L’affettività e l’intimità sono diritti fondamentali dell’essere umano, anche in condizioni di detenzione. Eppure, l’Italia resta indietro sulle visite coniugali in carcere

Anche dietro le sbarre la vita continua a scorrere, persino quando facciamo finta di non vedere, perché ci sembra sempre che “i problemi veri sono altri”. Per noi, forse, lo sono, ma per chi sta scontando una pena in un carcere non è che l’ennesima battaglia di umanità: stiamo parlando di “casette dell’amore”, ossia gli spazi adibiti alla sfera sessuale dei detenuti cui in Italia, ancora oggi, vengono negate le visite coniugali in carcere.

«Il fatto è che siamo abituati a ridicolizzare nel modo più triste e squallido quello che ha a che fare con gli affetti e con la sessualità delle persone detenute, a partire dalla solita definizione di ‘celle a luci rosse» spiegava la presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia Ornella Favero su Ristretti Orizzonti, il progetto editoriale dedicato ai detenuti della Casa di reclusione di Padova.

La bufala che il Governo voglia investire milioni di euro nella costruzione di strutture per assicurare la libertà sessuale dei detenuti si ripresenta ciclicamente, infangando ulteriormente un tema troppo delicato per finire in pasto ai media senza contesto, senza regole, senza forma. Da questo punto di vista, ci aveva provato nella scorsa legislatura anche Monica Cirinnà con la sua proposta di legge per istituire spazi intimi e riservati per consentire alle persone in carcere di ricongiungersi, anche fisicamente, con il proprio amato o la propria amata. Il disegno di legge trova oggi – se ce ne fosse bisogno – ulteriore validazione anche nella Corte Costituzionale. Gli Ermellini si sono infatti pronunciati sull’articolo 18 della legge sull’ordinamento penitenziario, giudicandolo illegittimo nella parte in cui sancisce che “senza il controllo a vista del personale di custodia” non sono ammessi “colloqui con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona con lei stabilmente convivente“.

Secondo la Consulta invece, posta la tutela della sicurezza della struttura e del suo personale, gli incontri privati fra un detenuto e un/una sua partner sono legittimi quando le condizioni, “tenuto conto del suo comportamento in carcere, non ostino ragioni di sicurezza o esigenze di mantenimento dell’ordine e della disciplina, né, riguardo all’imputato, ragioni giudiziarie“. Questo tipo di diritto non verrebbe comunque riconosciuto ai detenuti in regime di 41-bis. Dopotutto, ricorda ancora la Corte, “una larga maggioranza degli ordinamenti europei riconosce ormai ai detenuti spazi di espressione dell’affettività intramuraria, inclusa la sessualità“, e dunque è giunto il tempo per un intervento del Legislatore.

L’ex senatrice del Pd Monica Cirinnà (ANSA/ETTORE FERRARI)

Prima di guardarci intorno e fare una panoramica su cosa avviene negli altri ordinamenti, è giusto chiederci come oggi un detenuto di un carcere italiano accede alla propria sfera sessuale. Oltre allo strumento del permesso premio, cui possono accedere i soli condannati e solo in alcune condizioni, non esistono altre possibilità concrete al di là dei colloqui. I limiti dei colloqui tradizionali sono evidenti, dal tempo alle modalità di incontro, sotto osservazione del personale e in luoghi affollati.

Eppure, i risvolti positivi di un sistema capace di gestire l’affettività dei detenuti non mancano. Oltre alla mera indicazione di rispetto di un diritto fondamentale della persona, bisogna anche considerare il valore nella prevenzione, con gli incontri atti a mantenere funzionali i legami affettivi e familiari del detenuto, facilitando il suo reinserimento nella società. Lo stesso Comitato nazionale per la bioetica inserisce l’affettività dei detenuti fra gli elementi essenziali del diritto alla salute, nel rispetto del “principio etico della centralità della persona, anche in condizioni di privazione della libertà“.

Dopotutto, ci sarà un motivo se viene concesso spazio all’affettività e all’intimità ai detenuti in 31 Paesi europei fra i quali anche Francia, Spagna, Svizzera, Austria, Slovenia, ma anche India, Messico, Israele, Canada e in parte Stati Uniti.

(ANSA/ANGELO CARCONI)

Affettività in carcere: le reazioni della Polizia penitenziaria

Come fa notare anche il segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria Gennarino De Fazio, che incarna un diffuso sentimento di preoccupazione da parte degli impiegati nel settore, il sistema penitenziario italiano sta attraversando una situazione di “assoluta emergenza“. Fra le problematiche ci sono “deficienze logistiche, strutturali e infrastrutturali, sovraffollamento, carenze strumentali ed equipaggiamenti, l’atavica disorganizzazione“. In questo quadro, spiega De Fazio, “ci viene davvero difficile immaginare la gestione, in sicurezza e in maniera dignitosa, di colloqui intimi su vasta scala“. Un punto di vista interno che ci riporta ad una realtà complessa, ma che non può da solo spiegare l’accantonamento di un diritto sancito anche nella nostra Costituzione.

Ancora più critico, quasi sarcastico, Donato Capece del Sappe – Sindacato autonomo di Polizia penitenziaria, che parla di “postriboli” e di agenti “guardoni di Stato“. Siamo, qui, a quello che Cirinnà definiva un “terminale di commenti e di scherni rispetto a un argomento invece fondamentale, che non può essere visto come una sola premialità, come il diritto delle persone e delle famiglie dei detenuti a mantenere la loro vita familiare“.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il primo presidente della Corte Suprema di Cassazione Pietro Curzio, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il procuratore generale presso la Corte Suprema di Cassazione Luigi Salvato (ANSA/Francesco Ammendola – Uff Stampa Quirinale)

Dalle Unitès de Vie Familiale ai Parloirs: come funziona la legge in Francia?

Sembra particolarmente felice, come confermato da studi sulla riduzione della recidiva e come paradigma per il nostro sistema penitenziario, la soluzione adottata dal 2003 (in via sperimentale, a regime dal 2009) in Francia. Qui le visite coniugali in carcere e i permessi sono due strumenti separati, entrambi atti a ossequiare il diritto all’affettività dei detenuti.

Le visite avvengono in due tipi di strutture, a carico della stessa amministrazione penitenziaria: le Unitès de Vie Familiale e i Parloirs familiaux. Nel primo caso parliamo di piccoli appartamenti forniti anche di cucina all’interno del penitenziario, anche se separati rispetto alle celle. I secondi sono invece semplici stanze, istituite laddove le caratteristiche strutturali del carcere non consentissero la realizzazione di appartamenti. In entrambe le strutture, i detenuti possono trascorrere del tempo intimo insieme al proprio partner per un tempo determinato che va dalle 6 alle 72 ore (massimo 6 ore nei Parloirs).

Le Camere intime in Romania

In Romania le stanze private per le visite coniugali sono state introdotte dopo l’ingresso nell’Unione europea, nel 2007. A differenza di quelle americane, queste stanze in Romania hanno lo scopo principale di far incontrare le coppie. Qui i detenuti sposati o con relazioni lunghe possono ritrovare la propria dolce metà per due ore ogni tre mesi.

Nel caso in cui il matrimonio avvenga durante la detenzione, il prigioniero può spendere fino a 48 ore con il proprio coniuge e, per il primo anno, si ha diritto a una visita al mese. Stanze private sono state allestite in tutte e 40 le carceri dello Stato – ne ha realizzato un inedito book intitolato Camera Intima il fotografo Cosmin Bumbuţ.

Gli Usa e il cammino a ritroso

Negli Stati Uniti il processo di apertura all’affettività dei detenuti procede all’inverso, con quasi tutti gli Stati americani che stanno gradualmente chiudendo le conjugal visits room in sperimentazione. Dove viene meno la possibilità di favorire incontri intimi e privati ai carcerati sarebbe emerso che i rischi connessi agli incontri (dal contrabbando all’ingresso in carcere di sostanze non ammesse fino all’evasione) supererebbero i benefici. Attualmente le visite coniugali in carcere sono consentite solo in quattro Stati: California, Connecticut, New York e Washington.

Qui, le prigioni sono attrezzate per le conjugal visits con stanze riservate che simulano un ambiente domestico, e questo ci dice molto di come questi spazi vengono concepiti. Se infatti è vero (lo ha dimostrato un gruppo di ricercatori dell’Università Internazionale della Florida che ha studiato le conseguenze sociali nelle prigioni statunitensi delle “conjugal visits”) che le visite coniugali riducono il rischio di violenze sessuali e comportamenti deviati all’interno delle carceri, lo scopo ultimo non è necessariamente l’accoppiamento.

SHUTTERSTOCK

Inizialmente le visite private erano state concepite come uno strumento per consentire al detenuto di mantenere un rapporto sano e diretto con la propria famiglia, anche in un’ottica di facilitare il reintegro nella società di chi sta scontando le proprie pene. Tanto che le stanze sono fornite di cucina, televisione, Playstation, e aree comuni. Ecco che il tempo speso in questi spazi protetti è anche un momento per ricongiungersi con i propri figli o parenti, oltre che con il proprio compagno. Trattandosi di una condizione “di favore”, il detenuto sarebbe anche più incentivato a mantenere un comportamento ineffabile per continuare ad avere accesso alle visite coniugali in carcere.

A quando una riforma italiana?

di: Marianna MANCINI

FOTO: SHUTTERSTOCK