È morto di cancro a 76 anni O.J. Simpson, ex campione americano accusato e poi prosciolto dell’omicidio dell’ex moglie nel ’94
La morte è il più grande livellatore dell’universo: appiana la storia, azzera i conti, ferma il contagiri. Ma ci sono casi in cui questa enorme forza livellatrice non basta: è quello che succede quando un essere umano si è mosso così abilmente tra luci e ombre, animando così profondamente controversie personali e politiche, che la sua dipartita non solo non concede tutte le risposte ma diventa a propria volta un enigma da aggiungere ai precedenti.
È il caso senza dubbio dell’ex campione di football americano O.J. Simpson, all’anagrafe Orenthal James, morto l’11 aprile del 2024 a 76 anni: da tempo l’ex star lottava contro il cancro alla prostata e, come comunicato dalla famiglia sui social, la malattia ha avuto infine la meglio sull’uomo che neanche la giustizia era mai riuscita a piegare. Simpson, seppur già famoso in tutto il mondo per la sua carriera sportiva nella Nfl con la maglia dei Buffalo Bills prima e dei San Francisco 49ers dopo, ha raggiunto l’apice della celebrità in modo poco ortodosso, con quello che è stato rinominato “il processo del secolo”, per la morte della ex moglie Nicole Brown e di un amico. Accusato del duplice omicidio e poi assolto, Simpson ha diviso l’opinione pubblica negli anni ’90 e ha continuato a farlo nei decenni a venire: la sua storia può essere per molti versi considerata la base del True Crime mainstream per cui oggi impazzano canali social e podcast.
Chi era O.J. Simpson
Nato a San Francisco nel 1947, O.J. Simpson è cresciuto con la madre, Eunice Durden, che nella vita faceva l’amministratrice ospedaliera. Suo padre, Jimmy Lee Simpson, era uno chef e custode di banca, ma anche una famosissima drag queen: divorziò da Eunice quando il piccolo O.J. aveva cinque anni, e da quel momento fu più che altro una figura a margine nella vita del ragazzino fino alla sua morte per Aids; O.J, dal suo canto, crescendo divenne quel che si suol definire “un adolescente problematico”. Entrò molto giovane a far parte di una gang di strada nota con il nome di “The Persian Warrior” e fu arrestato per alcuni reati minori: passò un breve periodo nel carcere minorile del San Francisco Youth Guidance Center. A 20 anni si sposò per la prima volta con una donna di nome Marguerite L. Whitley, da cui ebbe i primi due figli, Arnelle e Jason, e la piccola Aaren. Nel frattempo la stella di O.J. aveva iniziato a brillare: uscito dal college, nel 1969 indossò la maglia dei Buffalo Bills, che lo scelsero come primo assoluto al Draft di quell’anno. Già all’università era un campione: aveva vinto tutto ciò che si poteva vincere, e cominciò a far sfigurare i professionisti nella Nfl non appena mise piede in campo. I cronisti dell’epoca erano soliti dire che quel ragazzone ben piazzato aveva “le ali ai piedi”. E dagli stadi arrivava un tifo esagerato: “Corri OJ, Corri” si sollevava come una sol voce dagli spalti.
Con il successo nel football iniziò una seconda vita per Simpson. La sua velocità nella corsa, la sua bravura nello sport, non gli aveva permesso solo di seminare gli avversari in campo: aveva lasciato indietro, nella polvere, anche la povertà della sua infanzia, della sua adolescenza, e mordeva il freno per avere sempre di più. Furono gli anni dell’esplosione: aveva tagliato il traguardo del successo e non intendeva fermarsi, ogni obiettivo era più vicino del precedente.
Rimase coi Buffalo Bills fino al 1978: fu miglior running back sia nel ’72 che nel ’73 e cominciò a guardare oltre, allungando il mirino fino a Hollywood, mentre la sua squadra del cuore, i 49ers, gli offriva una maglia. Ma nel 1979 fu costretto a una brusca frenata: la sua figlia più piccola, Aaren, due anni, morì annegata nella piscina della casa di famiglia. La tragedia distrusse il matrimonio con Whitley: il divorzio arrivò nello stesso anno.
Fu a questo punto che iniziò una sorta di terza vita per il campione: riposta nel cassetto la maglia dei 49ers, rivolse la sua attenzione al cinema. Aveva già accettato piccoli ruoli a Hollywood: nel 1974 era comparso in “L’inferno di cristallo”, nel 1976 in “Cassandra Crossing”, l’anno seguente in “Radici” e ancora nel 1978 in “Capricorn One”. Ma il successo davanti alla cinepresa arrivò con la trilogia di “Una pallottola spuntata”, che uscì nel 1988, poi nel 1991 e poi l’ultimo nel ’94. Sull’onda del successo, Simpson fondò una casa di produzione, la Orenthal Production. E, sul fronte privato, archiviato ormai il divorzio sposò in seconde nozze Nicole Brown, che nella vita faceva la cameriera in un night club. Una sorta di storia alla Pretty Woman, ma con un finale decisamente più drammatico. Da Brown, l’ex campione del football americano ebbe altri due figli: Sydney Brooke e Justin Ryan.

Il caso Simpson
C’erano molti motivi per cui gli Stati Uniti amavano O.J. Simpson. Nell’arco di un decennio era diventato un fenomeno, una celebrity, un idolo tanto dell’America bianca quanto dell’America nera. Aveva unito forse per la primissima volta le due ali di un Paese che persiste diviso ancora oggi, le aveva legate con il fiocco dell’ammirazione per un campione che sorrideva sempre, che non negava mai un autografo, che non faceva che ringraziare, che stringeva mani e baciava bambini. Un campione che faceva sognare l’America bianca che conquistava il mondo e l’America nera che vedeva in quella stella un riscatto di cui aveva ancora disperatamente bisogno.
Un fiocco che venne tagliato in modo brutale all’inizio degli anni ’90: e ciò che era stato unito sotto il segno del campione allo stesso modo – e dalle stesse mani – bruscamente venne reciso.
Il matrimonio tra O.J. e Nicole Brown non superò la “crisi del settimo anno”, se a tal leggenda si vuol dare credito. In verità non era stato particolarmente felice nemmeno prima: lei aveva accusato il marito di abusi coniugali nel 1989, Simpson “era violento, era geloso, era ingovernabile”. Si separarono, e il 25 febbraio del 1992 il divorzio venne reso ufficiale.
Due anni dopo, il 13 giugno del 1994, Nicole Brown venne trovata morta insieme all’amico Ronald Lyle Goldman davanti alla porta della casa in cui viveva, con i figli che dormivano al piano superiore. Entrambe le vittime erano state massacrate a coltellate: Nicole aveva la testa quasi staccata dal corpo, era stata colpita 12 volte al collo; anche le mani erano tagliate, segno che avesse provato a difendersi. Goldman era morto per 20 coltellate inferte dalla stessa lama. La morte risaliva alla notte precedente.
I sospetti si concentrarono immediatamente su O.J. Simpson: la violenza era tipica di un delitto passionale, l’uomo era già stato accusato da Brown di abusi; in più, in quella notte tra il 12 e il 13 giugno Simpson aveva comprato un biglietto aereo ed era volato a Chicago alle 23:45.
Rientrato a Los Angeles, O.J. venne condotto in manette alla centrale di polizia, venne interrogato, ma fu rilasciato tre ore dopo: tornato a casa assunse immediatamente come legale Robert Shapiro. Intanto le indagini proseguivano: nel giardino dove era morta Nicole vennero trovate macchie di sangue compatibili con il dna di Simpson, e venne rinvenuto anche un guanto insanguinato, che sarebbe poi diventato fondamentale nel processo giudiziario.
Con queste prove alla mano, gli investigatori accusarono formalmente Simpson di duplice omicidio di primo grado ma, quando andarono a prenderlo a casa di un amico da cui si era rifugiato, nella valle di San Fernando, scoprirono che era fuggito dal retro a bordo di una Ford Bronco bianca, di proprietà dell’ex compagno di squadra Al Cowlings. La macchina venne intercettata sull’autostrada 405 e partì un lungo inseguimento che venne seguito in diretta da oltre 75 milioni di telespettatori. Fu lo stesso Simpson ad arrendersi, dopo aver minacciato di suicidarsi più volte. La corsa finì davanti a casa sua, Cowlings scese dall’auto e un’ora più tardi dopo una lunga trattativa con la polizia, Simpson si consegnò.

Il processo del secolo
Ebbe inizio con la resa di O.J. Simpson il processo più pubblicizzato di sempre, l’ultimo completamente “analogico” del mondo, prima dell’avvento di internet. La giostra cominciò il 9 novembre del 1994 e a seguire Simpson c’era quello che venne rinominato il “dream team”: non solo Shapiro ma anche alcuni dei più importanti e celebri avvocati del Paese. L’accusa era invece in mano a una donna, Marcia Clark, e la giuria era composta da 7 afroamericani, quattro caucasici e un ispanico.

La difesa di Simpson giocò tutto sull’elemento razziale: il campione divenne così un personaggio incredibilmente divisivo, così come fino a quel momento era stato memento di unità. Era bello, era ricco, era famoso, ma era anche nero e la difesa insistette su quest’ultimo punto dichiarando che era per questo che i poliziotti volevano incastrarlo.
Gli Usa dell’epoca non erano molto diversi dagli Usa di adesso (purtroppo): per gli avvocati non fu difficile togliere Simpson dal banco degli imputati e metterci il distretto di polizia, che due anni prima aveva ammazzato di botte un uomo nero disarmato. A mano a mano che si proseguiva, il processo assunse le sembianze di una farsa: Marcia Clark (che era stata così brava fino a quel momento che ogni processo in cui rappresentava l’accusa era finito con la condanna dell’imputato) venne screditata, attaccata per come vestiva, per la sua acconciatura, vennero persino pubblicate alcune sue vecchie foto in topless scattate durante una vacanza col marito a St. Tropez. I pm puntarono su un testimone chiave che era un poliziotto bianco molto vicino al Ku Klux Klan ed emersero delle registrazioni di qualche anno prima in cui affermava cose tipo “andrebbero bruciati tutti i neri e i messicani”. Insomma: nonostante la mole di prove a suo carico (compreso il guanto insanguinato che poi Simpson si provò in diretta per dimostrare che non era della sua taglia) il 3 ottobre del 1995 la giuria si riunì e in meno di quattro ore stabilì il verdetto: innocente.

L’uomo, il simbolo, il killer
Nel 2017 il regista Ezra Edelman vinse l’Oscar per il suo documentario sul processo Simpson, “O.J.: Made in America” con il quale non tentò di rispondere alla domanda delle domande, “è stato lui?”, ma si concentrò piuttosto su ciò che Simpson era diventato, su cosa aveva influito così tanto sul processo. L’ex star del football era diventato un simbolo, di razza, classe sociale, celebrità. Un eroe nero. Il colore della sua pelle in un momento storico in cui a Los Angeles i neri venivano costantemente discriminati e abusati, era importantissimo: era come un faro, un segno di speranza, e non poteva essere considerato colpevole dell’omicidio di due bianchi perché la sua assoluzione in qualche modo leniva tutto ciò che i neri avevano dovuto subire in America nel corso dei secoli. Nello stesso documentario, un’anziana giurata ammette – ridendo – “ti abbiamo dato una mano, OJ“.

Nel 2007 uscì anche un libro, a firma O.J. Simpson: “If I Did It: Confessions of the Killer“. Un volume tramite cui l’ex campione ammette tutto partendo dal paracadute del “Se fossi io il colpevole”, e servendosi di questo stratagemma racconta gli omicidi con dovizia di particolari, sottolineando cose che – a chi scrive – sembra impossibile si potessero immaginare senza esser stati presenti sulla scena.
Eppure la verità, Simpson se l’è portata nella tomba. Perché l’omicidio della sua ex moglie e dell’amico di lei si è concluso in un “cold case”, è rimasto – più o meno – senza una risoluzione. Sono morti, ma nessuno sa chi li ha uccisi.
Oppure tutti lo sanno, ma in fondo che importa? Negli Stati Uniti quando un processo penale si conclude, è chiuso. La persona interessata non potrà essere perseguita più per lo stesso crimine.
È per questo che c’è stata sì una seconda causa ma solo in sede civile, portata avanti dalle famiglie delle vittime. E in quest’altra aula Simpson ha perso, è stato ritenuto responsabile dei due omicidi ed è stato condannato a pagare un risarcimento di 67 milioni di dollari alle famiglie di Brown e Goldman.
La quarta e ultima vita di Simpson fu meno smagliante delle precedenti e, infine, l’arresto arrivò. Non per gli omicidi per cui era stato accusato, no: nel 2007 venne arrestato per furto con scasso, accusato di aver rubato dei cimeli da una stanza d’albergo a Las Vegas; fu condannato per rapina e sequestro di persona a 33 anni di carcere, ne scontò solo 10. Nel 2017 venne messo in regime di libertà vigilata, nel 2021 terminò la sua pena e venne considerato un uomo libero.
La libertà lui l’aveva agognata e poi modellata finché non aveva finito per somigliare a una nuova prigione: libertà dalla povertà della sua infanzia, dal dolore del suo primo matrimonio, dalle pene del secondo; libertà da una condanna che non è arrivata e da un’accusa su cui lui ha scritto un libro perché si è dichiarato innocente ma ha avuto la necessità di dichiararsi anche colpevole; libertà da sé stesso forse, libertà di potersi pagare un dream team, libertà di poter comprare la felicità, mai la serenità.
Non parlò mai più di quanto accaduto nel 1994, nemmeno quando la malattia lo sottopose al suo ultimo processo, il più impietoso di tutti.
Oggi a noi rimane poco altro da dire. I segreti di O.J. Simpson verranno sepolti sotto terra con lui, quelli di Brown e Goldman sono ormai cenere. La tragedia ha perso i connotati della realtà e fa ormai parte solo di una storia: quella di un Paese – ma forse proprio di un mondo – diviso che non ha mai fatto pace con sé stesso. Che forse non la farà mai.
di: Micaela FERRARO
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