Nel conflitto nato dall’attacco di Hamas in Israele un ruolo importante è ricoperto dal movimento sciita dello Yemen, che ha già dimostrato capacità di sfruttare a proprio vantaggio situazioni di crisi

Il 2024 è iniziato da meno di due settimane quando il rischio di un ampliamento del conflitto in Medio Oriente è già concreto. A seguito di numerosi attacchi alle navi di passaggio dallo stretto di Bab el Mandeb, che separa lo Yemen dal Gibuti, una coalizione guidata dagli Stati Uniti – coordinati con Regno Unito, Australia, Canada, Paesi Bassi e Bahrein – ha bombardato lo Yemen per mettere in ginocchio gli Houthi. Anche se il presidente Joe Biden assicura in un comunicato che i bombardamenti sono “un chiaro messaggio che gli Stati Uniti e i nostri partner non tollereranno attacchi al nostro personale né consentiranno ad attori ostili di mettere in pericolo la libertà di navigazione in una delle rotte commerciali più critiche del mondo” e si specifica gli obiettivi siano solo militari – sarebbero stati colpiti radar, siti di lancio di missili e droni e aree di stoccaggio di armi, secondo il segretario della Difesa statunitense Lloyd J. Austin III -, ma il rischio di un’escalation di violenza e che l’instabilità e di conseguenza la guerra interessi tutto il Medio Oriente è reale.

Il movimento Houthi dopo tre giorni dall’attacco di Hamas del 7 ottobre annuncia la sua entrata nel conflitto israelo-palestinese e inizia a compiere attacchi in bilico tra pirateria e terrorismo “in solidarietà con Gaza” riuscendo a mettere sotto scacco uno snodo importante quale quello del Mar Rosso. Dalle coste yemenite si lanciano razzi e droni nello stretto di Bab el Mandeb contro navi cargo e petroliere destinate al porto di Eilat, nell’estremo Sud di Israele, ma non solo. Nello stretto – collegamento fondamentale tra Europa, Asia, Africa e la costa orientale dell’America – transitano 33 mila navi ogni anno, circa il 12% del traffico marittimo mondiale e il 30% del traffico dei container. Sono diverse le navi attaccate, così gli Stati Uniti inviano il cacciatorpediniere USS Carney. A causa della scarsa sicurezza molte compagnie di navigazione sospendono le rotte nel Mar Rosso, circumnavigando l’Africa e allungando il viaggio di circa 3.000 miglia nautiche (oltre 5.500 chilometri) con il rischio di una crisi commerciale a livello globale a causa dell’aumento dei costi di trasporto.

Il 19 dicembre 2023 gli Stati Uniti lanciano una task force internazionale – ne fa parte anche l’Italia – per proteggere le navi in transito; task force che viene definita “essenzialmente inutile” dal portavoce del movimento, Mohamed Abdusalam, che assicura che “gli attacchi continueranno” sostenendo che “quando Gaza sarà sicura, il Mar Rosso sarà sicuro. Ma finché Gaza soffrirà, soffrirà anche il Mar Rosso”.

In che modo si è arrivati a questo punto? Soprattutto, perché il movimento Houthi vede nella guerra a Gaza un’opportunità per ottenere legittimità e prestigio all’interno del mondo musulmano e accreditarsi come importante avversario di Israele nella regione?

La storia degli Houthi ha radici lontane. Si tratta di un movimento religioso sciita zaydita, politico e armato che rivendica l’autonomia confessionale e politica del nord dello Yemen – nel Paese circa il 35% della popolazione è sciita zaydita mentre il 65% è sunnita. Lo zaydismo è una corrente moderata dello sciismo caratterizzato da un carattere “militante” e di lotta contro l’oppressione, anche per questo il movimento Houthi si dichiara da sempre sia contro Israele sia contro gli Stati Uniti e nella compagine dei Paesi arabi, insieme all’Iran, si schiera a difesa del popolo palestinese. Il nome deriva dal fondatore del movimento, Husayn Al Houthi, fratellastro dell’attuale leader, Abdel Malek Al Houthi.

Il movimento nasce nel 2002, alcuni mesi dopo l’attacco dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti compiuto da Al Qaeda; per secoli gli zayditi dominano il territorio dello Yemen fino al 1962 quando il rovesciamento del governo porta all’istituzione di una repubblica araba a guida sunnita. A seguito di questo cambiamento lo zaydismo viene minacciato dall’espansione del sunnismo wahabita (una forma estremista dell’Islam promossa dall’Arabia Saudita) e dagli anni ‘80 gli Houthi si riorganizzano in gruppi per contrastare l’influenza saudita. In quegli anni Husayn Al Houthi è a capo di una formazione religiosa e politica degli sciiti zayditi, Gioventù credente. Nel 2011, in piena primavera araba, il movimento si dà nome Ansar Allah ovvero “partigiani di Dio”.

Grazie alla sua abilità politica e militare, negli anni il movimento Houthi riesce a imporsi nella zona nord dello Yemen fino alle coste del Mar Rosso. La capacità di Husayn Al Houthi è di muoversi in diverse direzioni parallelamente, ne è un esempio la gestione delle vicende intorno al presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh. Nel 2002 il leader degli Houthi scandisce il più noto slogan del movimento (che è riportato nel logo), «Allah è il più grande, morte all’America, morte a Israele, maledizione sugli ebrei, vittoria all’Islam», e si scaglia contro il regime di Saleh. Il presidente è criticato per aver stretto un’alleanza militare con gli Stati Uniti ottenendo fondi destinati alla lotta agli jihadisti, che però vengono utilizzati da Saleh per combattere gli Houthi e le tensioni portano alle guerre di Saada, che vedono scontrarsi il movimento e l’esercito regolare yemenita per 6 volte tra il 2004 e il 2010. Nel 2004 viene ucciso Husayn Al Houthi e la violenza dell’esercito yemenita convince molti giovani sciiti a unirsi al movimento. Nel frattempo, mentre cavalcano la protesta anti-Saleh, gli Houthi siglano un’alleanza con lo stesso presidente e le tribù che lo appoggiano (con l’obiettivo di minare il governo di transizione sostenuto dall’Arabia Saudita) e nel 2015 con l’aiuto fondamentale dell’esercito fedele a Saleh il movimento riesce a prendere il potere a Sanaa. La reazione dell’Arabia Saudita, che organizza una coalizione militare araba contro gli Houthi, porta alla sanguinosissima guerra civile nel Paese – un accordo per una tregua è raggiunto solo nel 2022 e il cessate il fuoco è in vigore dal settembre 2023 – che vede da una parte l’Arabia Saudita sostenere le forze del governo yemenita e dall’altra l’Iran dalla parte degli Houthi. In questo contesto il movimento fa proprio il nazionalismo yemenita contro le bombe saudite che dilaniano il Paese, ottenendo maggiore consenso tanto da ottenere, nel 2017, pieno potere nella zona Nord del Paese e uccidere il presidente Saleh.

Il governo instaurato dagli Houthi non viene riconosciuto internazionalmente, nel Paese vengono perseguite le minoranze e incarcerati i giornalisti, inoltre dopo la riforma del sistema educativo il pensiero di Husayn Al Houthi viene insegnato nelle scuole e nelle moschee. Secondo i dati dell’Unicef il movimento arruola come soldati bambini a partire dai 10 anni di età e impone la figura del “mahram”, il guardiano maschio che vigila sugli spostamenti delle donne. L’unico Paese a riconoscere il governo Houthi è l’Iran, che vi invia un ambasciatore; il legame con Teheran deriva dal fondatore Husayn Al Houthi che nel Paese (e in Sudan) ha studiato e nelle parole antiamericane, antisioniste e antisemite del motto del 2002 riecheggiano le tematiche proprie di Khomeini (leader sciita, seppur duodecimano), Guida suprema dell’Iran dal 1979 al 1989. È grazie a questo potente alleato che gli Houthi riescono a creare l’arsenale utile a mettere in ginocchio il trasporto nel Mar Rosso. Infatti, violando l’embargo dell’ONU, Teheran fornisce armi e addestra i miliziani Houthi in un’ottica anti-saudita; inoltre un altro alleato del movimento è l’organizzazione paramilitare islamista sciita del Libano Hezbollah e il cui segretario Hassan Nasrallah sarebbe fonte di ispirazione per Abdel Malek Al Houthi.

Come sostiene l’esperta di Yemen contemporaneo Elizabeth Kendall la forza del movimento Houthi è quella di presentarsi come autentico patriota e difensore della nazione yemenita, inoltre, fa notare l’analista del centro studi britannico Chatham House Farea al Muslimi, per gli Houthi la guerra a Gaza “è un’enorme opportunità di ottenere legittimità nella regione” e ottenere il riconoscimento anche fuori dal Paese della legittimità del loro potere.

Il destino della zona è dunque ancora tutto da scrivere, drammaticamente senza la parola pace.