I danni all’ambiente, alla salute e al clima provocati dalle grandi industrie europee continuano ad essere ingenti. I casi di Fos-sur-Mer e di Taranto
L’industria è parte integrante dell’economia mondiale fin dal suo avvento e quindi fin dalla prima rivoluzione industriale. Nel 2018, secondo Eurostat, il settore secondario costituiva il 17,6% del prodotto interno lordo (PIL) e dava lavoro a circa 36 milioni di persone in tutta Europa. Un aspetto positivo sì, ma i numerosi lati negativi non fanno fatica a trasparire: gli ingenti danni all’ambiente sono evidenti e occorre intervenire in fretta. È l’industria, infatti, la responsabile di più della metà delle emissioni totali di alcuni principali inquinanti atmosferici, dei gas serra e di impatti ambientali tra cui il consumo di energia, la creazione di rifiuti, e il rilascio di agenti inquinanti nel suolo e nell’acqua. La sua azione negativa sulla natura, sul clima e sulla salute dell’uomo è presente fin dalla sua nascita e fin dalla trasformazione della biosfera.
Per approfondire l’argomento abbiamo intervistato Giovanni De Feo, professore associato di Ingegneria sanitaria-ambientale.
L’inquinamento industriale in Europa sta diminuendo: quali sono le normative e gli sviluppi nelle iniziative manifatturiere e ambientali che stanno portando a questo?
«L’inquinamento industriale in Europa sta effettivamente diminuendo grazie all’avvento di importanti interventi normativi e al crescente impegno verso la transizione ecologica. La direttiva 2010/75 sulle emissioni industriali (IED), anche grazie alle successive modifiche e integrazioni, si può sicuramente annoverare tra i principali strumenti normativi dell’UE finalizzati a ridurre l’inquinamento industriale. Essa, infatti, mira a ottenere benefici significativi per l’ambiente e per la salute umana attraverso una più opportuna applicazione delle migliori tecniche disponibili, le cosiddette “BAT” (Best Available Techniques). Cruciale è il ruolo svolto dal Piano d’Azione per l’Economia Circolare, parte integrante del Green Deal europeo, che, infatti, mira a promuovere la riduzione della produzione dei rifiuti e a favorire la chiusura dei cicli produttivi, incentivando le imprese a riutilizzare, riciclare e, quindi, ridurre l’uso di risorse naturali. Altrettanto significativi sono gli effetti prodotti negli anni dal Regolamento REACH (Regolamento CE n.1907/2006), incentrato sulla registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche. Con esso le aziende sono state obbligate a dimostrare la sicurezza delle sostanze chimiche che producono o importano. Si deve senz’altro citare l’European Pollutant Release and Transfer Register (E- PRTR), che obbliga le industrie a riportare le emissioni di inquinanti, rendendo le informazioni accessibili al pubblico e incoraggiando una maggiore trasparenza e responsabilità ambientale. Inoltre, quasi tutti i paesi membri dell’UE hanno implementato programmi nazionali per monitorare l’inquinamento industriale e verificare la conformità alle normative europee. Per quanto riguarda le iniziative manifatturiere sostenibili, l’adozione di tecnologie innovative a basse emissioni sta diventando sempre più comune nelle industrie europee. Per citare qualche importante esempio si può fare riferimento all’uso dei sistemi di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS) per contrastare i cambiamenti climatici, il miglioramento dell’efficienza energetica e l’utilizzo di energie rinnovabili nei processi produttivi. La digitalizzazione delle industrie attraverso l’Industria 4.0 sta permettendo una maggiore efficienza operativa e insieme al monitoraggio in tempo reale, l’automazione e la manutenzione predittiva, stanno contribuendo a ridurre sprechi, emissioni e impatti ambientali. Con il Design for Environment (DfE), poi, le imprese stanno sempre più integrando i principi di sostenibilità nel design dei prodotti, riducendo l’impatto ambientale lungo tutto il ciclo di vita del prodotto, dall’estrazione delle materie prime sino al fine vita dei prodotti, attraverso l’uso della metodologia nota come Life Cycle Assessment (LCA). Per quanto attiene, infine, alle iniziative ambientali, l’UE offre vari fondi e programmi di finanziamento per progetti che mirano a ridurre l’inquinamento, come Horizon Europe, che finanzia la ricerca e l’innovazione in tecnologie verdi e sostenibili. Molte aziende stanno poi adottando standard volontari e certificazioni come l’ISO 14001 (sistema di gestione ambientale, SGA) o il Regolamento EMAS (SGA + dichiarazione ambientale) per migliorare la loro performance ambientale. Questo non solo aiuta a ridurre le emissioni ma anche a migliorare la reputazione aziendale».

Come sono cambiati gli effetti dell’inquinamento sulla salute in Europa negli ultimi decenni?
«In generale, gli effetti dell’inquinamento sulla salute sono cambiati in modo significativo, grazie alla riduzione complessiva delle emissioni inquinanti e al miglioramento della qualità dell’aria e dell’acqua. È importante non fare confusione tra fenomeni di inquinamento, tipicamente a scala locale e regionale, e fenomeni globali come il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici. In tal senso, si deve ricordare che l’effetto serra è un fenomeno naturale grazie al quale è possibile la vita sulla Terra e l’anidride carbonica non è da considerare un inquinante ma una risorsa troppo abbondante. Basti pensare al ruolo che svolge la CO2 per la fotosintesi clorofilliana nell’ambito del ciclo biogeochimico del carbonio. Il problema è che “il troppo stroppia” e su questo il genere umano è bravissimo! In particolare, le politiche di limitazione delle emissioni dei veicoli e dell’industria hanno ridotto l’esposizione delle popolazioni urbane a questi inquinanti. Per quanto attiene il comparto idrico, le normative europee, come la Direttiva Quadro sulle Acque (Direttiva 2000/60/CE), hanno contribuito a migliorare la qualità delle acque superficiali e sotterranee, riducendo la presenza di inquinanti chimici, metalli pesanti e nutrienti come nitrati e fosfati. L’introduzione di più efficaci sistemi di monitoraggio, insieme a interventi più tempestivi, hanno ridotto i rischi di contaminazione delle acque, prevenendo potenziali focolai di malattie. Nonostante i miglioramenti globali, esistono ancora disparità significative tra diverse regioni d’Europa. Le aree urbane densamente popolate e le regioni industrializzate continuano a registrare livelli di inquinamento superiori alla media. Negli ultimi decenni, la consapevolezza pubblica sugli effetti dell’inquinamento sulla salute è aumentata, portando a una maggiore domanda di politiche ambientali più rigorose e interventi sanitari preventivi».
Tra le tipologie di inquinamento più pericolose e di maggior impatto sulla salute dei cittadini europei quali troviamo? Che sintomi e malattie causano?
«Alcune delle tipologie di inquinamento più pericolose e con maggior impatto sulla salute dei cittadini europei sono l’inquinamento atmosferico, l’inquinamento da sostanze chimiche, l’inquinamento acustico, l’inquinamento delle acque e l’inquinamento da microplastiche. Per quanto attiene all’inquinamento atmosferico i principali inquinanti sono il particolato fine, il biossido di azoto, l’ozono troposferico, il biossido di zolfo e il monossido di carbonio. L’esposizione a particolato e biossido di azoto può aggravare i casi di asma e bronchite cronica e causare infezioni respiratorie. I principali sintomi includono tosse, difficoltà respiratorie e peggioramento delle condizioni preesistenti. Questo tipo di inquinamento è strettamente collegato a ipertensione, infarto, ictus e insufficienza cardiaca. L’esposizione cronica a PM2.5, in particolare, è associata a un aumento del rischio di malattie cardiache e morte prematura. Il particolato fine è classificato come cancerogeno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), e l’esposizione prolungata è un fattore di rischio significativo per il cancro ai polmoni. Studi recenti, inoltre, collegano l’inquinamento atmosferico a un aumento del rischio di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e la demenza, oltre a problemi cognitivi. L’inquinamento da sostanze chimiche è principalmente dovuto a metalli pesanti come piombo, mercurio e cadmio, ai pesticidi, a microinquinanti organo-clorurati come diossine e furani, nonché a composti organici volatili (COV) e al bisfenolo A (BPA). Molte sostanze chimiche industriali agiscono come interferenti endocrini, alterando il normale funzionamento ormonale. Questo può portare a problemi di fertilità, malformazioni congenite e alterazioni del metabolismo. Esposizioni a lungo termine a sostanze chimiche come i COV e alcuni metalli pesanti sono legate a un aumento del rischio di tumori, tra cui il cancro a fegato, reni e vescica. Il piombo e il mercurio sono neurotossici e possono causare danni al sistema nervoso centrale, portando a disturbi cognitivi, problemi di apprendimento e ritardi nello sviluppo nei bambini. Infine, esposizioni acute e croniche a sostanze chimiche volatili e metalli pesanti possono causare irritazioni respiratorie, dermatiti e, in casi estremi, avvelenamento. Le principali fonti di inquinamento acustico sono il traffico stradale, ferroviario e aereo, le attività industriali e i rumori urbani. L’esposizione a rumori notturni può causare difficoltà ad addormentarsi, risvegli frequenti e sonno di scarsa qualità, portando a stanchezza cronica e stress. Il rumore cronico è associato a un aumento del rischio di ipertensione, malattie coronariche e ictus. Lo stress e la risposta del corpo al rumore possono elevare la pressione sanguigna e aumentare i livelli di cortisolo. L’esposizione a lungo termine a inquinamento acustico può contribuire a problemi di salute mentale come ansia, irritabilità e depressione ma può anche causare danni permanenti all’udito. I principali inquinanti del comparto idrico sono nitrati, pesticidi, metalli pesanti, batteri patogeni e microplastiche. L’acqua contaminata può causare infezioni gastrointestinali, diarrea e altre malattie trasmesse attraverso l’acqua. L’esposizione a nitrati nell’acqua potabile può causare metaemoglobinemia nei neonati, una condizione potenzialmente mortale nota anche come “sindrome del bambino blu”. L’acqua contaminata da metalli pesanti come arsenico e mercurio può causare avvelenamento cronico, con effetti su reni, fegato e sistema nervoso. Le principali sorgenti di inquinamento da microplastiche sono la decomposizione delle plastiche stesse, le microsfere presenti nei prodotti cosmetici (c.d. microbeads), le fibre sintetiche da abbigliamento e le particelle dovute al deterioramento degli pneumatici. Sebbene gli effetti a lungo termine non siano ancora completamente compresi, le microplastiche possono agire come vettori di sostanze tossiche, contaminanti organici e metalli pesanti, che possono entrare nella catena alimentare. Le microplastiche ingerite possono causare infiammazione intestinale, stress ossidativo e potenzialmente alterare il microbiota intestinale. Gli studi sugli animali suggeriscono che l’esposizione a microplastiche può avere effetti negativi sulla riproduzione e sullo sviluppo embrionale, ma sono necessari ulteriori studi sugli esseri umani».
È una sfida ambiziosa e forse irrealizzabile quella della transizione verso inquinamento zero? Quali potrebbero essere i procedimenti più semplici per ridurlo? Si può arrivare ad un’economia totalmente sostenibile?
«Espressioni come “emissioni zero”, “inquinamento zero”, “impatto zero” e via discorrendo non hanno senso perché qualsiasi attività umana, per sua natura, non può essere scevra dal produrre emissioni, rifiuti, impatti e danni ambientali. Possiamo solo fare la scelta più sostenibile tra alternative, ma ogni alternativa avrà sempre il suo carico di emissioni, rifiuti, impatti e danni ambientali. Tuttavia, se non si può azzerare l’inquinamento si può e si deve senz’altro ridurre. In tal senso occorre lavorare, a livello di singoli e di società, per promuovere l’efficienza energetica negli edifici, nei trasporti e nelle attività industriali; favorire la transizione verso le energie rinnovabili e, quindi, fare sempre più ricorso a energia eolica, solare, idroelettrica e geotermica, in modo da ridurre sempre più la dipendenza dai combustibili fossili e diminuire, di conseguenza, le emissioni di gas serra. Al contempo, occorre promuovere un’economia sempre più circolare, in cui i prodotti sono progettati non per avere una breve durata ma per essere riutilizzati, riparati, e riciclati, riducendo il più possibile la produzione di rifiuti e la richiesta di nuove risorse. Bisogna incentivare l’uso di trasporti pubblici, biciclette, veicoli elettrici e la creazione di infrastrutture per la mobilità sostenibile. Le normative ambientali che limitano le emissioni inquinanti dalle industrie vanno rafforzate, insieme ai controlli, ma occorre anche favorire pratiche agricole sostenibili con la riduzione del ricorso a pesticidi e fitofarmaci. Oltre alle iniziative materiali occorre lavorare sull’immateriale e sui sentimenti con educazione e consapevolezza. Io provo a farlo da quasi 20 anni con il mio progetto di educazione ambientale Greenopoli (www.greenopoli.it), le cui parole d’ordine sono “condivisione” e “sostenibilità”. La condivisione si riferisce all’approccio pedagogico, mentre la sostenibilità riguarda i contenuti informativi. La sostenibilità va praticata quotidianamente e a tutti i livelli ricordando, comunque, che noi possiamo solo rallentare l’aumento dell’entropia (e del disordine) ma non arrestarla in ossequio al secondo principio della termodinamica», ha continuato De Feo.
Potrebbe interessarti anche: Google Maps contro l’inquinamento da metano
Francia e Italia a braccetto…
Due Paesi vicini di casa, due Paesi che spesso si stuzzicano l’un l’altro ma che alla fine hanno gli stessi problemi. È il caso di due luoghi divenuti entrambi noti per la vicinanza a due grandi acciaierie, e altre fonti di inquinamento industriale: Fos-sur-Mer (Provenza) e Taranto (Puglia). Nella cittadina francese situata alla foce del fiume Rodano ha sede uno degli impianti siderurgici del colosso ArcelorMittal, un’installazione che venne realizzata all’inizio degli anni ‘70 e che oggi è una delle due più importanti acciaierie del Paese. In epoche passate, a prendere sempre più potere nella zona fu una delle famiglie più importanti del centro abitato che iniziò a dominare le saline e le peschiere degli stagni nei pressi di Fos-sur-Mer. La cittadina, da sempre una località immersa nella natura, oggi svetta in un paesaggio urbano fortemente marcato dalla mano dell’uomo: ad est del territorio c’è l’estrazione del sale, a ovest la grande zona industriale e portuale con petrolio, acciaio e il nuovo porto di Marsiglia. Dal 1933, passeggiando dalla sua stazione al suo centro, ci si imbatte in un impianto attivo per la produzione di cemento fuso. Ad attraversare il bosco e le paludi sono tralicci elettrici che si dirigono verso la zona industriale: gasometri, serbatoi, ciminiere e altiforni. Dalle torri medievali del castello di Fos, create inizialmente con lo scopo di scorgere i nemici da lontano, oggi si gode di una “magnifica” vista sulle installazioni siderurgiche, le quali rimandano all’era dei De Wendel, una delle grandi dinastie europee dell’acciaio. L’ArcelorMittal, prima Solmer, è attiva dalla metà degli anni ‘70 del Novecento e incarnò, con l’acciaieria di Dunkerque, il transito a quella che è chiamata era della siderurgia marittima, impianti sulla costa mediterranea capace di lavorare grandissime quantità di acciaio. Un insieme di numerosi impianti petrolchimici, di raffinerie, moli container e centrali termoelettriche convertirono il Golfo di Fos nel più grande porto della Francia, e il secondo nel Mar Mediterraneo. La zone industriale in questione sarebbe diventata ancora più estesa se non fosse sopraggiunta la crisi petrolifera del 1973, grazie alla quale molti ambienti naturali sono riusciti a salvarsi. Fos-sur-Mer oggi è infatti un’amata meta turistica che però ha subito le conseguenze di secoli di operazioni dell’essere umano volte a sottomettere l’ambiente e la natura alle proprie necessità.

Tra le buone notizie sembra esserci quella dell’investimento del Gruppo Marcegaglia, importante player italiano nell’industria siderurgica europea, che sta lavorando all’approvazione di un ambizioso piano di investimenti da 600 milioni di euro per rilanciare l’antica acciaieria di Fos-sur-Mer. Questo investimento consentirà alla società di completare e appagare la domanda interna di acciaio in Italia grazie a sistemi di produzione sostenibili. Una domanda che si piazza all’interno di un programma di sviluppo e decarbonizzazione delle attività del gruppo cercando di indirizzare la produzione verso l’utilizzo di green DRI volto a diminuire le emissioni di gas serra di almeno l’80% rispetto ai modi tradizionali.
Attualmente il nodo industriale di Fos è protagonista di molteplici azioni legali innescate dai cittadini. Tra queste c’è quella che ha guidato il tribunale penale di Marsiglia ad aprire una istruttoria per reati ambientali e un’indagine partecipativa su ambiente e salute che ha trasformato la percezione pubblica dell’inquinamento. Uno studio condotto nel 2015 aveva constatato che oltre la metà della popolazione che era stata interpellata (circa il 63%) era stata colpita almeno da una malattia cronica contro il 36,6% legato al resto della Francia.
Dall’altro lato troviamo la situazione italiana a Taranto. La città meridionale, infatti, è tormentata da moltissimi anni dalla presenza di un impianto siderurgico, una raffineria ed inceneritori. La vicenda delle acciaierie a Taranto inizia nel 1960 con l’inizio dei lavori, per poi arrivare quattro anni dopo all’accensione del primo altoforno dell’Italsider che circa 30 anni dopo cambia nome in Ilva e nel 1995 si privatizza. È proprio in quel periodo che iniziano ad esserci i primi sospetti riguardo i problemi di ambiente e di salute a causa del crescente numero di morti nella zona provocate dai tumori. Più volte dal 2012 in avanti avvengono sequestri, arresti, perdite di posti di lavoro e una marea di polemiche. Una storia tormentata e guarnita da troppi protagonisti, magistratura, operai, presidenti, aziende, Stato italiano, e che ancora oggi, dopo l’ultima vicenda di poco tempo fa, continua ad essere al centro di numerosi dibattiti. Il governo non smette di provare a ridare attualità all’impianto a seguito della spaccatura con l’ArcelorMittal che aveva preso l’acciaieria sotto la sua guida nel 2016. Per tutta questa storia il nostro Paese è stato condannato per due volte, nel 2019 e nel 2022, dalla CEDU per mancato impegno nei confronti del diritto alla salute dei lavoratori dell’ex Ilva e nei confronti dei cittadini residenti nei pressi dell’acciaieria. Non solo, l’Italia è stata anche condannata per violazione di diritti di un gruppo di cittadini di Taranto che avevano domandato giustizia per i danni arrecati alla loro salute dalle emissioni inquinanti. Una questione che però è ancora oggi considerata troppo importante e troppo grande per accettarne il fallimento e una definitiva conclusione.

Leggi anche: Quanto incide l’esposizione prenatale all’inquinamento sulla salute del neonato?
Anche su questi due casi specifici, abbiamo fatto qualche domanda al professore Giovanni De Feo.
Taranto e Fos-sur-Mer sono accomunate dalla presenza di grandi acciaierie, sono stati svolti degli studi sulla situazione attuale nelle due città? Se sì quali e cosa dicevano?
«Taranto ospita uno dei più grandi complessi siderurgici d’Europa con una lunga storia di problemi ambientali e sanitari. La gravità della situazione è ben descritta dai diversi rapporti dello “Studio SENTIERI” condotto dall’Istituto Superiore di Sanità italiano. Questo studio epidemiologico ha esaminato la salute della popolazione in aree a rischio ambientale, inclusa Taranto, ed ha rilevato un eccesso di mortalità per malattie respiratorie, tumori e altre patologie legate all’inquinamento. Il rapporto del 2019 ha confermato che la popolazione della città pugliese, in particolare quella residente nelle aree più vicine all’acciaieria, soffre di un’incidenza più alta di malattie legate all’inquinamento industriale. Anche l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Puglia (ARPA) ha svolto numerose analisi sull’inquinamento atmosferico a Taranto, evidenziando livelli critici di PM10, diossine, benzopirene e altri inquinanti. Fos-sur-Mer, invece, è un importante centro industriale con una grande acciaieria, ma è anche sede di altre industrie pesanti, tra cui raffinerie di petrolio e impianti chimici, che contribuiscono all’inquinamento dell’ambiente e ai conseguenti danni per la salute pubblica. Lo studio epidemiologico Fos-Epseal condotto dall’Associazione Santé Environnement Provence (ASEP), ha evidenziato un aumento delle malattie croniche nella popolazione di Fos-sur-Mer, inclusi problemi respiratori, cardiovascolari e tumori. L’indagine ha rivelato che gli abitanti di Fos- sur-Mer hanno una probabilità significativamente maggiore di sviluppare determinate patologie rispetto alla media nazionale. L’organizzazione regionale di monitoraggio della qualità dell’aria (AIR PACA) ha condotto diverse analisi sulla qualità dell’aria a Fos-sur-Mer, evidenziando alti livelli di particolato, ossidi di azoto, e composti organici volatili. Infine, studi condotti dall’Agence régionale de santé (ARS) hanno mostrato tassi di mortalità più elevati a Fos-sur-Mer rispetto ad altre aree della regione, attribuendo questa differenza all’inquinamento industriale».
I periti nominati dalla Procura di Taranto hanno condotto delle analisi epidemiologiche in un periodo di 7 anni che hanno dato come risultati un complessivo numero di 11.550 morti (in media 1.650 morti all’anno), 26.999 ricoveri (in media 3.857 ricoveri annuali) essenzialmente per cause cardiache, respiratorie e cerebrovascolari. Una minaccia elevatissima, secondo il Ministero della Salute, quella del PM10 (particolato) presente nella città nonostante sia nettamente inferiore a quello presente in diverse città del Nord Italia ma peggiore a causa della tipologia di inquinanti trasportati da queste particelle sottili.
Ci sono differenze tra i due casi in questione? Da quando sono state installate a oggi è cambiato qualcosa? In meglio o in peggio?
«Le situazioni di Taranto e Fos-sur-Mer, pur avendo somiglianze presentano differenze rilevanti in termini di contesto sociale, economico e di gestione ambientale. In sintesi, per quanto riguarda Taranto, nonostante alcuni interventi, la situazione è rimasta gravemente compromessa. Sebbene ci siano stati miglioramenti tecnologici e interventi normativi, l’inquinamento ha avuto effetti profondi e duraturi sulla salute della popolazione e sull’ambiente, e i cambiamenti sono stati più lenti e meno efficaci rispetto a quelli necessari. Invece, a Fos-sur-Mer, la situazione sembra essere cambiata in meglio in termini di gestione ambientale, con una riduzione delle emissioni e un aumento della consapevolezza pubblica. Tuttavia, i problemi sanitari persistono, e la complessità industriale dell’area rende difficile raggiungere una soluzione definitiva», ha concluso l’esperto.
Il costo dell’inquinamento
I molteplici impianti industriali presenti in Europa provocano un inquinamento atmosferico tutt’altro che economico: i costi infatti vanno dai 268 ai 428 miliardi di euro in media ogni anno, numeri che nel 2021 equivalevano a circa il 2% del PIL dell’Unione Europea. Tutte informazioni rilasciate da un’analisi dell’EEA, Agenzia Europea dell’Ambiente, la quale ha comunicato che il costo dell’inquinamento è sceso di circa un terzo negli ultimi 10 anni. Lo studio ha dimostrato che soltanto pochi degli impianti più inquinanti (l’1%) provocano la metà dei danni totali. Nel 2021 Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna sono stati i primi cinque Stati membri con impianti che hanno concorso alla maggior parte dei costi esterni. Ma quando questi sono stati paragonati al PIL come segnale della prestazione relativa per unità di produzione economica nazionale, i primi cinque Paesi sono stati Grecia, Polonia, Cipro, Estonia e Bulgaria. L’azienda informatica VOLY (Inghilterra) ha stilato una classifica delle prime 107 industrie più inquinanti, di cui 11 sono in Italia. La società si riferisce al fatto che in questa stima la mortalità dovuta all’esposizione ai principali inquinanti atmosferici è calcolata in termini di anni di vita persi e valutati dal valore di un anno di vita espresso in milioni di euro. Qui di sotto le prime 20:


Ma non sono diminuiti solo i costi dell’inquinamento industriale, anche quelli dell’ambiente e della sanità europea: -33% dal 2012 al 2021. Il ramo energetico ha costituito circa l’80% del calo complessivo, fondamentalmente utilizzando le migliori tecniche disponibili come le energie rinnovabili e i combustibili meno inquinanti.
L’ulteriore futuro rafforzamento della direttiva UE sulla qualità dell’aria dovrebbe avvicinare sempre di più i limiti di inquinamento alle linee guida imposte dall’Organizzazione mondiale della sanità. Entro la fine del 2024 l’EEA condividerà le prospettive sull’inquinamento zero, insieme alla Commissione europea, e sottolineerà tutti i punti di forza della transizione energetica dell’UE delineando e tracciando i 100 grandi impianti di combustione più inquinanti dell’Unione Europea.
Riusciremo mai a dare un florido futuro alle nuove generazioni?
Potrebbe interessarti anche: Allarme CO2: la concentrazione nell’atmosfera a livelli record
di: Alice GEMMA
FOTO: SHUTTERSTOCK