, la nascita della Repubblica islamica non ha fatto altro che segnare un avvicendamento di classi dominanti, dal coronato scià ai mullah in turbante. Un vecchio sermone del letterato arabo-iracheno Abd al-Karim Ha’iri, vissuto nell’XI secolo, recita che “ciò che non si può raggiungere a volo,/ occorre raggiungerlo zoppicando;/ la Scrittura dice che zoppicare non è una colpa”. Un passo alla volta, una coscienza per volta: solo così il popolo persiano derubato della sua identità ritroverà la strada per casa.

BOX 1 – I versi satanici di Rushdie e la fatwā di Khomeini

Lo scrittore Salman Rushdie (Cesar Luis de Luca/dpa)

È il 12 agosto 2022 quando a Chautauqua, nello Stato di New York, il 24enne Hadi Matar, statunitense con origini libanesi, accoltella lo scrittore indo-britannico Salman Rushdie. Sono passati 33 anni da quando l’ayatollah Khomeini lo ha condannato a morte, lanciando quella che nel diritto islamico prende il nome di “fatwā” e che, a differenza di quanto spesso erroneamente si creda, non è altro che il responso di un esperto di legge coranica interpellato da un giudice musulmano. Con un annuncio alla radio iraniana il 14 febbraio del 1989, tre mesi prima di morire, Khomeini giudica Rushdie colpevole di “insultare la sacra fede dei musulmani” con il suo romanzo I Versi satanici. «Chiedo a tutti i coraggiosi musulmani, ovunque si trovino, di ucciderli immediatamente» scandisce mettendo una taglia da tre milioni di dollari sulla testa dello scrittore e dei suoi editori complici. Il romanzo, uscito nel 1988, cita un racconto apocrifo sulla vita di Maometto in cui il Diavolo, in un momento di debolezza, lo inganna. L’episodio è romanzato, i nomi di persona e luogo sono inventati, ma il riferimento alla vita del profeta non passa inosservato. Dopo l’aggressione lo scrittore perde la vista dall’occhio destro e l’uso parziale della mano sinistra. Negli anni la “fatwā” si è abbattuta anche sul traduttore della versione italiana Ettore Capriolo, pugnalato, sull’editore norvegese William Nygaard, ferito con tre colpi di pistola, e sul traduttore della versione giapponese Hitoshi Igarashi, ucciso.

BOX 2 – Rouhani e la vergogna delle statue nude

Da destra a sinistra, l’Ayatollah Ali Khamenei, il primo ministro Matteo Renzi e il presidente iraniano Hassan Rouhani (EPA/HO)

Nel grande romanzo delle relazioni diplomatiche fra Roma e Teheran, molti ricorderanno lo scandalo delle statue coperte. Nel gennaio 2016 il presidente iraniano Hassan Rouhani è in visita in Italia per incontrare il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il Papa. In occasione del suo passaggio in Campidoglio, lungo i corridoi dei Musei Capitolini dove è accolto dal premier in pectore, una non ben precisata voce dall’alto del Cerimoniale di Palazzo Chigi ordina di coprire con dei pannelli le statue romane esposte. Pare che per il presidente sarebbe sconveniente prendere la parola affiancato dalle statue, più o meno nude, di Marco Aurelio a cavallo e delle Veneri. La polemica sembra estinguersi con lo scaricabarile di responsabilità, nel generale biasimo di tutte le forze politiche, tanto che lo stesso Rouhani negando pressioni di alcun tipo rilega l’episodio a “questione giornalistica”. Ad ogni modo, la decisione di paventare un’opportunistica pudicizia ci fa strappare un generoso riconoscimento tanto che Rouhani firma, in questa occasione, 13 memorandum di cooperazione economica con l’Italia, per un giro d’affari sui 17 miliardi. Abbastanza per tamponare la scandalosa vergogna delle nudità capitoline.

BOX 3 – Giornaliste col velo: non solo Oriana

Oriana Fallaci in una foto di archivio durante il processo contro Pelosi per l’omicidio Pierpaolo Pasolini (ARCHIVIO ANSA/CRI)

In procinto di sviluppare le sue tesi sull’islamofascismo, Fallaci è stata la prima donna occidentale a intervistare un leader religioso islamico. Fu proprio l’ultima domanda su quel chador “così scomodo e assurdo” a far infervorare l’ayatollah: «i nostri costumi non riguardano voi occidentali. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla – la rimbecca Khomeini. – Il chador è per le donne giovani e perbene». Al gesto di Fallaci che si scrolla di dosso il velo, in gola “un’ira sorda gonfia di sdegno”, Khomeini lascia la stanza “come l’ombra di un gatto”. Negli anni successivi altre giornaliste donne si interfacceranno con le autorità politiche iraniane. Nel 2022 l’inviata di guerra della CNN Christiane Amanpour ottiene un’intervista con il presidente iraniano Ebrahim Raisi, che però le chiede di indossare il velo in occasione dei mesi sacri di Muharram e Safar. «Siamo a New York, dove non c’è legge o tradizione sul velo» gli risponde lei. A quell’intervista, Raisi non si presenta nemmeno, forse preoccupato anche dalle proteste che impazzano dopo la morte di Mahsa Amini.

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA/© Sobhan Farajvan/Pacific Press via ZUMA Press Wire