All’arma bianca, gelatinoso, muliebre e incompiuto: com’è questo bipolarismo che oggi ritrova nuova linfa proprio nei suoi principali detrattori

Settimane dopo le elezioni europee e con l’indolenza estiva alle porte, la politica italiana fa come la nostra Nazionale di calcio dopo la disastrosa performance: si ritira a deliberare, prepara i capri espiatori e progetta nuovi schemi di inserimento. Con la mente fresca concessa a chi ha già assaporato un po’ di ferie estive, giusto un assaggio, è facile tracciare una riga netta fra chi ha vinto, due donne, e chi ha perso, ossia tutti gli altri. Questo esito, e non solo questo, ci conduce per mano verso un’evidenza empirica ancora vera: il bipolarismo in Italia è tutt’altro che morto. Più o meno consapevolmente, gli elettori hanno plasmato un “inedito bipolarismo con egemonia muliebre” dal carattere “gelatinoso” (la felice definizione è del professore ordinario di Diritto Pubblico Comparato all’UNINT di Roma Pino Pisicchio). A destra si consolida un macroblocco, corrispondente alla maggioranza di Governo attuale, che vale il 46%, con Giorgia Meloni azionista di maggioranza grazie al 29% raggiunto da Fratelli d’Italia. A sinistra si configura una coalizione più eterogenea pari al 48,2% che va però preso con tutte le cautele di un fronte impossibile fatto di alleanze impronunciabili (ce li vedete Matteo Renzi, Giuseppe Conte e Elly Schlein insieme ai banchi del Governo?).

Le elezioni a caldo in Cinque riflessioni post voto

È così che lo spettro della Seconda Repubblica aleggia ancora per i corridoi di Montecitorio. Intervistato sul Mattino in occasione dell’anniversario della morte di Silvio Berlusconi, il suo acerrimo nemico-amico Pierferdinando Casini ricorda il tratto “unitivo” del Cavaliere, capace di unire la destra in lui, e la sinistra contro di lui: «per molto tempo la sinistra – ricorda Casini ha rinunciato a pensare cosa volesse in nome dell’antiberlusconismo». Berlusconi aveva in effetti consolidato un bipolarismo fortemente personalizzato nella sua figura; eppure fu un’illusione, spiega ancora Casini, “che questo bipolarismo fosse virtuoso, che il centrodestra fosse sempre più centro e sempre meno destra, e che ci fosse una sinistra legittimata a governare”, mentre oggi quello che si configura è un “bipolarismo all’arma bianca”. Il bipolarismo non ha poi retto il tracollo del berlusconismo, “complici anche leggi elettorali imbalsamatrici, che trasformano in una mummia imperitura un trapassatissimo cadavere” per dirla con il filosofo e giornalista torinese Carmelo Palma. E proprio la legge elettorale costituirebbe uno dei pilastri di qualsivoglia riforma in senso maggioritario: «l’ingegneria istituzionale dovrebbe trarre insegnamenti dalla scienza delle costruzioni – osserva il politologo e costituzionalista Antonio Agosta: – strutture basate su fondamenta flessibili, sottoposte a sconvolgimenti sismici ad esempio, resistono più facilmente di strutture rigide, che invece crollano». Ad essere rigida è “l’attuale contrapposizione di schieramenti frammentati e incoerenti”, incentivati all’aggregazione solo se postuma al voto, e dunque vincolati in un patto di coalizione che di fatto ingessa l’indirizzo politico della stessa maggioranza. Al netto di un progetto di riforma costituzionale ad oggi irrisolto, non serve un dottorato in politologia per ravvedere oggi elementi di continuità rispetto a questo bipolarismo, orgogliosamente sopravvissuto anche alle ondate anti-sistema che attraversano l’Italia come l’Europa. E in effetti però sembra che i primi responsabili del continuo riproporsi di una bipartizione dello schema siano gli stessi partiti che lo hanno combattuto, più che quelli che invece si sono adeguati alle sue logiche, dal Movimento 5 Stelle al Terzo Polo fino al PD.

Fin dalla sua comparsa in Parlamento, il M5S ci ha offerto multiple dimostrazioni di quanto la nostra politica, come il nostro calcio, sia capace di plot-twist inattesi. Lo scarso risultato del Movimento, pur ampiamente previsto, lo declassa a seconda forza dell’opposizione, nonostante “tutti i principali temi di scontro politico oggi vertono o su misure e riforme dei Governi Conte (reddito di cittadinanza, superbonus, riforme della giustizia) o su argomenti importanti dell’agenda del Movimento 5 Stelle (stop invio di armi e cessate il fuoco, salario minimo, etica pubblica e lotta alla corruzione)” come puntualizzava anche Francesco Valerio Della Croce sull’HuffPost, erroneamente sostenendo che “il vero bipolarismo italiano è Conte-Meloni”, e “tutto il resto è noia”. Se Meloni incede nell’attaccare Conte non è però per eleggerlo a suo diretto rivale: lo ha dimostrato il confronto televisivo, solo teorizzato, fra la presidente del Consiglio e la segretaria del PD, fatto saltare dall’AGCOM perché il nostro bipolarismo non è altro che il semplice risultato algebrico delle elezioni, e non un sistema costituzionalmente riconosciuto. E proprio accettando e cercando questo confronto, “di fatto Schlein accettava pure la logica di quel premierato (basato su una presunta bipolarizzazione dello schema politico) che i Dem dicono di voler contestare fortemente” come nota sull’Avvenire Eugenio Fatigante. Il motivo per cui Meloni “preferisce” contrapporsi a Schlein, e non a Conte, è principalmente la sua vocazione al bipolarismo che, per funzionare, ha bisogno di una controparte ideologica e non di una forza anti-sistema e trasversale, per quanto il Movimento non sia più quello nato sul blog di Gianroberto Casaleggio.

La destra cresce anche nella Germania estrema

Smentiti i detrattori di Schlein che vedevano nell’avvocato del popolo l’unico argine in grado di frenare Meloni, in casa 5Stelle un inedito Conte insolitamente incline a cospargersi il capo di cenere ha annunciato una “assemblea costituente” con la partecipazione di tutti gli iscritti “per discutere insieme del miglioramento delle regole”. Oltre ai meccanismi di selezione dei candidati e al vincolo dei due mandati, per citare due dei nodi che tengono imbrigliati i pentastellati, il Movimento dovrà soprattutto dirimere l’annosa controversia fra il fondatore Beppe Grillo e il suo presidente eletto. Le due anime ossimoriche, saldate in una stessa medaglia troppo stretta per due, si perdono in frecciatine ed eludono il vero problema del M5S. «Dovremmo riconquistare un po’ di senso dell’umorismo, poi basta che parli 15 minuti con Conte e ti passa…» scherza ma non troppo Grillo, deluso che il presidente eletto di un movimento politico faccia l’avvocato e non il comico. La pensano diversamente i parlamentari che pendono letteralmente dalle labbra di Conte e si affrettano a fare scudo sul Caro Leader, una “risorsa troppo preziosa per la politica italiana” la cui guida “non è in discussione”. Alcuni, più che fedeli, sembrano terrorizzati di scoprire che nelle loro file di eletti non c’è nessun sostituto vagamente paragonabile. Scriveva Claudio Cerasa qualche anno fa: «la storia recente dell’Europa ci dice che i partiti antisistema possono avere una speranza di resistere nel tempo solo a condizione di non mettere in discussione le vecchie coordinate del bipolarismo». Dopotutto la Terza Via, con buona pace di tutti quelli che ci hanno provato, non è stata davvero ancora inventata ed è pressoché inevitabile, per chi percorre la corsia centrale, trovarsi a un certo punto a un bivio e scegliere da che parte stare. Lo abbiamo visto molto bene anche in Francia, con il governismo di Emmanuel Macron che paga lo scotto del suo “ni de droit ni de gauche”. Mentre infatti il presidente non ha altro da offrire che il suo operato, e per questo soltanto si fa valutare, le altre forze politiche che lo sorpassano, da destra e da sinistra, possono invece far leva anche su un pacchetto di valori condiviso che si confermano ancora importanti per gli elettori europei: se vuoi distinguerti da qualsiasi appartenenza ideologica, nessun appello ad un voto più “politico” sarà mai efficace. Pur con le dovute differenze, si tratta del medesimo balzello che si trovano a pagare i movimenti antisistema, preoccupati di distinguersi dal solito establishment che però, a differenza loro, è autosufficiente. Ora il vero nodo, lo abbiamo detto, è un altro e uno solo: sta al Movimento decidere se ritagliarsi un posto fisso nell’alveo della sinistra, accettando definitivamente uno schema bipolarista e dunque rinnegando in parte le intenzioni delle origini. L’alternativa è quella di dissolversi in una competizione interna con il PD, che forte del suo 20% questa competizione nemmeno la sente, per restare negli annali come la forza che ha scelto di fare opposizione, anziché governare.

Oltre al M5S, l’altro deputato a ristabilire un equilibrio quantomeno tripartito sembrava essere il Terzo Polo, forse il più grande fallimento politico di Renzi, peggio anche di quel fatale referendum che ha perlomeno rappresentato una coraggiosa presa di posizione politica, a differenza del progetto politico con Azione. Tirando le fila del suo insuccesso, perlomeno Calenda sembra invece aver finalmente capito da che parte stare. Dopo un’accurata mappatura della nuova partitura politica, affrettatosi ad escludere (per il momento) un ritorno di fiamma con il Terzo Polo, il leader di Azione studia un posizionamento più schierato. La direzione è necessariamente il PD, che riceve dal voto lo scettro dell’opposizione e costituisce ormai un interlocutore obbligato. Con buona pace del “terzo polo con un terzo nome alla guida” timidamente rilanciato da Renzi che più che rivalutare il suo ex-alleato è ancora testardamente innamorato dell’idea di un conglomerato centrista. I calcoli di Calenda, però, scorrono al contrario per moltissimi dei suoi, traghettati in Azione proprio dallo scontro con la leadership di Schlein e dunque mal disposti ad un’alleanza con il vecchio PD. Poi, dice qualcuno, non lamentiamoci se da sempre i centristi si confermano i più trasformisti. Eppure sembra che la centrifuga bipolare non lasci altra scelta. Lo suggerisce anche il presidente dei senatori PD Francesco Boccia, che invita a un “coordinamento delle opposizioni in Parlamento” per “costruire tutti insieme un’alternativa a questa destra”. Più che un invito a salire sul carro vincente, quello di Boccia sembra un appello a seguire le indicazioni degli elettori, perlomeno di quei pochi che il loro voto l’hanno espresso. Ma è lo stesso Boccia che nel 2013 puntava il dito contro un “ventennio di bipolarismo muscolare che ci ha sfiancato”? Sì, solo che la sinistra si è riposata abbastanza sugli allori dell’essere “meglio” della controparte.

Il PD del 2024 a guida Schlein sembra aver rispolverato dalla cantina un po’ di buona vecchia vocazione maggioritaria, con la segretaria investita dello stesso arduo compito che più di 20 anni fa spettò al suo mentore Romano Prodi. Mentre allora si puntò su un candidato rispettato e, soprattutto, di stampo democristiano, oggi è invece la segretaria più politica di sempre del PD a dover fare da collante per le diverse anime che sbracciano nell’opposizione. La posta in ballo, insomma, è oggi più ideologica di ieri, complice il populismo ormai normalizzato nella dialettica politica. Mentre per gli altri partiti, segnatamente quelli a una sola cifra percentuale, il bipolarismo è una minaccia, per il PD sembra un destino segnato. Accettare l’invito a danzare o restarsene seduti con il dito alzato nel solito angolo?

Il PD riparte da sinistra

Sull’onda del successo elettorale, due sono i nodi scelti dal PD di Schlein per rivendicare il proprio spazio: la legge sul salario minimo e il punto sull’aborto, che comunque al momento non sarebbe oggetto di riforme, come precisato a più riprese dal Governo. Non è un caso che proprio il salario minimo rappresenti un consolidato banco di prova per l’opposizione che, ineditamente compatta, ha lanciato una raccolta-firme per un disegno di legge semplice ma d’effetto: «sotto i 9 euro l’ora è sfruttamento». Che la sinistra torni ad appropriarsi di temi economici è una conquista, che lo faccia in barba alle sottigliezze ideologiche e persino alle simpatie personali è già una vittoria.

Il bipolarismo impossibile? Quello europeo

Antonio Tajani, di rara intelligenza politica, tifa per il modello bipolarista in casa, ma non in Europa. Mentre in Italia è virtuosa una maggioranza di centro-destra in cui i moderati e gli estremisti si controbilancino da soli, a Bruxelles il bipolarismo non sfonda e a vincere sono sempre i soliti moderati che di stampelle, per non dire zavorre, ideologiche proprio non ne vogliono. Lo hanno dimostrato i primi colloqui sulle nomine europee, che lasciano Meloni con l’amaro in bocca. È indicativo e non casuale, a tal proposito, che per le trattative il PPE abbia scelto come negoziatori il premier polacco Donald Tusk e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, entrambi esponenti più moderati del partito e dunque a guida dei conservatori che rifiutano un’alleanza con l’ECR di Meloni.