Pizzigoni, giornalista e scrittore esperto di calcio sudamericano, racconta l’imminente competizione continentale d’oltreoceano

L’edizione numero 108 della Copa America è pronta a decollare: si tratta della più antica competizione calcistica tra nazioni; la prima edizione dell’Europeo risale solo al 1960. Giovedì 20 giugno alle 20 (in Italia saranno le 2 di venerdì), al Mercedes Benz Stadium di Atlanta, in Georgia, l’arbitro fischierà il calcio d’inizio tra i campioni in carica, nonché del mondo, dell’Argentina e il Canada. 

Solo dall’incipit, si evidenziano le due (quasi) novità: un accordo tra CONMEBOL, cioè la Confederación sudamericana de Fútbol, e la CONCAF, Confederation of North, Central America and Caribbean Association Football ha decretato che il torneo si giochi negli Stati Uniti e che sia allargato a 16 squadre, rispetto alle tradizionali 12. Era già capitato nel 2016, in occasione del centenario della Confederación. Non solo: il torneo era programmato per il 2023, ma la confederazione sudamericana ha trovato un accordo con la UEFA per disputare il campionato europeo e la Copa América durante lo stesso periodo a partire dal 2020, così da facilitare la partecipazione dei calciatori che militano in Europa. Con grande gioia dei club. 

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Di tutto questo, dei gironi e dei pronostici ce ne parla Carlo Pizzigoni, giornalista sportivo esperto della realtà sudamericana e scrittore (la sua ultima fatica è “Locos por el futbol”, con prefazione di Federico Buffa e postfazione di Daniele Adani, edito da Sperling & Kupfer, come i suoi precedenti lavori). «Per una serie di situazioni, tra cui la presenza di Lionel Messi nel Club Internacional de Fútbol Miami, ma soprattutto la possibilità di testarsi per il Mondiale 2026, che si svolgerà tra Canada, Messico e Stati Uniti, si è preferito un po’ allargare i confini tradizionali della Copa (che coinvolge le squadre del Sudamerica, ndr). A me lascia perplesso questa cosa, ma è il calcio moderno, adeguiamoci».

Carlo Pizzigoni – foto Pizzigoni

Con questa formula allargata, tra le qualificate troviamo la Giamaica, un po’ a sorpresa.

«In generale la zona della CONFCAF (che comprende Nordamerica, Centroamerica e Caraibi) non è ipercalcistica, a parte il Nord, che comprende anche il Messico, quindi può capitare che nelle qualificazioni salti fuori la sorpresa di turno. Non mi stupisco ma, certo, il livello non è elevatissimo».

Mi ha stupito la scelta delle città: ci sono città importanti, come Atlanta per il calcio d’inizio e Miami per la finale, ma le altre sedi sono cittadine semi sconosciute agli europei, come Charlotte in North Carolina piuttosto che Paradise, in Nevada. 

«La designazione è stata fatta di concerto con la federazione statunitense e la volontà è quella di portare pubblico nelle città dove si vuole sviluppare calcio. La finale, dicevamo, si giocherà a Miami, una città simbolo per il mondo sudamericano: fino a poco tempo fa “cubana”, adesso totalmente latinoamericana. Era la sede più appropriata per l’evento più importante della Copa». 

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Rispetto alle grandi favorite, cioè Argentina e Brasile, c’è una possibile “sorpresa”? Magari non per la vittoria, ma per il podio. 

«Io direi l’Uruguay, per l’allenatore Marcelo Bielsa (argentino, ndr), che se lo merita e ha anche la possibilità di farcela. Se le partite pre-competizione hanno un valore, l’Uruguay (che ha battuto il Messico fuori casa per 4 a 0, nell’ultima amichevole, ndr) ci arriva bella convinta. Ha una storia molto legata alla Copa, ne ha vinte 15, come l’albiceleste, l’ultima nel 2011. È passato un po’ di tempo. Però è ovvio che è Paese che vive un mondo a sé: molto piccolo ma che ha prodotto grandissimi talenti, come Luis Suarez, Edison Cavani e molti altri. Nel calcio, non sempre il più grande vince». 

Luis Diaz, Colombia, contro Nahitan Nandez dell’Uruguay – Ansa

Vediamo un po’ i gironi, l’A comprende Argentina, Perù, Cile, Canada. Oltre ai campioni del mondo, nonché detentori del titolo continentale, qual è la nota?

«Ci sono due Paesi, Perù e Cile, che hanno una grande storia calcistica, ma stanno attraversando una crisi di rinnovamento e vivendo un momento non proprio florido. Il Cile sta quasi abbandonando la generazione d’oro, quella di Alexis Sánchez, di Arturo Vidal, e il ricambio non è avvenuto in toto. Il Perù da tempo non sforna giocatori di alto livello, però sono sempre partite interessanti. La Blanquirroja Los Incas con Ricardo Gareca aveva fatto bene, ora gli è subentrato Jorge Fossati, ma il livello non è altissimo. Al contrario, il Canada è una squadra in forte ascesa: forse potrebbe esserci una sorpresa».

Il girone B invece comprende Messico, Ecuador, Venezuela e la già citata Giamaica.

«Il Messico sta vivendo una crisi da anni, con continui cambi di allenatore, che non fanno benissimo, a fronte di una grande pretesa da parte del pubblico di arrivare a livelli che sono consoni alla sua storia. L’Ecuador, invece, è una squadra in fortissima espansione, di tradizione, ed è nettamente favorita per questo girone: sono molto giovani e con voglia di imporsi. Sono guidati dall’ambizioso spagnolo Félix Sánchez che, non accolto bene dall’opinione pubblica in prima battuta, ha dimostrato di saper valorizzare i giovani talenti con la sua idea moderna di calcio. Sono sicuramente i favoriti, probabile seconda classificata il Messico».

Poi c’è il girone C, con Stati Uniti, il “suo” Uruguay, Panama e Bolivia. Mi sembra il gruppo dall’esito più scontato. 

«Sì. Panama è una squadra che ha una grande tradizione, li ho accompagnati nello scorso Mondiale in Russia, il loro esordio assoluto nella competizione. È stato molto bello: è un Paese che non appartiene né al nord, né al sud: sono una sorta di “terra di mezzo”, un paese latino ma con una forte presenza statunitense in virtù dell’importante canale commerciale. Non hanno mai trovato una reale identità, se non, appunto, quella di essere i “canaleros”. Al di là di questo, USA e Uruguay sono nettamente superiori. Infine, dispiace per la Bolivia: il suo principale talento, il 16enne Moisés Paniagua, sarà assente perché il padre non ha firmato in tempo i documenti per l’espatrio negli Stati Uniti». 

Dorival Junior, mister del Brasile – Ansa

Infine, abbiamo il gruppo con Brasile, Colombia, Paraguay e Costa Rica. Forse, a parte i verdeoro, quello più equilibrato per la lotta al secondo posto. 

«Secondo me, oltre all’Uruguay, la grande sorpresa di questa Copa sarà la Colombia: ha finalmente ritrovato una grande identità di gioco con il tecnico, arrivato nel 2022, Néstor Lorenzo: c’è il giusto incastro con i giocatori, le giuste motivazioni ed è davvero la squadra che mi convince di più. Non voglio sbilanciarmi a dire che potrebbero alzare la coppa, perché sono quasi certo che faranno una grande competizione». 

Sicuramente i carioca sono i secondi grandi favoriti. Come li ha visti?

«Partono con il solito fardello di dover vincere sempre: il secondo posto in Brasile non è accettato, figuriamoci perdere prima della finale. In più c’è questa Argentina che sta dominando un po’ ovunque. È un momento un po’ così, diciamo, ma è una squadra molto forte: dobbiamo ricordare che Vinícius Júnior, 23 anni, è stato protagonista della finale di Champions, vinta con il Real Madrid. Poi c’è la nuova promessa Endrick, classe 2006, che si è preso la maglia numero 9. È un momento di stallo ma anche di attesa per un nuovo percorso, magari con questo nuovo mister, Dorival Júnior, arrivato a gennaio; magari in una Copa America che i verdeoro hanno sempre un po’ snobbato (ne hanno vinte “solo” 9, ndr). Il Brasile è il Brasile, insomma». 

Occuparsi di calcio sudamericano non significa occuparsi solo di calcio. Che peso ha la “pelota”, o la “bola”, in questi Paesi che spesso vivono momenti di grave disagio sociale?

«Partendo dal presupposto che ci sono situazioni molto diverse da Paese a Paese, il calcio qui farte della vita molto più che in Europa ed è davvero parte integrante della società e le nazionali sono davvero qualcosa che uniscono, soprattutto in Argentina e Uruguay. Già in Brasile negli ultimi anni c’è stato un po’ di disinnamoramento, soprattutto per le questioni legate al presidente Jair Bolsonaro (che si appropriò dei colori della nazionale durante il tentato “golpe”, ndr). In generale l’approccio al gioco è sicuramente qualcosa di molto profondo, perché il campo non dà solo un risultato, ma un modo di vivere. Non è uno sport, ma vita quotidiana». 

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Esiste ancora una differenza di “scuola calcistica” tra Europa e Sudamerica? 

«Secondo me non ha mai avuto senso parlare di questo. Il Sudamerica è talmente diversificato, come del resto lo è l’Europa. Parlare di “stile sudamercano” come di “stile europeo” è una boiata, anche se so che va molto di moda, in Italia e non solo, frutto di anime superficiali. Pensiamo al Brasile: il suo stile di gioco è mutato negli anni. Viene ancora appiccicata l’etichetta di calcio “bailado”, ma è sbagliato: pensiamo alla squadra di Argentina ‘78, o a quella dei Mondiali del 1982 o a quella che ci ha battuto nel ‘94. Stesso discorso vale per l’Argentina. Ma anche per l’Italia, all’estero ancora zavorrata dal mito del “catenaccio”. E così per tutte le squadre. Sono discorsi da bar». 

Europeo e Copa America si giocheranno contemporaneamente. Cosa ne pensa?

«No. Dal punto di vista del fruitore mi dà molto fastidio: io vorrei godermele tutte, anche dal vivo. Ma non sono ubiquo. Ma la cosa peggiore è che facciano la finale nello stesso giorno. Ma sappiamo che chi governa queste confederazioni guarda al business».

Con buona pace degli appassionati. Buona Copa a tutti. 

di Giulia GUIDI

foto Ansa