Venezia è la prima città al mondo ad aver introdotto un vero e proprio biglietto di ingresso, ma altre località (italiane e non) avevano già intrapreso iniziative simili
Dal 25 aprile di quest’anno, per visitare Venezia è necessario pagare cinque euro: è la prima città al mondo a richiedere un biglietto di ingresso. L’iniziativa è limitata a 29 giornate all’anno, quelle di maggior affluenza, che coincidono con festività e ponti. Non sono (ancora) state istituite soglie massime o limiti alle presenze. Entrano gratis le persone residenti o nate nel comune di Venezia e in Veneto, i minori di 14 anni e i titolari della Carta europea della disabilità e relativi accompagnatori.
Soprattutto, non devono pagare il biglietto i turisti che pernottano a Venezia, dato che, oltre al conto dell’hotel, devono già versare una tassa di soggiorno da tre euro a persona a notte. Secondo i primi dati, in una settimana il Comune ha superato gli introiti previsti per i tre mesi di prova, con 723 mila euro incassati. La “delicata e fragile” – come il sindaco Luigi Brugnaro ha definito la città, presentando la novità alla stampa – ha bisogno di difendersi da turisti “mordi e fuggi”: nella maggior parte dei casi, non danno nulla alle attività commerciali veneziane, ma riempiono le borse di souvenir “made in China”, che rimpiazzano lo spazio lasciato vuoto dai panini portati da casa e mangiati lungo le calli e sui gradini dei monumenti.
Diversa, ma solo nella forma, l’iniziativa della Regione Liguria, che ha drammaticamente aumentato i prezzi del trasporto ferroviario in alta stagione all’interno delle Cinque Terre, quando i deliziosi borghi sul mare vengono assaltati da carovane di turisti, di passaggio per qualche ora. La stessa modalità è stata adottata da un’altra perla molto amata, l’isola di Capri: per raggiungerla, dal 1° aprile al 1° ottobre, vengono aggiunti cinque euro alla tariffa del biglietto del traghetto (esclusi i residenti). Se non sono ticket veri e propri, come il barcode adottato da Venezia, ci vanno molto vicino.
Le misure, i cui proventi vanno agli enti locali coinvolti per sostenere le attività turistiche, il mantenimento monumentale, ma anche per altri scopi (ad esempio, il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti ha dichiarato che, grazie agli introiti, verranno «finanziati gli abbonamenti scolastici degli studenti»), sono tipicamente italiane: quale altro Paese può fregiarsi di gioielli visitabili in una o mezza giornata, semplicemente sbarcando da un treno o da una nave da crociera a colazione per poi risalirvi all’ora dell’aperitivo? In tutti gli altri luoghi c’è la già citata tassa di soggiorno, che viene di solito aggiunta al conto dell’hotel.
Il concetto non è nuovo: da tempo è la norma per molti Paesi europei, come Grecia, Spagna e Germania, ed extraeuropei, in primis gli Stati Uniti (21 dollari all’ingresso). Il loro scopo è il medesimo: sostenere il turismo e le comunità locali.
La tassa di soggiorno fu inizialmente introdotta da alcuni governi con l’obiettivo di mitigare il turismo eccessivo e generare reddito dal gran numero di viaggiatori che entravano nel Paese. Tra i primi c’è stato il Bhutan che, da quando ha aperto le frontiere ai viaggiatori nel 1974, chiede ai turisti di pagare una notevole somma di denaro: attualmente è di quasi 200 euro al giorno. Il Paese utilizza la Daily Sustainable Development Fee nel tentativo di preservare la bellezza naturale e incontaminata dell’area e proteggere la cultura buddista tradizionale. Più recentemente, il governo indonesiano ha imposto una tassa di soggiorno di 10 dollari ai viaggiatori che visiteranno Bali; la maggior parte delle isole dei Caraibi applica una tassa di soggiorno e i prezzi variano a seconda dell’isola: a Santa Lucia, ad esempio, è intorno all’8%, mentre nella Repubblica Dominicana è del 18%.
Nel Continente europeo, entro il 2025, il Regno Unito imporrà un nuovo sistema chiamato Autorizzazione elettronica di viaggio (ETA), in base al quale i visitatori provenienti da Stati Uniti, Europa, Australia e Canada dovranno richiedere il permesso e pagare per entrare. La stessa UE inizierà ad implementare un nuovo visto turistico, in base al quale i cittadini extra-UE che viaggiano da fuori i confini dell’area Schengen dovranno compilare una domanda da 7 euro per entrare. E poi dovranno pagare la tassa locale, che varia da Paese a Paese, da città a città: ad esempio, a Vienna è del 3,2% del totale, a Bruxelles circa quattro euro, a Barcellona si pagano circa cinque euro al giorno.
Anche se la parola “turismo” viene coniata solo alla fine del XVIII secolo, la passione per i viaggi a scopo culturale o balneare coinvolgeva già gli antichi greci e romani: vi sono testi che possono essere considerate guide turistiche ante litteram, con la descrizione delle bellezze dei luoghi, ma anche delle infrastrutture per il viaggio e per il soggiorno. Tra le mete preferite, le Sette Meraviglie del Mondo ma, per una vacanza lontano dall’Urbe, anche i litorali del Sud d’Italia e le isole minori. Il turismo religioso ha invece origine in Oriente e in Medio Oriente, con i pellegrinaggi ai monasteri buddisti e alla Mecca.
Fino alla metà del secolo scorso, il turismo è rimasto un fenomeno altamente elitario, riservato a chi aveva grandi disponibilità di denaro senza l’impiccio del lavoro quotidiano: una vacanza durava mesi, non certo un weekend, o qualche ora. L’arrivo di un simile turista portava prestigio e ricchezza alle località visitate: per i giovani della nobiltà inglese, ma anche per gli scrittori e i poeti, il viaggio in Italia era una tappa quasi obbligatoria.
Niente di paragonabile al turismo moderno, che è un insieme di attività sempre più intensive, organizzate commercialmente e orientate al business di chi lo gestisce, non di chi (ormai) lo subisce.
In questo contesto, pagare un biglietto per vedere una tra le città più belle del mondo, e contribuirne così al mantenimento, è più che appropriato: una cifra simbolica, se rapportata ai canoni di Wi-Fi e Pay TV, che la bellezza la possono solo far immaginare.