25 anni fa nasceva il programma di file sharing che ha rivoluzionato la fruizione della musica
Streaming, playlist, un’offerta praticamente illimitata (e molto controversie). È questo il contesto in cui fruiamo della musica oggi. Ma 25 anni fa le cose erano molto diverse. Nel 1999 si poteva ascoltare musica comprando i CD o le musicassette o attraverso la radio; accedere ai file MP3 era piuttosto complicato. Non tutti avevano una connessione internet (che era comunque un web molto diverso da quello di oggi): si stava affacciando l’era della disintermediazione che avrebbe, ma solo in apparenza, portato all’abbattimento delle gerarchie. Come abbiamo detto, solo in apparenza.
Questo, però, 25 anni fa non lo sapevamo. In questo scenario, lo studente universitario Shawn Fanning e il programmatore Sean Parker (che in seguito lavorerà per Facebook) crearono la prima piattaforma peer-to-peer (p2p) ad avere un enorme successo di pubblico: Napster, che prende il nome dal nickname di Fanning. Era l’1 giugno 1999. Si tratta di un programma di file sharing: consentiva agli utenti di condividere i propri file e il contenuto del proprio hard-disk in modo che altre persone potessero scaricarli gratuitamente. La piattaforma di per sé non era illegale ma era il download a essere considerato tale. Il sito, infatti, si limitava a permettere agli utenti di condividere i file, indipendentemente dal fatto che fossero coperti dal diritto d’autore, senza conservarli sui server.
Napster non è nato per condividere e scaricare solamente brani musicali, ma tant’è: solo nel mese di ottobre 1999 erano presenti sulla piattaforma quattro milioni di brani, mentre nel marzo 2000 gli utenti erano circa 20 milioni mentre 14mila in media i brani scaricati ogni minuto. Si stima che nel 2021 ad usare la piattaforma fossero 80 milioni di persone.
La creazione di Fanning e Parker ha avuto fin da subito un impatto culturale enorme e, di fatto, ha dato il via alla diffusione della musica “piratata” per via digitale (prima esisteva la contraffazione del supporto fisico). Per la prima volta gli appassionati e le appassionate di musica in tutto il mondo potevano avere accesso gratuitamente, liberamente e immediatamente a una quantità di canzoni quasi infinita. Il modo di fruire della musica cambiò.
Molte band underground riuscirono in questo modo a raggiungere un pubblico molto più vasto, che non potevano raggiungere prima. Alcuni artisti già noti si schierano a favore della piattaforma come Moby, Courtney Love, Chuck D dei Public Enemy e Thom Yorke: il cantante e chitarrista dei Radiohead non sembrò per nulla turbato dal fatto che l’album della band Kid A fosse disponibile su Napster un mese prima dell’uscita ufficiale, ma anzi lo considerò come un modo per incoraggiare “l’entusiasmo per la musica”, non mancando di lanciare una stilettata all’industria discografica.
E proprio l’industria discografica entrò in subbuglio. Fin da subito arrivarono le prime denunce. La RIAA (Recording Industry Association of America), l’associazione dell’industria discografica statunitense, fece causa a Napster nel dicembre 1999 per violazione dei diritti d’autore. Iniziarono così una serie di cause che videro coinvolti i creatori del software, intentate da personaggi molto noti nel mondo musicale come Dr. Dre e i Metallica.
Quella che vide contrapporsi Napster e la band heavy metal è una delle battaglie legali più note dell’universo musicale. I Metallica fecero causa al sito per aver diffuso il loro brano I Disappear – poi nella colonna sonora di Mission:Impossible 2 – prima dell’uscita ufficiale. Il gruppo portò in aula i nomi di ben 335.435 utenti che scaricarono il brano: il batterista Lars Ulrich portò in tribunale diversi scatoloni contenenti pagine e pagine di documenti. In realtà la causa si rivelò essere un’enorme pubblicità non solo per i Metallica, ma anche per Napster.
Alla fine il giudice diede ragione alla band. Secondo i tribunali, infatti, Napster violava il Digital Millennium Copyright Act (DMCA), le legge degli Stati Uniti sul copyright, e le imposero un aut aut: eliminare tutti i contenuti protetti da copyright o chiudere per sempre. Fanning e Parker non riuscirono, però, a onorare le richieste dei tribunali e così, nel luglio 2001, ad appena due anni dalla fondazione, Napster chiuse i battenti. La piattaforma fu condannata a pagare un risarcimento danni di 26 milioni di dollari per uso non autorizzato di musica protetta da copyright, oltre a 10 milioni di dollari per royalties future.
Per un breve periodo Parker e Fanning tentarono di trasformare la loro creazione in un servizio legale con abbonamento ma non funzionò. Successivamente il marchio e il logo Napster sono stati acquistati da Roxio, che lo ha trasformato nel servizio a pagamento Napster 2.0. Negli anni successivi ha cambiato proprietà diverse volte.

Cosa è successo dopo
Nonostante la sua breve vita, Napster ha dato il via a una rivoluzione nella fruizione di contenuti, non solo della musica. Nello stesso periodo in cui nasceva la piattaforma c’è stata un’impennata di siti che consentivano il download illegale come i famosissimi eMule, BitTorrent, LimeWire, Gnutella, Kazaa, Soul Seek, PirateBay, tutti basati sul sistema peer-to-peer.
Checché se ne pensi, Napster ha avuto una fortissima influenza sul mercato digitale. E ha messo in crisi un intero settore. Secondo dati dell’IFPI (International Federation of the Phonographic Industry), riportati anche dalla FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), a livello globale il fatturato dell’industria discografica nel 2003 ammontava a 314 milioni di euro contro i 340 dell’anno precedente: una flessione di ben 26 milioni di euro. È interessante notare come il calo abbia colpito soprattutto la vendita dei dischi dei singoli: una situazione provocata sì dalla pirateria, che permette di scaricare una canzone alla volta, e che ha anticipato una tendenza che avrebbe dominato l’ascolto musicale negli anni successivi.
Nei primi anni Duemila nascono le prime piattaforme di streaming online legali che offrono anche servizi a pagamento come iTunes di Apple o Spotify: lo stesso creatore della piattaforma svedese Daniel Ek ha ammesso di essersi ispirato a Napster. E che dire di YouTube, che consente di guardare un numero illimitato di video gratuitamente? (Senza contare i servizi in abbonamento di YouTube Music). Le piattaforme di streaming online non “obbligano” all’ascoltano di un intero album, ma permettono di scegliere quale brano ascoltare. Un metodo di fruizione della musica che oggi è quello principale e che coinvolge il maggior numero di persone.
I ricavi dell’industria musicale hanno cominciato a risalire proprio dopo la diffusione dei servizi online legali non perché la lotta alla pirateria abbi avuto i risultai sperati ma perché lo streaming è diventato il metodo principale di fruizione della musica. Attualmente l’industria musicale è trainata proprio dallo streaming, sebbene questo nasconda delle insidie per gli artisti. Se un tempo la fonte di guadagno principale era la vendita dei dischi, ora sono i concerti e altre attività.
Ti potrebbe interessare La musica ai tempi dello streaming
Non si sono avverate neanche le aspettative sull’abbattimento delle gerarchie e la democratizzazione della musica. Le piattaforme di streaming – non solo quelle dedicate alla musica, ma pensiamo ad esempio a Netflix, Amazon Prime Video, e le altre dedicate al cinema, alla serie tv e all’audiovisivo in generale – certo permettono di ascoltare musica e di guardare film comodamente a casa propria ma hanno come imposto un ascolto e una visione “di massa”, basata e influenzata dall’algoritmo. Il p2p, invece, permetteva una maggiore autonomia all’utente.
Oggi la pirateria non è scomparsa ma si affianca ai servizi a pagamento sia per questioni economiche (non tutti possono permettersi tanti abbonamenti contemporaneamente), sia perché l’offerta delle piattaforme è talmente vasta dal punto di vista quantitativo che gli utenti non riescono a trovare o ad accedere a tutto ciò che interessa loro, come scritto anche in un report di Sandvine del 2018.
Napster è arrivato in un momento in cui l’industria discografica, all’epoca ancora basata su modelli fortemente analogici, non riusciva a intercettare i desideri dei consumatori, e ha mostrato che poteva esserci un mercato digitale per la musica. E il resto è storia.
di: Francesca LASI
FOTO: SHUTTERSTOCK/NUTTAPON AVERUTTAMAN