Il rinnovato conflitto in Ucraina, iniziato quasi due anni fa, ha dato nuova linfa all’Alleanza Atlantica che da “cerebralmente morta” torna a giocare un ruolo chiave nella geopolitica

Nel gioco della Storia niente e nessuno è destinato a rimanere ciò che è, immobile nel tempo e salvo dai mutamenti. Alleanze, strategie, sconvolgimenti: basta poco perché lo status quo venga ribaltato e ciò che prima era nascosto venga – di nuovo – alla luce.

Il 1° ottobre del 2014 Jens Stoltenberg succede ad Anders Fogh Rasmussen alla guida della North Atlantic Treaty OrganizationOrganizzazione dell’Alleanza Atlantica del Nord, meglio conosciuta come NATO – in qualità di Segretario generale. Prima di allora, e precisamente prima della designazione ufficiale avvenuta nel marzo precedente, Stoltenberg (classe 1959, professione economista) è per lo più sconosciuto alla cittadinanza globale media, noto “in casa” come ex leader del Partito Laburista Norvegese ed ex primo ministro della Norvegia. A cambiare le sorti del suo nome, insieme a quelle del suo ruolo e dell’Alleanza, è una data, il 24 febbraio del 2022, e oggi, a distanza di 10 anni dalla sua nomina e innumerevoli proroghe alla sua carica, il suo successore potrebbe essere un personaggio chiave della geopolitica.

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Jens Stoltenberg, Segretario generale della NATO dal 1° ottobre 2014 – ANSA/EPA/STEPHANIE LECOCQ

Pillole di storia: dal secondo dopoguerra alla mancanza di “nemici”

Lezione di storia veloce: la NATO nasce sulle ceneri di quella che Winston Churchill definì la “Grande Alleanza”, l’alleanza strategica tra Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva portato alla vittoria sulle potenze dell’Asse. Avere un nemico comune aveva permesso ai tre Paesi di soprassedere sulle proprie differenze ma se quello che viene messo da parte torna indietro con più forza, queste differenze si fecero più acute negli anni del Dopoguerra. Sistemi politici ed economie diverse pesavano troppo sul rapporto tra l’URSS e i Paesi occidentali, insieme alla “cortina di ferro” scesa sul Continente mentre Stalin appoggiava militarmente i Paesi satellite dell’Est Europa. Quella promessa di pace e sicurezza mondiale firmata nel 1945 con l’istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite era a rischio e anche gli USA, votati all’isolazionismo sin dai tempi di George Washington, dovettero ripensare il proprio approccio alla politica estera.

Il 4 aprile del 1949 i rappresentati di Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Portogallo, Italia, Norvegia, Islanda e Danimarca firmano, a Washington, il Patto Atlantico con cui si impegnano alla “difesa collettiva” in caso di attacco. Un anno dopo – intanto la Svezia proclamava la propria neutralità, l’URSS faceva esplodere il suo primo ordigno nucleare, la Repubblica popolare cinese veniva proclamata e i nordcoreani attaccavano i sudcoreani, filostatunitensi – nasceva ufficialmente la NATO, un’alleanza militare intergovernativa con strutture proprie e truppe permanenti guidata, ufficiosamente, dagli USA.

Da allora la NATO ha vissuto nove allargamenti, andando a includere, negli anni, anche Grecia e Turchia (1952), Germania (nel 1955 aderiva all’Alleanza la Germania Ovest, prima della riunificazione nel 1990), Spagna (1982), Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria (1999), Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia (2004), Albania e Croazia (2009), Montenegro (2017), Macedonia del Nord (2020) e, nel 2023, Finlandia. E sembrerebbe destinata ad accoglierne altri. Ma attenzione: non tutti i Paesi possono far parte dell’Alleanza, questa possibilità è limitata alle nazioni che rispettino una serie di criteri base, tra cui di fatto l’essere europee. Per questo nel corso degli anni l’Alleanza ha stretto una serie di partenariati per cooperare con i Paesi che non possono entrare ufficialmente tra le sue fila. Tra questi compare anche il Partenariato per la pace, costituito nel 1994 e ancora in vigore, che per gli Stati diventati poi membri della NATO ha rappresentato un apripista e che ha accolto i Paesi dell’ex URSS, tra cui la Russia, membro PpP della prima ora.

Dal 1955 al 1991, infatti, il “nemico” principale della NATO è stato il Patto di Varsavia, un trattato firmato dagli Stati socialisti del blocco orientale per fronteggiare proprio il crescere dell’Alleanza. Negli anni della Guerra Fredda i due blocchi si sono virtualmente fronteggiati numerose volte – anche se mai in Europa, dove si stava costruendo la pace –, ad esempio durante la guerra di Corea, la guerra del Vietnam, l’invasione della Baia dei Porci, la “guerra sporca” in Argentina. Per decenni la tensione è rimasta costante, senza tuttavia scaturire in un attacco frontale vero e proprio, fino a quando una delle due parti non è crollata: nell’aprile del 1991 il Patto di Varsavia cessa di esistere, in agosto segue l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche a cui succede, tolti i Paesi che dichiarano indipendenza, la Federazione Russa.
È solo negli anni Novanta che la NATO scende per la prima volta in campo (militare) nell’ambito delle guerre jugoslave. Negli anni a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio, infatti, l’Alleanza ridefinisce il suo ruolo e alle operazioni di difesa associa le operazioni di risposta alle crisi (soprattutto quando avvengono ai confini degli Stati membri) e le operazioni di prevenzione. Il famoso articolo 5 del Patto Atlantico, che regolamenta le operazioni di difesa, viene invocato solo nel 2001 dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre che danno il via a una serie di operazioni militari antiterroristiche guidate dagli Stati Uniti, principalmente in Afghanistan e Iraq. Nel 2011, poi, la NATO interviene in Libia nella prima guerra civile libica. Delle oltre 50 grandi missioni internazionali condotte dall’Alleanza dalla fine della Guerra Fredda, pochissime sono state di natura militare, a favore invece di attività di monitoraggio, deterrenza, protezione di corridoi umanitari, peacekeeping e addestramento delle forze locali, nonché negli ultimi tempi di cyber security.

Forse proprio a causa di queste sue operazioni, potremmo dire, in sordina, negli anni l’Alleanza ha perso appeal, apparendo priva di nemici reali che potessero davvero minacciare la pace dei suoi Stati membri. Non solo: un mutamento nella politica estera europea, americana e russa ha fatto sì che i vecchi fasti della NATO apparissero ormai superati e antiquati, almeno finché non sono stati nuovamente necessari.

“Cerebralmente morta”

Nel 2019 il presidente francese Emmanuel Macron rilascia un’intervista al The Economist in cui esprime la sua opinione sullo stato di salute della NATO. A domanda risponde: «ciò che stiamo vivendo è la morte celebrale della NATO». Il numero uno dell’Eliseo invita l’Europa, “sull’orlo del precipizio”, a svegliarsi e comprendere che deve affermarmi come potenza geopolitica perché non può più fare affidamento sugli USA. «Cosa significherà domani l’Articolo Cinque?», si chiede. Angela Merkel, allora cancelliera tedesca (di cui Stoltenberg sarebbe stato il prediletto), esprime il suo disaccordo mentre il Cremlino plaude alle dichiarazioni di Macron, definendole “una diagnosi sincera”. Ma cosa c’è dietro le sue parole?

MACRON
Il presidente francese Emmanuel Macron, nel 2019 definiva l’Alleanza Atlantica “cerebralmente morta” – ANSA/ EPA/BENOIT TESSIER

In quei giorni a presiedere lo Studio Ovale della Casa Bianca siede Donald Trump. Sin dal suo insediamento il tycoon non nasconde mai il suo umore nei confronti dell’Europa: una “macchina creata per fare più soldi degli Stati Uniti”, un “nemico commerciale” (che infatti finisce nel mirino delle sanzioni sulle importazioni di acciaio e alluminio), un’organizzazione internazionale con una governance multilaterale e una prassi decisionale che a Trump, che strizza l’occhio agli euroscettici, proprio non piacciono. I rapporti tra USA ed Europa, gli stessi che avevano reso possibile il Patto Atlantico e su cui lo stesso patto si era fondato, si incrinano, a discapito della stessa NATO che il presidente definisce ormai “obsoleta”. Nel frattempo la Turchia di Erdoğan interviene militarmente in Siria contro l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est e le Forze Democratiche Siriane che, secondo Ankara, sarebbero legate al PKK curdo, considerato organizzazione terroristica. L’intervento turco riceve la condanna della comunità internazionale e, trattandosi dell’attacco unilaterale di uno Stato membro, fa riflettere sul reale potere della NATO.

La data che riporta indietro le lancette

Quella guidata da Stoltenberg, dunque, appare una “scatola vuota”, un’organizzazione che ha perso il suo significato perché ha perso il suo fine ultimo e perché i suoi membri hanno individuato nuovi obiettivi. Del resto lo stesso Segretario generale sembrava essere una prova di questo cambiamento.
Definito dalla BBC nel giorno del suo insediamento “un socialdemocratico che ha costruito buoni rapporti con la Russia” (ma anche “un’economista senza esperienza nella difesa”), durante i suoi anni da premier, in effetti, ha intrattenuto numerosi rapporti con i vertici russi (i due Paesi, ricordiamo, condividono l’affaccio sul Mar di Barents) facendosi esponente di una classe politica europea votata alla realpolitik, a un certo pragmatismo avulso da ideologie. Certo, da ragazzo – come ammette lui stesso – le sue posizioni erano tutt’altro che atlantiste, mentre negli anni della guerra in Vietnam gridava “Norvegia, Norvegia, fuori dalla NATO”. La sua nomina a numero uno dell’Alleanza, dunque, sorprende gli addetti ai lavori ma lascia per lo più impassibili i comuni mortali, che lo conoscono poco o niente.

L’allora presidente russo Dmitry Medvedev incontra l’allora premier norvegese Jens Stoltenberg a Oslo durante una visita di Stato in Norvegia, aprile 2010 – ANSA/EPA/DMITRY ASTAKHOV/RIA NOVOSTI/KREMLIN

Gli equilibri geopolitici, tuttavia, sono delicati: uno scenario è un insieme di componenti, di fili opportunamente mossi, e basta un cambiamento perché se ne generino altri, a catena. Sul mondo si abbatte il Covid-19 e la cooperazione internazionale torna alla ribalta; dopo 16 anni da cancelliera Angela Merkel lascia la vita politica; a Trump succede Joe Biden; la crisi delle materie prime e l’aumento dei costi dell’energia fanno tremare il mercato globale. Il 22 febbraio del 2022, dopo mesi di tensioni al confine orientale dell’Unione europea, le forze militari russe attaccano l’Ucraina riaccendendo il conflitto russo-ucraino iniziato nel 2014 con le crisi in Crimea e Donbass. Le due sponde dell’Atlantico tornano, così, a riavvicinarsi, forti di nuovo di un vecchio nemico comune.

Il sintomo forse più rilevante di questa rinascita atlantista ce lo dà il cambio di rotta di Svezia e Finlandia che, dopo una decennale neutralità, il 18 maggio del 2022 (fate voi i conti) mandano in avanscoperta i loro ambasciatori per presentare richiesta di adesione a Stoltenberg. Per dover scegliere, avranno pensato, tanto vale stare dalla parte dei “buoni” (o presunti tali, s’intende). Il 4 aprile del 2023, esattamente 74 anni dopo la sua nascita, la NATO dà il benvenuto a Helsinki. Per Stoccolma (che nel dopoguerra rifiutava l’invito), accusata dalla Turchia di appoggiare i “terroristi” del PKK, ci vorrà più tempo.

La spesa militare cresce, cresce…

A chiedere – disperatamente – di entrare è anche Kiev. Più volte il Segretario generale ha dichiarato che l’Ucraina sarebbe entrata “presto” a far parte della NATO, come ribadito più recentemente anche dal Segretario di Stato americano Antony Blinken. Il quando, ancora, non è dato da sapere dal momento che gli Alleati chiedono che il Paese attui una serie di riforme “dopo la fine della guerra”.

Resta saldo, al contrario, il supporto al Paese vittima dell’aggressione russa, anche se più si va avanti e più sembra che questo supporto si trasformi da concreto a morale. L’Unione europea pare non essere riuscita a mantenere la sua promessa di consegnare un milione di proiettili di artiglieria in 12 mesi (che scadranno a marzo), mentre gli Stati Uniti frenano sull’approvvigionamento dopo che il Dipartimento della Difesa ha pubblicato un rapporto sul mancato monitoraggio sulla consegna e l’impiego del 59% degli 1,7 miliardi di dollari in equipaggiamenti militari. Controcorrente il premier britannico Sunak in visita a Kiev annuncia un pacchetto di aiuti militari da 2,5 sterline.

Il primo ministro britannico Rishi Sunak incontra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Kiev durante una visita a sorpresa lo scorso 12 gennaio – ANSA/EPA/PRESIDENTIAL PRESS SERVICE

In generale gli ultimi due anni sono stati caratterizzati da un aumento globale della spesa militare, in alcuni casi raggiungendo il (o quantomeno avvicinandosi al) 2% del PIL che tanto la NATO suggeriva ai suoi Stati membri in tempi non sospetti, indicatore della volontà politica di far parte dell’Alleanza, quando il suo ruolo andava affievolendosi. Nel 2022, ad esempio, la spesa militare mondiale è cresciuta del 3,7%, raggiungendo la somma record di 2.240 miliardi di dollari complessivi. Guidano il trend “positivo”, ovviamente, gli USA con un aumento dello 0,7%, raggiungendo gli 877 miliardi di dollari. Crescono anche Russia e Cina (quest’ultima, ricordiamo, si è sempre tirata fuori dal conflitto in Ucraina ma potrebbe affiancarsi a Mosca per puntare a un’altra regione, quella artica). Per la prima volta nella storia, invece, due anni fa l’Ucraina ha raggiunto le potenze militari con un aumento della spesa militare del 640%. Per quanto riguarda l’Europa propriamente detta, l’incremento è stato del 13% nel 2022, il tasso più alto dai tempi della Guerra Fredda. L’Alleanza tutta ha speso 1.232 miliardi di dollari, il 55% della spesa mondiale.

Il dopo-Stoltenberg

Accennavamo all’inizio, dopo il primo mandato ottenuto nel 2014, Stoltenberg ha ottenuto un secondo mandato quadriennale nel 2018 con scadenza prevista nel settembre del 2022. Lo scenario mondiale, tuttavia, ha richiesto che la leadership della NATO rimanesse salda, giustificando una proroga al 2023. Alla fine di questo tour de force per il politico norvegese, ricordiamo economista di formazione, si sarebbero aperte per porte della Banca centrale norvegese, di cui sarebbe diventato governatore, ma per lui è arrivata una seconda proroga fino al 2024.

La scadenza, dunque, è nuovamente rinnovata al prossimo settembre e già da mesi girano voci su chi potrebbe sostituirlo viste le sfide che si preannunciano per l’Occidente. In molti si sono lanciati nel fare il nome della presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen il cui mandato alla guida dell’Europa scadrà, convenientemente, il 31 ottobre del 2024. In prima fila durante la crisi pandemica, ancor di più nel conflitto in Ucraina, atlantista ed europeista convinta, la sua nomina darebbe nuovo lustro – lo ripetiamo ancora una volta – a un’organizzazione che sembrava sul punto di spirare. La donna più potente del mondo, come l’ha eletta Forbes, tuttavia, non ha ancora sciolto alcuna riserva sul suo ruolo futuro in ambito europeo o internazionale.

E il suo non è l’unico nome papabile: prima della proroga nel 2023, si diceva che a sostituire Stoltenberg sarebbe potuto essere, appunto, una donna, come la premier estone Kaja Kallas o la premier lituana Ingrida Šimonytė; o ancora il premier olandese Mark Rutte, considerato un ottimo negoziatore. In generale i Paesi baltici, forse sotto pressione per la vicinanza con la Russia, chiedono a gran voce di essere rappresentati in prima persona (come sottolineato dal ministro degli Esteri ed ex-premier della Lettonia, Krišjānis Kariņš, in una recente intervista a Politico) ma secondo molti analisti anche i Paesi mediterranei potrebbero alzare la testa.

Il cambio di poltrona a Bruxelles, dunque, potrebbe non essere così liscio come sperato: gli interessi in gioco sono tanti, le possibili minacce, presenti e future, anche di più. Quel che è certo è che a ricoprire il ruolo di Stoltenberg sarà un personaggio di rilevanza condivisa e che la scelta potrebbe cambiare le sorti del mondo.

di: Alessia MALCAUS

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