Sono molte le specie autoctone del mare Mediterraneo a rischio a causa di “nuovi arrivi”, causati dal cambiamento climatico

L’estate non è ancora cominciata ma sono già scattati gli allarmi su quanto sta accadendo nei nostri mari. L’ultimo è quello sul vermocane (Hermodice carunculata), una specie che predilige temperature calde: la sua maggiore presenza è un indicatore del cambiamento climatico. Non a caso si sta moltiplicando nei mari del sud Italia, suscitando preoccupazione per i potenziali danni che può arrecare alle persone e alla fauna marina. 

A prima vista, sembra un millepiedi tra i 15 e 30 centimetri, con un aspetto allungato e appiattito, segmenti multipli, sete bianche, parapodi e branchie situati sui lati del corpo. I suoi colori sono vari e vanno dal verdastro, al giallastro, al rossastro, dal grigiastro al bianco con un bagliore perlaceo. Il corpo è composto da 60 a 150 segmenti identici separati tra loro da una sottile linea bianca e protetti da cuticole. Ogni segmento ha un paio di parapodi, una struttura per la locomozione, grappoli di setole bianche urticanti e branchie rosse o arancioni, tutte in posizione bilaterale. La parte anteriore del verme si riconosce da piccole escrescenze, dette caruncole, che hanno lo stesso colore delle lamelle dei primi quattro segmenti. La bocca è ventrale e si trova sul secondo segmento. La testa è nel primo segmento e comprende gli occhi e altri organi di senso.

Il vermocane si trova in molti ambienti marini come coralli, rocce, fango, sabbia, posidonia e sul legno alla deriva, nonché nelle infrastrutture portuali in acque poco profonde dalla superficie fino a 40 m di profondità. Si nutre principalmente di sostanze in decomposizione e pesci morti, ma anche di ricci che attacca infilandosi sotto la parte che aderisce agli scogli: non è raro trovarne un gruppetto mentre si nutrono di un pesce morto.

Vive sui fondali, soprattutto rocciosi, in tutte le acque costiere tropicali e sub-tropicali dell’Oceano Atlantico, sul versante orientale si trovano dall’Algeria alla Liberia, e sul versante occidentale dalla costa sud-orientale degli Stati Uniti alla Guyana, compreso il Golfo del Messico e il Mar dei Caraibi. Si trova anche nel Mar Mediterraneo, soprattutto attorno alle coste italiane: si può trovare a basse profondità (sia nello stretto di Messina, sia sulla costa del Mar Ionio possono essere trovati a pochi cm di profondità). Recentemente ci sono stati diversi avvistamenti lungo il Mar Tirreno e l’Adriatico: un’invasione coerente con il consistente aumento delle temperature del Mar Mediterraneo. Come riporta Greenpeace, «il Mediterraneo sta pagando un prezzo elevato per l’effetto dei cambiamenti climatici: diventa sempre più povero con grandi stravolgimenti della sua biodiversità». 

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L’aumento della temperatura media annua e la riduzione della variabilità annuale conseguente la mitigazione delle temperature invernali hanno profondamente inciso sulla distribuzione e la dispersione di diverse specie. Ad esempio nel  primo anno del progetto di Greenpeace Mare Caldo (2019 – 2020) vicino Siracusa si era riscontrata una crescita esponenziale del vermocane, divenuta particolarmente abbondante negli strati più superficiali ma presente fino ai 40 metri di profondità. Nel secondo anno a Capo Carbonara a sud-est della Sardegna, i dati raccolti confrontati con quelli degli anni precedenti hanno rilevato che i maggiori cambiamenti nel tempo possono essere attribuiti prevalentemente all’arrivo delle specie termofile, tra cui in particolare il vermocane. 

«Seguire l’espansione di questa specie e di altre specie termofile (amanti del caldo) è fondamentale per capire gli impatti sulle comunità bentoniche rocciose costiere e i conseguenti effetti negativi sulla biodiversità, sulla salute pubblica e sulla pesca commerciale – spiega Greenpeace –. I dati raccolti in questi anni hanno evidenziato come aree protette gestite con misure efficaci sono più resilienti agli effetti del riscaldamento globale. Il nostro governo ha l’opportunità di creare una rete efficace di aree marine protette ratificando quanto prima il Trattato globale per la protezione degli oceani e lavorando alacremente per raggiungere l’obiettivo ambizioso di proteggere il 30% dei nostri mari entro il 2030». 

Non solo, prosegue anche l’emergenza “granchio blu”: originaria dell’Oceano Atlantico, questa specie nell’arco di 20 anni è divenuta letteralmente infestante nelle coste italiane, soprattutto dell’alto Adriatico. A causa sua, nei primi cinque mesi di quest’anno è già andata persa la quasi totalità della produzione di vongole nelle acque di Goro e Comacchio. I pescatori hanno rilevato la presenza di “esemplari più piccoli” e “in numero minore rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso“, tuttavia c’è preoccupazione perché ogni femmina depone da 600.000 a sei milioni di uova. Oltre alla campagna sul consumo alimentare del crostaceo, non ci sono al momento soluzioni per arginarne la proliferazione. 

Vuoi sapere di più sul granchio blu?

Il problema delle specie infestanti, non è, ovviamente, limitato all’Italia. Da quando è stata firmata nel 1973, la CITES (la Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione) ha contribuito a proteggere migliaia di piante e animali. Ci sono state alcune storie di notevole successo, ma le specie preziose continuano a diminuire. Il rapporto Living Planet del WWF dello scorso anno ha rivelato che le popolazioni globali di fauna selvatica sono crollate in media del 69% dal 1970. «Riflettiamo sulla nostra responsabilità di proteggere la magnifica diversità della vita sul nostro pianeta. E riconosciamo il nostro miserabile fallimento», ha affermato il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres.  «Le attività umane stanno devastando foreste, giungle, terreni agricoli, oceani, fiumi, mari e laghi un tempo fiorenti – ha concluso -. Un milione di specie sono sull’orlo dell’estinzione, a causa della distruzione degli habitat, dell’inquinamento da combustibili fossili e del peggioramento della crisi climatica. Dobbiamo porre fine a questa guerra contro la natura».

Una fotografia inquietante. E irreversibile.

di Giulia GUIDI

foto Ansa