Il presidente del Movimento Europeo Pier Virgilio Dastoli ci spiega a che punto è il cantiere per il federalismo europeo, fra resistenze dei Governi e progressi già fatti

Si dice che il colore preferito di un bambino sia quello più consumato nella sua scatola di matite a pastello. Se così fosse, oggi il federalismo europeo, ovvero la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, sarebbe realtà già consolidata da decenni di dibattiti e chilometri di scritti. Quel pastello abusato, forse, non è però andato sprecato: se davvero l’Europa non è un palazzone affollato che produce scartoffie ma, come nelle migliori intenzioni dei primi europeisti, un cantiere perfettibile, allora nessun dibattito sul futuro dell’Unione sarà mai troppo utopistico. Ne è convinto il Movimento Europeo, una rete nata nel 1948 per contribuire alla costruzione di un’Unione “intesa secondo il messaggio di Ventotene che ispirò la resistenza e quale federazione fra tutti gli Stati Europei”, agendo in primis come “strumento di proposta, stimolo e pressione”. Un macro-contenitore insomma che, attraverso le sue espressioni nazionali, mette a sistema tutti i federalisti d’Europa.

In occasione del subentro della decima legislatura europea il Movimento ha diffuso un documento contenente 10 priorità da perseguire per realizzare quel federalismo politico già teorizzato da tanti. Lo slogan è chiaro: superare definitivamente l’Europa delle Nazioni e inaugurare quella dei popoli, e a tale scopo “non è necessario distruggere le Nazioni, indebolire il patriottismo. Al contrario la stessa concezione di una federazione contiene e suppone una pluralità di Nazioni, una distinzione fra Stati, una diversità: quindi la patria, ma anche il proprio villaggio!” spiegava un precursore del federalismo applicato in Europa come Charles Lemonnier nel 1872. La storia, lo sappiamo, è andata diversamente. Nel dopoguerra il dibattito sull’Europa ha contrapposto un approccio funzionalista e uno federalista. Il primo, che si impose sul secondo, riteneva che l’integrazione politica degli Stati sarebbe stata la naturale conseguenza della costruzione di un mercato unico, ufficialmente inaugurato con i Trattati di Roma del 1957. Oggi l’economia reale ha ampiamente smentito questa tesi, lasciandoci alle prese con gli strascichi di tante contraddizioni. Banalmente, il fatto che il Parlamento europeo non abbia il potere di iniziativa legislativa (con rare deroghe), o che non sia direttamente coinvolto nella scelta del capo della Commissione (al netto del suo investimento con voto di fiducia e della possibilità di respingere un candidato commissario), con un Esecutivo volutamente bicefalo che nel garantire un bilanciamento fra cittadini e Governi finisce spesso per favorire i secondi. Negli anni il sogno di Lemonnier è stato raccolto da tanti che hanno creduto e credono che il sistema migliore per garantire la giusta compartecipazione democratica sia un assetto federale: «il trasferimento di competenze e funzioni del vecchio Stato nazionale verso l’alto, sul piano sovra-nazionale, dovrà essere bilanciato da un simultaneo trasferimento verso il basso, ai livelli regionali e locali» ripeteva indefesso anche Alex Langer da presidente dei Verdi al PE, che per la Federazione europea sognava un regionalismo contemporaneamente bottom up e top down.

Che ne rimane oggi di questo sogno federalista? Il cantiere per una riforma strutturale dei Trattati europei è più fervido di quanto non credano gli eterni euroscettici. In Italia è la lista Stati Uniti d’Europa (formata dall’alleanza di Italia Viva e +Europa) a portare la fiaccola del federalismo, ma la messa in discussione di principi quali l’approccio intergovernativo e l’unanimità (anziché maggioranza) accomuna un ampio fronte di forze tanto progressiste quanto popolari. Abbiamo chiesto a Pier Virgilio Dastoli, presidente del Movimento Europeo Italia, di raccontarci a che punto è questo cantiere. «Il Movimento ha le idee molto chiare sui mattoncini che lastricano il percorso verso un più rappresentativo federalismo, a partire dalla figura di un presidente unico», ci spiega. «Nel nostro mirino c’è soprattutto l’intergovernativismo, tendenza pienamente racchiusa nel voto all’unanimità in seno al Consiglio. Una regola che tiene in ostaggio l’autonomia decisionale dell’Unione Europea a vantaggio delle logiche politiche interne dei singoli Stati, con le parti che per preservare sé stesse paralizzano l’azione collettiva dell’Unione finendo per danneggiarsi da sole. Quanto è sostenibile perseguire un meccanismo che per sua natura favorisca lo stallo?» si chiedono i federalisti.

C’è poi l’idea di liste transnazionali, che non solo consentirebbero ai cittadini di trasformare un voto di appartenenza in una scelta veramente libera da confini e condizionamenti, ma che spianerebbero la strada ad un’azione politica più coesa e coerente. «La riluttanza ad adottare liste elettorali transnazionali non è solo italiana ma riguarda tutta l’Europa. Alla fine del 2022 una larga maggioranza del PE ne ha chiesto l’introduzione al Consiglio, che però non ha preso in considerazione l’istanza». È vero, d’altro canto, che su alcuni temi si è accelerato il processo di unificazione politica, a partire dalla difesa. Il Movimento caldeggia l’“integrazione degli strumenti di difesa nazionali” quali un’intelligence comune, un diritto penale europeo e una Procura europea rafforzata, fiducioso che “entro la prossima legislatura potremo configurare un modello di difesa europea più consistente grazie a cose molto pragmatiche di cui si sta discutendo già, come l’acquisto di beni militari a livello europeo o il controllo della vendita di armi sui Paesi terzi”. Per un esercito comune, va detto chiaramente per distinguere i proclami dai diversivi, è ancora presto, ma gli elementi su cui lavorare non mancano. «In questo dibattito rientra anche l’istituzione di un rappresentante della politica estera dai poteri rafforzati, come naturale formalizzazione di un’idea di politica e difesa comune che oggi, purtroppo, ancora non esiste» aggiunge Dastoli. Un tale ripensamento delle nostre istituzioni passa necessariamente per un processo costituente di modifica dei Trattati. Nella storia dell’UE il processo di revisione si è più volte arginato oltre che sugli stalli della politica anche in alcuni casi limitati sul volere popolare. Pensiamo ai referendum bocciati nel 2005 in Francia e Paesi Bassi (la Costituzione europea fu ratificata da 13 Paesi, fra cui l’Italia). Come si supera l’impasse? «La ratifica del nuovo Trattato – ne è certo Dastoli dovrà avere un carattere europeo: il nostro Movimento sostiene l’idea di un referendum paneuropeo, il cui processo non sia la somma dei singoli voti nazionali, preda di beghe politiche interne e particolari, ma il risultato di un dibattito davvero comunitario di cui l’unico protagonista sia il cittadino europeo, e non lo Stato nazionale».

Su tutti questi scogli si erge poi un iceberg: nonostante l’imposizione dell’approccio funzionalista su quello federalista, la costruzione di un sistema economico europeo davvero integrato è lungi dall’essere completata. Fatta la moneta, rimane incompiuta l’armonizzazione dei sistemi economici così come sono ancora pochi gli spazi per una politica economica (e non meramente monetaria). In una parola, il debito comune: «pragmaticamente, ci si renderà conto che questa è l’unica strada percorribile. L’idea è quella di istituire un margine di debito che non sarà saldato con le risorse proprie dei singoli Stati ma che sarà in capo ad un bilancio europeo, finanziato con imposte europee comuni». Le resistenze ad un debito pubblico sono ancora accesissime, con la Germania che guida il fronte del No e i Partiti sovranisti come ECR e ID fortemente contrari.

Quella del Movimento, chiosa Dastoli, è una crociata non più rimandabile. «Non è immaginabile che un’Europa a 27 possa funzionare con le stesse regole anche quando saremo un’Unione a 35. Una riforma in tal senso è inevitabile e sarà sicuramente al centro della prossima legislatura, consapevole che ogni revisione dei Trattati dovrà avvenire prima di ogni ulteriore allargamento». Nel suo giardino di Saint Peter Port nell’isola di Guernsey, dove visse un lungo esilio, Victor Hugo aveva piantato una quercia: «quando quest’albero sarà maturo, esisteranno gli Stati Uniti d’Europa». Le radici sono ormai ben profonde: questo è il tempo di raccogliere le ghiande.

BOX – Quali partiti sostengono il federalismo europeo?

In occasione del rinnovo del Parlamento, il Movimento ha sottoposto ai candidati la sottoscrizione di alcuni obiettivi chiave. Chi ha risposto alla chiamata federalista? L’ampia adesione ha ricalcato una netta bipartizione dell’agone politico: da un lato gli europeisti, dall’altro i sovranisti. Così Partito Democratico, Stati Uniti d’Europa (Italia Viva e +Europa), Movimento5Stelle, Azione e AVS – Alleanza Verdi Sinistra Italiana si sono impegnati a riprendere in mano quel processo costituente già più volte naufragato e culminato nel compromesso al ribasso del Trattato di Lisbona (2009). Fa eccezione Forza Italia che, pur sostenendo nel suo programma la bontà di molte riforme condivise con i federalisti, non ha ufficialmente aderito alla piattaforma del Movimento.