Da Roma a Costantinopoli si fa sempre più insistente il dibattito sulla celebrazione della Pasqua cattolica e ortodossa in un’unica data. Le due confessioni sorelle sono pronte a riunirsi? Lo chiediamo ad Andrej Jeftic del World Council of Churches

Anche quest’anno il Dio cattolico risorge prima di quello ortodosso, anticipandolo di ben 35 giorni. Il 2024 però potrebbe, e mai condizionale fu più obbligatorio, essere l’ultimo anno in cui le due Chiese festeggiano separatamente la Santa Pasqua. Perlomeno questo è l’auspicio di tanti vicari di Cristo intenti a ricucire uno strappo millenario. Ma perché cristiani e ortodossi festeggiano separatamente la Pasqua? E come potrebbe cambiare un rito tanto radicato nelle rispettive celebrazioni? Per capire la questione, partiamo dagli albori del Cristianesimo.

Dal calendario Giuliano a quello Gregoriano

La Chiesa ortodossa e la Chiesa cattolica seguono due calendari diversi, rispettivamente quello Giuliano e quello Gregoriano. Il primo risale al 46 a.C. quando Giulio Cesare, in qualità di Pontefice Massimo, impone l’adozione del calendario elaborato dall’astronomo Sosigene di Alessandria. Il secondo venne invece introdotto nel 1582 da papa Gregorio XIII. A quell’epoca si era infatti capito che nell’anno solare di Sosigene ci sono 11 minuti e qualche secondo di “avanzo” rispetto all’effettiva posizione della terra attorno al sole, pari a un giorno di ritardo ogni 128 anni. Questo diventava evidente nel momento in cui l’equinozio di primavera non coincideva più con la data sul calendario, sballando così anche i calcoli astronomici per individuare la data della Pasqua. La data della Pasqua cristiana, lo ricordiamo, è legata a quella ebraica e cade nella domenica seguente il primo giorno della prima luna piena dopo l’equinozio di primavera.

Così con la famosa bolla Inter Gravissimas si decide, drasticamente, di allineare il calendario con i più aggiornati calcoli astronomici: il papa “cancella” innanzitutto i 10 giorni di ritardo ormai accumulati passando in quell’anno dal 4 ottobre direttamente al 15. Inoltre, per interrompere gli slittamenti futuri, si stabilisce un metodo per “decurtare” automaticamente i giorni che risulterebbero “in più”: si stabilisce che gli anni a cifra tonda, multipli di cento, saranno bisestili solo se saranno anche multipli di 400. In questo modo il gap fra il calendario e la rotazione terrestre viene ridotto a 26 secondi, pari a un giorno ogni 3.323 anni.

Ritratto di papa Gregorio XIII, Lavinia Fontana, 1570/80 (WIKIMEDIA COMMONS)

Quello Giuliano è un calendario liturgico, legato unicamente alle festività e distinto dal calendario civile, e secondo esso  il Natale cade il 7 gennaio, l’Epifania il 19 gennaio e così via. Permane insomma il “problema” di una Pasqua cristiana frammentata, considerando anche che gli ortodossi non festeggiano mai la loro Pasqua prima della Pesach ebraica, mentre la ricorrenza cattolica a volte la precede. Mentre gli ortodossi sono rimasti fedeli alla loro datazione, anche i protestanti hanno gradualmente adottato il calendario Gregoriano, principalmente per ragioni storiche: i luterani infatti erano geograficamente più vicini e intrattenevano maggiori rapporti con il mondo cattolico (e gli Stati ad esso connessi), a differenza degli ortodossi che oltre ad avere meno interazioni dirette con i cattolici, e quindi a riscontrare meno criticità legate ai calendari discordanti, si rifiutarono di adeguarsi all’ordine di un papa cui non volevano riconoscere la supremazia.

Così, oggi la Pasqua ortodossa e quella cattolica ricorrono nella stessa data circa ogni tre anni. Sarà così anche nel 2025 quando la Pasqua cadrà il 20 aprile e, stando alle dichiarazioni sparse di molti esponenti religiosi (di ambedue le confessioni, e non solo), il 2024 potrebbe essere l’ultimo anno in cui le due ricorrenze si celebrano separate. «Sembra esserci un’ampia condivisione dell’argomento che un’osservanza unificata della Pasqua sarebbe un messaggio molto potente dell’unità dei cristiani nel mondo. È un sentimento che appare condiviso da molte Chiese, con pochissima o nessuna opposizione» ci conferma Andrej Jeftic, direttore di Fede e Ordine presso il World Council of Churches.

Il processo di unificazione dei due calendari, graduale e lentissimo, ha già compiuto dei passi in avanti sul Natale. Oggi alcune Chiese ortodosse (il Patriarcato Ecumenico, la Chiesa ortodossa greca, la Chiesa ortodossa romana e, di recente, anche la Chiesa greco-cattolica dell’Ucraina che non è ortodossa ma segue il rito bizantino) celebrano il Natale il 25 dicembre. Per quanto riguarda la Pasqua, si sono adeguati al rito Gregoriano anche la chiesa ortodossa di Finlandia e gli armeni ortodossi. Viceversa, vi sono comunità cattoliche latine che, trovandosi in minoranza nel loro territorio, hanno deciso di festeggiare secondo il calendario ortodosso in ossequio anche a quanto concesso dal Concilio Vaticano II, il più recente della Chiesa cattolica (1692-1965). «La commistione ibrida che molte Chiese ortodosse hanno adottato potrebbe costituire un modello da prendere come esempio per le altre Chiese» ci conferma Jeftic.

Siriani-ortodossi celebrano la Pasqua a Gerusalemme (ANSA/PIERRE TERDJMAN)

Un Concilio, due calendari

Per affrontare la questione, che è più sostanziale di quanto non si pensi, urge un piccolo ripasso di storia, per le altre confessioni e per chi quel giorno era assente al catechismo, sul Concilio di Nicea. Il primo concilio ecumenico cristiano viene convocato nel 325 d.C. da Costantino per dirimere diverse vertenze; all’ordine del giorno c’è soprattutto il delicato quesito del Logos sulla natura del Figlio, ma si tocca anche la questione pasquale. Al termine del Concilio, Costantino stabilisce “con giudizio unanime che la santissima festa della Pasqua sia celebrata in un unico e medesimo giorno”. La data, secondo le indicazioni niceane, andrebbe individuata seguendo l’equinozio di primavera (che rappresenta la memoria della creazione) e calcolando 14 giorni dalla prima luna. Questa regola è effettivamente sopravvissuta al tempo, peccato che a cambiare sia stato il calendario stesso. Il dibattito sulla celebrazione della Pasqua cristiana, insomma, ha una storia lunga 1700 anni, costellata di tentativi finora vani ma reiterati di dialogo. Ciclicamente, il Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) è tornato sulla questione con l’intenzione di armonizzare i festeggiamenti religiosi nelle diverse confessioni. Puntualmente, le consultazioni non hanno mai portato a nessun risultato. Lo diceva già nel 387 Giovanni Crisostomo, quando ribadiva che ogni Eucarestia è Pasqua e che è un dovere delle Chiese, impartito da Cristo stesso, adeguarsi al volere della maggioranza per scongiurare ogni divisione interna.

Per superare l’impasse la commissione Fede e Costituzione del Comitato centrale del CEC arrivò a proporre, nel 1977, un terzo calendario basato su calcoli astronomici scientificamente aggiornati. In questo modo si sarebbe rispettata la regola nicea dell’unità e della determinazione del giorno ovviando allo slittamento annuale del calendario giuliano. La proposta ottenne il riconoscimento da parte degli ortodossi che però la lasciarono cadere nel vuoto perché, seguendo i calcoli astronomici aggiornati, il calendario si sarebbe avvicinato “troppo” a quello Gregoriano andando a rivoluzionare le abitudini di culto. Lo diceva chiaramente la seconda conferenza panortodossa preconciliare secondo cui “nella situazione attuale, il popolo fedele di Dio non è preparato o, almeno, non è stato sufficientemente informato per affrontare e accettare un cambiamento nella questione della determinazione della data di Pasqua“. 

Dopotutto la questione dell’unità pasquale sembra toccare poco le comunità di fedeli, da un lato perché si muove su corde squisitamente teologiche e quindi spesso complesse, dall’altro perché sussistono ancora oggi “ragioni pastorali” come le chiamava sull’Osservatore Romano il sacerdote Eleuterio Francesco Fortino, già sottosegretario del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Per capire queste “ragioni” dobbiamo pensare che nelle Chiese ortodosse che hanno assunto il calendario Gregoriano basandosi sui calcoli astronomici aggiornati (le Chiese di Costantinopoli, Grecia, Romania e Cipro e in seguito i Patriarcati di Alessandria, Antiochia e Bulgaria) ci sono state vere e proprie “scissioni” da parte dei “cosiddetti vecchio-calendaristi, o paleoimerologhiti, che si dicono “autentici ortodossi”“, spiega ancora Fortino.

Qualcosa sta per cambiare?

L’ultimo tentativo di dialogo concreto risale al 2014 quando fu il papa della Chiesa copto-ortodossa Tawadros II a tendere la mano al papa cattolico Francesco e al Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. Quell’anno, in un acclamato intervento davanti al Movimento del Rinnovamento dello Spirito, Bergoglio parlava di “ecumenismo del sangue” per richiamare tutti i cristiani a riconoscersi fratelli: «se il nemico ci unisce nella morte, chi siamo noi per dividerci nella vita?». Ancora una volta, in barba dall’unità la proposta raccoglie un favore solo parziale, con il patriarca siro-ortodosso Mor Ignatius Aphrem II e l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby che accolgono il calendario Gregoriano e il Patriarcato di Mosca che invece vi si oppone.

Patriarca ecumenico Bartolomeo I al Concilio panortodosso del 2016 a Creta (EPA/DIMITRIS PANAGOS)

Di nuovo, le speranze per una data unica si riaccendono nel 2022, quando Bartolomeo I mostra rammarico per il fatto che “purtroppo non la celebriamo insieme da molti anni, da molti secoli” e annuncia che “oggetto degli sforzi condivisi con il papa è quello di trovare una soluzione a ciò”, forse proprio in occasione dell’anniversario del concilio di Nicea nel 2025. L’annuncio, che sembra uno spoiler, viene ripreso ancora dall’Arcivescovo ortodosso Igor Getcha di Telmessos, capo della Missione permanente del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli presso il CEC, che rinnova l’appello per una Pasqua comune.

«In termini di sforzi recenti, il Concilio Mondiale delle Chiese, attraverso la sua commissione Fede e Ordine, ha condotto consultazioni nelle ultime decadi. Queste hanno aperto a profonde discussioni teologiche e specifiche raccomandazioni» spiega anche Jeftic, ammettendo che “queste e altre iniziative simili devono ancora dimostrare dei cambiamenti tangibili“. Si potrebbe aprire uno spiraglio con la Sesta Conferenza Mondiale organizzata dalla commissione Fede e Ordine che si terrà nel 2025: «c’è l’intenzione di re-esaminare il lavoro precedentemente svolto su questa materia ed estendere nuovi appelli alle Chiese per revisionarla» ci conferma. Si tratta, prosegue Jeftic, di cogliere anche l’occasione del venturo anniversario del concilio di Nicea che nel 2025 “compirà ” i suoi primi 1700 anni.

«Il problema principale per gli ortodossi sembra essere il timore di divisioni all’interno delle Chiese ortodosse. E questa preoccupazione va presa sul serio» spiega Dagmar Heller, Program Officer per l’Ortodossia presso l’Istituto per gli Studi Ecumenici e la Ricerca. Secondo la teologa, l’unica soluzione praticabile per una riunificazione dovrebbe invertire l’approccio, con tutte le Chiese chiamate ad aderire al calendario Giuliano per le festività pasquali. Con questa soluzione tutti i cristiani seguirebbero la regola di Nicea, “che attualmente unisce tutte le Chiese cristiane”, mantenendo vivo “sia il legame tra Pasqua e il ciclo della natura sia il suo significato simbolico collegato alla sconvolgente irruzione della risurrezione nel consueto flusso degli eventi naturali”. Dopotutto, “dal momento che le Chiese occidentali sono disposte persino a rinunciare alla regola di Nicea, potrebbero invece rinunciare – per amore dell’unità – all’idea di seguire la precisione astronomica”.

Anche su questo punto interroghiamo Jeftic che ci ricorda come le Chiese siano costruite sulle loro tradizioni più profonde, che “influenzano la loro coscienza collettiva in diversi modi“. Queste stesse tradizioni sono a loro volta anche “il risultato di specifiche traiettorie storiche, culture e contesti“, senza contare le differenti strutture di governance e i processi decisionali. In tutto questo, ci ammette il direttore del CEC, “è inevitabile che ci sia anche una dimensione politica da considerare“.

Allontanandoci dal quadro comprendiamo che “non è solo una questione di accuratezza del calendario, anzi, l’accuratezza potrebbe essere una delle preoccupazioni minori“. A riprova di ciò, ad esempio, molte Chiese ortodosse hanno adottato il Calendario Giuliano revisionato, “che è più accurato del gregoriano. Eppure, per la datazione di Pasqua, fanno riferimento al calendario giuliano“. Il messaggio, secondo Jeftic, è chiaro: “si preferisce l’unità all’accuratezza o alla consistenza“.

Da questo punto di vista invece, il dibattito si potrebbe impostare con un focus sulla “comune testimonianza e sulla volontà di sincronizzare i nostri bioritmi liturgici“. Ciò che conta, spiega Jeftic, è “riflettere attentamente sulle nostre intenzioni quando parliamo della questione. Dobbiamo assicurarci di non essere guidati da un desiderio di far sottomettere l’altro alla nostra posizione, e al contrario lavorare su un modello che possa funzionare per tutti e che possa far crescere l’unità e una testimonianza comune“.

Anche senza addentrarci in questioni teologiche da “addetti ai lavori”, ci basta riflettere sulla valenza simbolica che avrebbe una rivoluzione del genere, un terremoto che anziché dividere ricucirebbe uno strappo secolare, tracciando una strada per il futuro. Dopotutto è anche questione di credibilità: lo ammetteva anche la Consulta teologica ortodossa-cattolica secondo cui “celebrando la Pasqua in domeniche diverse dell’anno, le Chiese danno una testimonianza divisa a questo mistero, compromettendo la loro credibilità e la loro efficacia nel portare il Vangelo al mondo“.

di: Marianna MANCINI

FOTO: ANSA/OSSERVATORE ROMANO PRESS OFFICE