Reuters ha messo letteralmente a nudo le falle nel sistema della piattaforma. Tragedie personali avvenute in ogni parte del mondo, anche in Italia

La pornografia non consensuale è la condivisione pubblica di immagini o video a contenuto sessualmente esplicito attraverso Internet, senza il consenso dei soggetti che ne sono protagonisti. Può avvenire per vendetta, il cosiddetto “revenge porn“,  per vendicarsi di qualcuno (molto spesso nei confronti dell’ex compagno/a). Ma anche per denaro. Una dettagliata inchiesta della Reuters ha portato alla luce anche casi di video di stupri venduti sulla piattaforma OnlyFans, che percepisce il 20% dei proventi dei contenuti. 

Cos’è OnlyFans

Secondo la definizione di Wikipedia, OnlyFans è un sito web con sede a Londra, che offre un servizio di intrattenimento tramite abbonamento. I creatori di contenuti possono guadagnare denaro dagli utenti che si iscrivono ai loro contenuti, i fan, appunto. È popolare nel settore dell’intrattenimento per adulti, ma ospita anche contenuti di altri generi e consente ai creatori di contenuti di ricevere pagamenti direttamente dai fan, su base mensile. OnlyFans non possiede una politica molto restrittiva sui contenuti e consente agli utenti la possibilità di condividere anche contenuti pornografici, in cambio di una quota di iscrizione.

OnlyFans è stato lanciato nel 2016 come sito web per creatori consentendo ai loro follower di iscriversi tramite una tariffa mensile per vedere clip e foto. Nel maggio 2020, dopo che il sito è stato menzionato da Beyoncé in una canzone, il ceo Tim Stokely ha dichiarato a BuzzFeed News che «il sito sta avendo circa 200.000 nuovi utenti ogni 24 ore e da 7.000 a 8.000 nuovi creatori ogni giorno». La starlette Bella Thorne ha stabilito un record quando ha guadagnato più di 1 milione di dollari entro 24 ore dall’iscrizione alla piattaforma nell’agosto 2020 e più di 2 milioni di dollari in meno di una settimana.

Secondo l’ultimo bilancio, la società madre Fenix ​​International Limited ha visto il suo numero di creatori crescere del 47% nel 2021 fino a poco meno di 3,2 milioni, mentre il numero di fan registrati (ma non necessariamente paganti) è cresciuto del 27% fino a 238,8 milioni. Il volume lordo del sito, la quantità di denaro spesa da questi fan, è cresciuto del 15,7% arrivando a 5,55 miliardi di dollari nel 2022. La quota di compartecipazione alle entrate del 20% ha fruttato ricavi per 1,09 miliardi di dollari lo scorso anno, rispetto ai 931,8 milioni di dollari del 2021. L’utile netto per il 2022 è stato di 403,7 milioni di dollari. Non male per un’azienda con 53 dipendenti. Ma soprattutto un buon affare per il suo unico direttore, il proprietario Leonid Radvinsky, che l’anno scorso ha staccato dividendi per 338 milioni di dollari.  

Sammy e le altre

La pornografia non è illegale, quella non consensuale sì, ma, a livello di tutela giudiziaria c’è ancora molto lavoro da fare. Reuters racconta il caso di Sammy, una 21enne il cui stupro è stato filmato e messo in vendita sulla piattaforma: solo negli Usa le denuncie di casi simili sono state 128 tra il 2019 e il 2023, ma probabilmente sono molti, molti di più. Alcune persone sono riluttanti a sporgere denuncia e le polizie di tutto il mondo spesso non hanno esperienza nella raccolta di prove tecniche di crimini informatici o li considera reati di bassa priorità. Inoltre, le donne possono essere riluttanti a condividere immagini esplicite con poliziotti e pubblici ministeri uomini.

Nella maggior parte dei casi, si tratta di “revenge porn” ed è lampante come la tecnologia abbia trasformato sia le relazioni moderne sia l’industria del porno. Oggi chiunque abbia un cellulare e una connessione Internet può realizzare e distribuire video e immagini a sfondo sessuale. Filmare e condividere queste scene è ormai una parte accettata di molti incontri intimi, purché rimanga un segreto degli innamorati. Pubblicare quei video online, tuttavia, non è solo un grave tradimento. Può anche essere illegale. E pericoloso.

In Texas, una donna ha denunciato di essere stata costretta a installare un sistema di sicurezza domestica dopo essere stata molestata da stalker che avevano visto un suo video, diventato virale su OnlyFans. Una donna del Nebraska ha detto di aver faticato a uscire in pubblico, terrorizzata che la gente potesse riconoscerla da un video di sesso che il suo ex fidanzato vendeva sulla piattaforma per 15 dollari. 

In risposta alle domande di Reuters, un portavoce di OnlyFans ha affermato che «nei pochi esempi in cui i malintenzionati hanno utilizzato in modo improprio la nostra piattaforma, OnlyFans ha rimosso rapidamente il contenuto, ha bannato l’utente e ha sostenuto attivamente indagini e procedimenti giudiziari”. Il portavoce ha affermato che il sito ha rafforzato le procedure di verifica del consenso alla fine del 2022 e richiede «prova di identificazione e consenso da parte di tutti gli individui presenti in qualsiasi contenuto esplicito caricato sulla nostra piattaforma e moderiamo tutti i contenuti caricati». 

Tuttavia è evidente che qualche problema c’è. In Australia, un uomo del Queensland è sotto processo con l’accusa di essersi filmato mentre violentava la sua ragazza priva di sensi nel 2021 e di aver caricato il video su OnlyFans. In Thailandia, una coppia sposata è stata arrestata a ottobre con l’accusa di aver drogato e violentato quattro donne e una ragazza di 17 anni, per poi aver venduto i video sulla piattaforma. In Romania, l’ex kickboxer Andrew Tate è in attesa di processo per stupro e traffico sessuale. Tate nega le accuse. In Gran Bretagna, Stephen Bear, un ex concorrente di un reality show, è stato condannato nel marzo 2022 a 21 mesi di carcere dopo aver pubblicato un video di sesso della sua ex fidanzata senza il suo permesso. In Gran Bretagna si contanto altre 17 denunce per pornografia non consensuale sulla piattaforma di Radvinsky.

Impunità (quasi) certa

Combinando il glamour dei social media e il business del sesso, OnlyFans si presenta come una nuova generazione di siti web per adulti. Nonostante l’attenzione generata da casi di alto profilo, le forze dell’ordine affermano che la vastità del sito e i paywall dei creatori di contenuti hanno reso quasi impossibile un monitoraggio sistematico. Il sito è in gran parte una scatola nera per gli estranei, molto meno accessibile rispetto ad Instagram, X e Facebook. Il paywall «aggiunge in modo assoluto e inequivocabile una barriera – ha detto alla Reuters Joseph Scaramucci, un vice sceriffo del Texas che in passato ha lavorato in una task force contro il traffico di esseri umani -. Alcune forze dell’ordine non si iscriveranno agli account OnlyFans a causa di vincoli di budget». 

Il ceo di OnlyFans, Keily Blair, ha affermato che «il 100%” dei contenuti viene esaminato da moderatori umani aiutati dall’intelligenza artificiale». Ma i casi documentati da Reuters, compreso il video dello stupro di Sammy, evidenziano lacune significative. 

«La vittima dice chiaramente di “no” nel video – ha detto Todd Falzone, l’avvocato di SammyQuindi, se avessero davvero moderato quel video, lo avrebbero visto e sentito». La vittima ha accusato sia gli aggressori (che si sono dichiarati innocenti) sia la piattaforma, con l’accusa di sfruttamento a fini commerciali di abusi sessuali, una legge della Florida. E non è l’unica: potrebbe avvicinarsi una resa dei conti per OnlyFans e altri operatori del settore.

Ad oggi, per le vittime, la battaglia legale può essere fonte di ulteriore dolore e frustrazione. Quella di Amanda Dicrosta è iniziata in Florida nel febbraio 2022, quando è entrata nel dipartimento di polizia di Tampa per presentare una denuncia di molestie informatiche sessuali contro il suo ex fidanzato, Mike McFarland, ex giocatore degli Indianapolis Colts della National Football League. I due si erano frequentati per circa un anno e poi si erano lasciati. McFarland ha successivamente pubblicato video di loro che facevano sesso sui suoi account OnlyFans e Twitter senza il suo permesso. Quando Dicrosta lo ha saputo, ha affrontato l’ex e lui inizialmente ha rimosso i video. Ma nell’agosto 2021, quando ha rivisitato l’account di McFarland, ha scoperto non solo quei video ma anche alcuni nuovi, a sua detta registrati a sua insaputa.

Quando ha visto i suoi video in vendita a 5 dollari ciascuno, si è sentita male: «Non ci si mangia nemmeno da McDonald’s” si è sfogata. Questa volta l’ex giocatore non ha voluto rimuovere i video ed ha dichiarato che erano consensuali. Dopo essere stata ascoltata dall’ufficio del procuratore dello stato, la polizia ha detto a Dicrosta che il caso non poteva essere perseguito. I video mostravano le sue parti intime, la biancheria intima e il costume da bagno, ma non il suo viso. Affinché il caso potesse procedere in tribunale, secondo il rapporto della polizia, i video dovevano includere informazioni che la identificassero più precisamente.

Dei 128 casi statunitensi documentati da Reuters, solo 28 si sono conclusi con un arresto e otto hanno portato a qualsiasi tipo di condanna penale. Tre persone sono finite in prigione, due per 48 ore ciascuna. La polizia ha chiuso 90 casi, di cui nove per mancanza di prove, 12 perché le piste investigative erano esaurite e 10 perché gli accusatori hanno deciso di non portare avanti le accuse. Gli altri 38 sono rimasti aperti, inclusi 15 casi contrassegnati come “inattivi”. La polizia ha documentato alcuni casi “solo a scopo informativo”.

I ripetuti sforzi del Congresso degli Stati Uniti per approvare leggi federali che criminalizzano la pornografia non consensuale sono falliti, in gran parte a causa delle obiezioni dei sostenitori della libertà di parola. E il fatto che siano pubblicati a pagamento peggiora la situazione: se la legge vieta il “revenge porn” per arrecare danno psicologico alle vittime, non impedisce, però, di guadagnarci. 

In Italia

I funerali di Tiziana Cantone – ANSA/ CIRO FUSCO

In Italia, il Codice Rosso, legge numero 69 del 2019, ha introdotto il delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, punito all’art. 612 del codice penale. Lo stesso punisce «chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000. La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento. La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici. La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza. Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. Si procede tuttavia d’ufficio nei casi di cui al quarto comma, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio».

Il bene giuridico tutelato dalla norma è la libertà di autodeterminazione della persona, come si può intuire dalla collocazione nella Sezione III del codice penale dedicata ai delitti contro la libertà morale ed individuale della persona. È una fattispecie plurioffensiva in quanto tutela l’onore, il decoro, la reputazione, la privacy così come l’onore sessuale della singola persona.

Secondo l’associazione no-profit Permesso Negato, ad oggi 2 milioni di italiani sono stati vittime di “revenge porn“, 14 milioni hanno visto le immagini di vittime ed 1 italiano su 6 ha prodotto contenuti pornografici. Gravissima, poi, la situazione sui canali e sui gruppi Telegram: si è passati dai 17 gruppi o canali e 1.147 milioni di utenti, dedicati allo scambio di porno non consensuale, ai 29 e 2.223 milioni di clienti. Lo sanno bene le sedi di polizia postale di tutta Italia. Anche se non si conoscono casi di video di stupro sfruttati commercialmente, come nei casi prima descritti, la probabilità che ce ne siano anche nel nostro Paese è alta, com’è alta quella che le vittime abbiano preferito non denunciare anche ai media la doppia violenza subita. 

Le statistiche mettono in luce un ulteriore drammatico fatto: la prima risposta che il 51% delle vittime ha dopo aver subito un episodio di revenge porn è di tentare il suicidio. Ne è un esempio la vicenda di Tiziana Cantone, 31enne napoletana, che nel 2016 venne trovata impiccata nella cantina della casa della zia. L’anno prima un amico le comunica di averla vista in un filmato su un sito porno; lei riconosce le immagini, pubblicate su più siti, addirittura inserite in alcuni gruppi Facebook. La donna denuncia ma le sue foto e i suoi video avevano già avuto ampia diffusione. Ne chiede la rimozione ma il giudice precisa che alla ragazza non può essere accordato il diritto all’oblio.

«Gli strumenti tecnici e giuridici per limitare la diffusione di questo tipo di materiali ci sono – spiega l’avvocato Andrea Martinis -, ma la realtà e la tecnologia sono più veloci della legge». 

«Quando consentiamo al partner o registriamo noi stessi video intimi bisogna essere assolutamente certi che resti privato. Se ciò non accade, è un reato penale, ma, purtroppo, a fronte di un danno personale gravissimo e permanente, non c’è alcuna garanzia che l’iter giudiziario vada a buon fine», per le problematiche già analizzate prima. 

La protezione della propria immagine è sottovalutata: spesso non c’è consapevolezza che postare una foto o caricarla in certe app può essere molto rischioso. Sono noti casi di persone che sono state ricreate con l’intelligenza artificiale e si sono ritrovate in un porno senza averlo mai girato. Il Mondo se ne è occupato in questo articolo. Insomma, le leggi ci sono, ma non bastano. La prudenza, invece, forse manca. 

di Giulia Guidi

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