Chi ne conosce, lo sa: Zamagni è uno dei narratori storici della competizione iridata su due ruote. Le sue riflessioni sulla stagione appena iniziata
Per la gioia di 500 milioni di appassionati, la stagione MotoGP 2025 è iniziata. Il calendario di quest’anno prevede 22 Gran Premi in 18 Paesi, con il ritorno di Brno nella Repubblica Ceca, con le sue ampie curve veloci e continui cambi di pendenza, e l’introduzione del nuovo circuito Balaton Park in Ungheria, nel quale tutti i team partiranno da zero, senza dati precedenti per le regolazioni. Un “circo” che vale circa un miliardo di euro all’anno. Per raccontare che stagione sarà, ma anche per assaporare, in questi minuti di lettura, cosa significa “una vita nei box”, lo storico inviato Giovanni Zamagni ha accettato di rispondere a qualche domanda.
Partenza ruvida: che MotoGP sarà?
«Mi aspetto una stagione davvero intensa, incentrata su una sfida che catturerà l’attenzione di tutti: quella tra Bagnaia e Márquez, entrambi su Ducati. È una rivalità che ha tutte le carte in regola per entrare nella storia di questo sport. Parliamo di due piloti con motivazioni altissime, ciascuno spinto da ragioni diverse ma altrettanto forti. Per Bagnaia battere Márquez a parità di moto significherebbe consolidare il suo posto tra i più grandi di sempre. Se riuscisse a dimostrarsi superiore su una moto identica a quella di Márquez, entrerebbe di diritto nella leggenda del motociclismo. Dall’altra parte, Márquez ha attraversato un inferno negli ultimi quattro anni: infortuni gravissimi, operazioni, dolori fisici e psicologici. E nonostante questo, ha lasciato tutto (contratto milionario con la Honda, una squadra solida, sponsor importanti) pur di accettare questa nuova sfida con la Ducati. Se dovesse riuscire a vincere il titolo mondiale dopo un periodo così difficile, a 32 anni, sarebbe un’impresa leggendaria, forse anche più grande dei suoi precedenti successi. Superare questi ostacoli lo porterebbe a un livello ancora più alto nella storia di questo sport».

Segue la MotoGP da tantissimi anni. Ha notato dei cambiamenti significativi rispetto a quando ha iniziato?
«Assolutamente sì. Nel corso degli anni, la MotoGP ha saputo evolversi diventando una categoria con un fascino incredibile. L’interesse del pubblico per la classe regina è cresciuto in maniera esponenziale, molto di più rispetto al passato. La tecnologia, l’organizzazione degli eventi e l’attenzione mediatica sono cresciuti a livelli mai visti prima. Tuttavia, se da un lato la MotoGP è cresciuta enormemente, dall’altro le categorie minori, Moto2 e Moto3, hanno perso molta della loro importanza. Un tempo, il campionato mondiale viveva su tre pilastri: 125cc, 250cc e 500cc. C’erano vere e proprie leggende anche in quelle categorie. Oggi, purtroppo, Moto2 e Moto3 non riescono più a generare lo stesso interesse: pochi ricordano chi ha vinto il titolo l’anno precedente. È un aspetto su cui, secondo me, Dorna [ndr: società spagnola che gestisce la parte commerciale degli eventi sportivi] dovrebbe riflettere».
Sicurezza: quali sono stati i cambiamenti più significativi negli ultimi anni?
«Ha fatto passi da gigante. In pista, l’introduzione di air fence e spazi di fuga ha migliorato enormemente la protezione dei piloti in caso di caduta. Dal punto di vista dell’abbigliamento, la rivoluzione più grande è stata l’introduzione degli airbag integrati nelle tute, che oggi sono uno standard. Una figura chiave in questo campo è sicuramente Lino Dainese, che ha introdotto innovazioni fondamentali non solo nel motociclismo, ma anche in altri sport. Se penso a com’era la sicurezza vent’anni fa, la differenza è abissale».

Quanto le nuove tecnologie, ad esempio l’intelligenza artificiale, stanno influenzando il mondo della MotoGP e il suo lavoro?
«Personalmente, non sono il massimo esperto di tecnologia (come dicono i miei figli, sono un “boomer”) ma non si può negare che l’intelligenza artificiale stia diventando sempre più importante nel mondo della MotoGP. Oggi viene utilizzata in maniera intensiva per analizzare e elaborare i dati in tempi rapidissimi. Per quanto riguarda il mio lavoro da giornalista, gli strumenti digitali hanno reso tutto più immediato. Prima, per sapere quando era nato un pilota, dovevi consultare un libro o cercare in un archivio; oggi bastano pochi secondi su Google. Dal punto di vista dei piloti, quelli delle vecchie generazioni hanno poca dimestichezza, specialmente con i social media. I giovani, invece, stanno iniziando a integrarsi di più in questo mondo digitale».
Il rapporto tra piloti e giornalisti sembra sia diverso rispetto ad altri sport.
«Sì, è qualcosa di unico nel panorama sportivo. La MotoGP è una vera e propria carovana che gira il mondo: ogni due settimane si è in viaggio insieme, condividendo giornate di 15-16 ore. Questo crea legami profondi, non solo dal punto di vista professionale, ma anche umano. Non si tratta solo di raccontare le gesta dei piloti in pista, ma di conoscerli davvero, capire da dove arrivano, le loro storie personali, le loro battaglie interiori. In qualche modo, diventi parte della loro narrazione. È un’esperienza molto formativa, sia sul piano lavorativo che su quello umano».
Cos’è, secondo lei, che rende ancora affascinante la MotoGP, dopo tutti questi anni?
«Il fascino è rimasto immutato: la sfida continua tra l’uomo e il mezzo meccanico. È una sensazione che, se non la vivi dal bordo pista, fai fatica a capire fino in fondo. Franco Morbidelli una volta mi ha raccontato qualcosa che riassume perfettamente questo concetto: “quando sei sopra la moto, non ti rendi conto di quanto stai andando veloce. Ma se ti fermi a guardare a bordo pista, capisci davvero la follia di queste velocità. Vedi l’uomo che sfida costantemente i propri limiti”. Questo senso di rischio e di coraggio è qualcosa di unico, ed è ciò che rende la MotoGP così speciale».
Ferro + velocità + rombo = adrenalina. Un’operazione che fa impazzire il mondo da oltre 200 anni.
In copertina: Crediti: EPA/RUNGROJ YONGRIT
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