Messner: “la lezione della tragedia in Marmolada è che quanto successo, da qualche parte, si ripeterà. Solo un salto di qualità culturale del turismo eviterà altre stragi”
Un anno fa, alle 13.43 del 3 luglio 2022, una valanga provocata dal collasso della calotta sommitale del ghiacciaio di Punta Rocca, sulla Marmolada, nelle Dolomiti, travolse 19 persone, uccidendone 11. La valanga era formata da circa 64.000 tonnellate di acqua, ghiaccio e detriti rocciosi e scese una velocità di 50-80 metri al secondo, non lasciando scampo a ciò che incontrava. Oggi, a un anno di distanza, la tragedia della “Regina delle Dolomiti” rappresenta ancora una ferita indelebile per il territorio.
Lo studio della tragedia
La tragedia è stata analizzata da un team di ricercatori internazionale coordinato da Aldino Bondesan dell’Università di Padova. Le ricerche – volte a identificare eventuali cause del collasso – hanno portato alla pubblicazione dello studio The climate-driven disaster of the Marmolada Glacier (Italy) sulla rivista Geomorphology. Il crollo, si legge, è avvenuto nella parte alta del versante settentrionale della Marmolada alla quota di 3213 m e ha interessato un lembo sommitale del ghiacciaio, nei pressi di Punta Rocca. Dopo la sua corsa la valanga si è arrestata in un canalone dopo aver percorso circa 2,3 km lungo il pendio.
Così Bondesan spiega: «un’analisi dettagliata delle immagini satellitari e aeree stereoscopiche, scattate prima e dopo l’evento, ci ha consentito di analizzare le modalità di collasso. Il distacco è stato in gran parte causato da un cedimento lungo un crepaccio mediano, in parte occupato da un enorme volume di acqua di disgelo generato dalle temperature altamente anomale della tarda primavera e dell’inizio dell’estate. Al momento dell’evento erano stati raggiunti in quota i 10.7 C. La fitta rete di crepacci insieme alla morfologia e alle proprietà della superficie rocciosa basale hanno predisposto questo settore glaciale al collasso, la cui causa scatenante è da individuarsi nella pressione sovrastante causata dall’eccesso di acqua di fusione».
E ancora: «sono stati individuati due meccanismi concomitanti che hanno provocato l’instabilità con conseguente crollo improvviso del ghiacciaio: l’acqua infiltrata all’interno di un crepaccio del ghiacciaio ha causato da sotto una pressione tale da sollevare lo strato di ghiaccio; quando l’acqua è penetrata all’interno dei sedimenti basali si è verificata una spinta al galleggiamento, essendo il ghiaccio meno denso dell’acqua».
Nessuna responsabilità umana
Per quanto avvenuto quel 3 luglio di un anno fa, la Procura di Trento ha stabilito che non c’è responsabilità umana. Le perizie hanno infatti stabilito che non è stato l’uomo ad aver provocato lo slittamento del seracco ma che le cause sono riconducibili a eventi della natura. Il 21 giugno scorso l’inchiesta è stata definitivamente archiviata dal Gip del Tribunale di Trento.
Il ricordo a un anno di distanza
L’anniversario è stato commentato dal governatore della Regione Veneto, Luca Zaia: «il Veneto è stato il territorio che ha avuto il maggior numero di vittime, 8 sono i veneti che hanno perso la vita: Filippo Bari, Tommaso Carollo, Paolo Dani, Nicolò Zavatta, Davide Miotti, Erika Campagnaro, Gianmarco Gallina e Manuela Piran. Una tragedia che ha colpito chi la montagna l’amava, la viveva e la affrontava pienamente. Una tragedia che ha lasciato il segno: un dolore indimenticabile nelle famiglie delle vittime e dei feriti, di chi si è speso per portare aiuto. I segni sul ghiacciaio della Regina delle Dolomiti – aggiunge – si possono ancora osservare, è una ferita aperta. Ricordo quel giorno, domenica 3 luglio. Il sole splendeva, sembrava un giorno perfetto per una scalata, almeno per le cordate di alpinisti che si erano avventurate sulle nostre Dolomiti. Era caldo, troppo caldo per quella zona dell’area dolomitica. Alle 13.43 è scoppiato il Big Bang: è l’ora in cui si è registrato il crollo della parte sommitale del ghiacciaio e il distacco di una massa enorme di ghiaccio e pietra che ha travolto i malcapitati. Se prima c’era il sole con la sua luce e la spensieratezza che li avvolgeva, immediatamente dopo è piombato il buio, il silenzio e la catastrofe».
Tra le 11 vittime, oltre i nomi ricordati da Zaia, c’erano anche una trentina, Liliana Bertoldi, e due alpinisti della Repubblica Ceca, Pavel Dana e Martin Ouda.
Nella giornata del ricordo verrà celebrata una messa a Passo Fedaia sul piazzale a monte del rifugio Cima Undici. Successivamente, in uno spazio di meditazione situato poche decine di metri più in alto, sarà deposta una targa commemorativa. Alle commemorazioni parteciperà anche una rappresentanza dei soccorritori e delle istituzioni. La lapide recita: “Nel solco di questa roccia tanto amata nella stretta del candido ghiaccio avete lasciato la vita. A voi il nostro più caro ricordo e la nostra preghiera“.
«Il ricordo è un dovere nei confronti di una comunità che è stata colpita al cuore – ha detto il presidente della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, ricordando anche l’importante macchina dei soccorsi. – Si tratta di 127 operatori che intervennero sul ghiacciaio nel giorno dell’evento, con il supporto di altre 96 unità. Mette i brividi pensare che queste persone hanno rischiato la vita, mettendo al primo posto chi era stato coinvolto nell’emergenza. C’è il dibattito su chi vive la montagna, quanto la devi vivere e come la devi vivere. Io credo non debbano prevalere le ideologie: se da una parte abbiamo imparato che occorre fare il giusto monitoraggio su tutti gli aspetti di sicurezza, dall’altra parte non possiamo pensare che la montagna non possa essere vissuta. Serve il giusto mix: non deve vincere né l’ideologia di chi vuole per forza il turismo di massa senza regole e senza precauzioni, né di chi dice che le montagne devono essere chiuse. Le montagne non possono essere chiuse: in qualche modo ce lo ha insegnato chi le ha sempre vissute e anche quei ragazzi che stavano vivendo allora la Marmolada».
Messner, il “re degli Ottomila”
Reinhold Messner, l’alpinista re degli ottomila metri, è intervenuto ieri sera a Canazei nell’ambito della serata “Marmolada, il futuro della montagna al tempo del cambiamento climatico”. Ha detto: «la montagna è là e ci offre la possibilità di emozionarci. Contiene però per sua natura dei pericoli: si tratta di ambienti che non possono essere esenti da rischi. E allora noi non possiamo che accettarlo, ma per questo siamo chiamati a frequentare le vette con questa consapevolezza e usando la massima prudenza».
In un’intervista al quotidiano La Repubblica, l’alpinista ha aggiunto: «la lezione della tragedia in Marmolada è che quanto successo, da qualche parte, si ripeterà. L’alpinismo lo sa e ne tiene conto, il turismo no ed è vittima della propria essenza di massa. Solo un salto di qualità culturale del turismo eviterà altre stragi».
di: Alessia MALCAUS
FOTO: ANSA / Ufficio stampa Provincia Trento