È un vero rebus quello che si trova ad affrontare Macron, senza maggioranze parlamentari e senza un esecutivo stabile nonostante le elezioni anticipate. La mela della discordia? Ancora una volta i conti pubblici

La Brexit, in confronto, gli sarà sembrata una passeggiata di salute. Tre mesi (il Governo più breve della V Repubblica) sono bastati al premier francese Michel Barnier per capire che è di un altro tipo di mediazione che ha bisogno la Francia, nauseata dai tecnici e arcistufa della leadership presidenziale (se mancasse pure quella…). E ora che succede?

Il 72enne neogollista, già commissario europeo sotto la guida di Prodi e nel Barroso bis, era infatti stato scelto da Macron proprio per le sue doti di mediatore, affinate anche nei cinque anni come capo-negoziatore UE per la Brexit. Ma se il soggiorno di Barnier all’Hôtel de Matignon è stato così breve non è stata una sua pecca di diplomazia, semmai un altro azzardo perso di Macron.

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La crisi e la scommessa di Macron

Due le mozioni di sfiducia che hanno portato alla caduta del Governo: quella del Rassemblement National e quella dell’alleanza di sinistra Nuovo Fronte Popolare, esclusa da Macron ai colloqui precedenti e dunque sul piede di guerra. I due si ritrovano inaspettati amici, amanti nell’odio politico (tale il livello di avversione sviluppato verso il presidente). A passare è stata la mozione della Gauche con 331 voti, ben oltre i 289 necessari, naturalmente grazie al sostegno di Le Pen che rivendica la scelta di “proteggere i francesi”. Per La France Insoumiseè arrivata la sfiducia popolare” e “l’unica soluzione è un’elezione presidenziale anticipata”. Una possibilità del tutto esclusa per Macron (a metà del suo secondo e ultimo mandato). Mentre cadeva il quinto Governo della sua Presidenza, l’inquilino dell’Eliseo era in visita di Stato a Riyad e non ha perso tempo avviando, secondo BFM TV, le prime consultazioni per un nuovo esecutivo già a bordo dell’airbus presidenziale. La scommessa è ancora una volta ambiziosa – per metonimia ormai potremmo dire “macroniana”: un nuovo Governo “entro 24 ore”. Eppure, quando giovedì 5 dicembre si rivolge alla Nazione, è lui stesso a negare ogni tipo di ambizione: «non potrò ricandidarmi nel 2027. Ecco perché l’unico calendario che conta per me non è quello delle ambizioni, è quello della nostra Nazione, in fondo quello che conta per voi, per noi».

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L’ex primo ministro Barnier e il presidente Macron alla cerimonia per il 106esimo anniversario dell’armistizio che, nel 1918, pose fine alla Prima Guerra Mondiale (Eliot Blondet / ABACAPRESS.COM)

Dopotutto gli stessi Partiti non si sono dimostrati in grado di gestire efficacemente l’inedita convivenza dei tre raggruppamenti distinti emersi dalle ultime elezioni, che sono il blocco dei centristi macroniani, vicini ai Repubblicani, il Rassemblement National insieme ai transfughi dell’ex repubblicano Eric Ciotti e il Fronte delle sinistre unite. Nessuno di questi può governare da solo e tutti restano rigidamente vincolati ai propri slot elettorali: quale compromesso sarebbe possibile? Non sbaglia Macron quando ricorda di aver indetto le elezioni parlamentari anticipate proprio a questo scopo: dimostrare plasticamente alla parti politiche che il senso di responsabilità avrebbe dovuto prevalere sulle rispettive istanze. L’unica alternativa è l’immobilismo, e “non possiamo permetterci divisioni o inerzia“. Macron se ne assume la responsabilità, ma non la colpa che invece sarebbe di “estremisti e populisti” alleati insieme: «pensano solo a una cosa: alle elezioni presidenziali. Per prepararlo, per provocarlo, per farlo precipitare. E questo con cinismo, se necessario, e un certo senso di caos». Il presidente, preso atto delle dimissioni di Barnier, si rimbocca ancora le maniche e scommette di nuovo sulla democrazia partitica – un bersaglio facile da incolpare quando sbaglia, facile da rivendicare quando funziona. 

Come ricorda lo stesso Macron, dopotutto, la Costituzione vieta di indire nuove elezioni parlamentari se non sono trascorsi almeno 12 mesi dall’ultima convocazione. Anche se si ipotizzasse l’ascesa di un altro presidente della Repubblica, insomma, i numeri in Parlamento resterebbero i medesimi, con i medesimi impasse e l’ennesimo leader zoppo. Il trucco di cambiare allenatore alla squadra che non vince funziona a malapena nel calcio, figuriamoci in politica. Il presidente avrebbe puntato molto sul ruolo dei Socialisti, i più centristi del Fronte di sinistra, che però si sono finora dimostrati leali al cartello elettorale, smentendo ogni ipotesi di appoggiare un premier proveniente dalla destra. Il leader socialista Olivier Faure preferirebbe una sorta di “contratto di Governo” (così lo avremmo chiamato noi), con “concessioni reciproche” a macronisti e repubblicani ma soprattutto “a tempo determinato“.

La road map per le prossime settimane è tracciata e chiede nuovamente alle parti coinvolte di trovare una sintesi che sembra impossibile. Per quanto riguarda il premier, Macron si impegna a proporre un nuovo nome, che a questo punto ci aspettiamo essere tecnicissimo e super partes, attorno al quale dovrà convergere una maggioranza, piaccia o meno. Nel frattempo, Barnier continuerà a sbrigare gli affari correnti, così come del resto aveva fatto il suo predecessore Gabriel Attal per ben 52 giorni dopo le sue dimissioni.

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Quanto alle scadenze tecniche, Macron fissa l’approvazione della legge di Bilancio tramite una “legge speciale e questa legge transitoria consentirà, come prevede la nostra Costituzione, la continuità dei servizi pubblici e della vita del Paese” estendendo l’esercizio del 2024 anche al 2025 e limitando al minimo lo sforzo richiesto, perlomeno in questa prima fase. Lo consente l’articolo 47 della Costituzione francese. Dopodiché, “all’inizio dell’anno, questo governo preparerà un nuovo bilancio” perché, promette ancora, “mi rifiuto di permettere ai francesi di pagare il conto di questa censura”. Quel che sembra certo intanto è che la Manovra draconiana che prometteva di mettere a posto i conti pubblici tornerà nel cassetto di chi l’ha scritta.

Le ragioni di “un certo senso di caos”

La formazione dei Governi in Francia è solitamente agile grazie al sistema elettorale tendenzialmente in grado di fornire dati chiari su vinti e vincitori: i 51 giorni impiegati per nominare Barnier dopo le elezioni parlamentari anticipate indette a luglio non sembrano poi così tanti a un italiano, se poi pensiamo che la crisi sia caduta proprio a cavallo di Ferragosto… Per Parigi e la sua storica vocazione maggioritaria, però, questa confusione politica è del tutto inedita. L’ultimo premier caduto in seguito a una mozione parlamentare di sfiducia era stato Georges Pompidou nel 1962. Forse Sergio Mattarella, più esperto regista di crisi parlamentari e Governi senza maggioranze, potrebbe elargire qualche prezioso consiglio a Macron: il presidente italiano ha infatti confermato la sua presenza alla cerimonia di inaugurazione della Cattedrale di Notre Dame a Parigi, distrutta in un incendio cinque anni fa e ricostruita con le tempistiche promesse. La cerimonia, uno “shock di speranza” e un “antidoto allo sconforto” come promette Macron, si strutturerà in tre fasi, una religiosa, una politica e una culturale, e il vasto parterre di ospiti illustri comprende sì Jill Biden ma soprattutto Donald Trump, con cui si inaugura una partita a scacchi complicatissima – il giorno dell’incendio di Notre Dame l’allora presidente USA aveva suggerito a Macron di utilizzare degli aerei bombardieri caricati ad acqua per domare le fiamme -. Gli investitori statunitensi hanno avuto un ruolo importante nella ricostruzione e una buona riuscita dell’evento è imprescindibile per l’orgoglio del presidente boxeur.

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Vista della Cattedrale di Notre Dame a Parigi (Vincent Isore/IP3 via ZUMA Press)

Non dimentichiamoci che durante le consultazioni estive la regia di Macron aveva voluto investire i suoi centristi e i Repubblicani gollisti di un supporto parlamentare che di fatto non avevano, dopo aver rigettato l’ipotesi di un candidato socialista perché si sarebbe trovato immediatamente alle prese con “una maggioranza contraria di oltre 350 deputati”, escludendo di fatto tanto il fronte vincitore della consultazione quanto gli estremisti di Le Pen (al primo turno RN è stato il Partito più votato col 33%), salvo poi accettare il loro appoggio esterno (e che azzardo). La stessa “maggioranza contraria” ha quindi impallinato il suo progetto in appena tre mesi, condannando quel presidenzialismo che ha perso per strada il prefisso dimezzativo.

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I conti che non tornano

Ricordiamoci però che questa crisi non è solo frutto del frazionamento politico della Nazione, ma si basa su una sostanza economica essenziale, vale a dire la legge di Bilancio, da sottoporre all’approvazione dell’Assemblea Generale entro il 21 dicembre, e il bilancio della Previdenza Sociale. È qui che i numeri importanti non tornano, prima ancora che in Parlamento. 

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Manifestazione del sindacato CGT in difesa dei lavoratori dei servizi pubblici, Parigi (EPA/YOAN VALAT)

La Manovra proposta dai ministri di Economia e Finanza Pubblica, il 33enne Antoine Armand e Laurent Saint-Martin, entrambi del Partito di Macron ex-Renaissance, prevedeva infatti un conto da 60 miliardi per il 2025, di cui 19,3 da reperire attraverso aumenti delle entrate fiscali. Fra le misure previste c’erano un contributo temporaneo a carico di 440 aziende con fatturato superiore al miliardo di euro, imposte eccezionali sulle aziende di trasporto marittimo, maggiorazioni per il trasporto aereo (tanto nei prezzi dei biglietti quanto nell’uso di jet privati), nonché un criticatissimo posticipo dell’indicizzazione delle pensioni all’inflazione. I restanti 41,3 miliardi sarebbero arrivati da tagli trasversali a servizi e incentivi, compresi quelli per le auto elettriche (il dibattito sui costi della transizione energetica è incendiario anche in Italia). Una manovra lacrime e sangue, questa sì, resa necessaria dal bilancio pubblico su cui pesa un debito sempre più insostenibile. Nel 2023 il debito ha sforato il 5,5% del PIL e nel 2024 si prevede un ulteriore aumento a 6,1%, ben oltre la soglia del 5% prefissata e che legge di Bilancio bocciata prometteva di raggiungere nel 2025. Fiutando il destino della Manovra, Scope Ratings ha recentemente declassato il rating francese a AA-, considerato che il rapporto debito/PIL (109,9% 2023) potrebbe sforare al 114,8% nel 2025. Sempre Scope, ad ogni modo, ha elogiato la robustezza del sistema bancario francese scongiurando ogni pericolo di shock: dopotutto è pur sempre la seconda economia dell’Eurozona. Nel confronto con i colleghi europei, comunque, Parigi arranca: lo spread ha toccato quota 85 punti base (così solo nel 2012), mentre la distanza con lo spread italiano si è dimezzata (Roma è passata da 170 a 120 punti differenziali dai bond tedeschi).

«Non abbiamo altra scelta» assicurano costernati i due economisti di Macron, che hanno dovuto rinunciare anche alle aperture chieste dal RN (che ha molto premuto sull’aumento delle pensioni) e infine imporre parte della legge di Bilancio bypassando il Parlamento. Se il debito è così aumentato dopotutto è anche a causa di una spesa pubblica prima in Europa in rapporto al Pil, insostenibile senza aumentare anche le entrate.

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L’Assemblea Nazionale Francese discute l’approvazione dell’accordo commerciale UE-Mercosur e, con un voto simbolico, lo boccia (EPA/TERESA SUAREZ)

La finanza però non ha fatto i conti con le piazze francesi, che pure avrebbero eletto come presidente un finanziere.

Il bilancio e il veto delle piazze

Nelle stesse ore in cui a Palais Bourbon si sfiduciava Barnier, le piazze si riempivano. I moti di protesta nel Paese, in realtà, impazzano da settimane contro i tagli previsti e coinvolgono diverse categorie. A guidare le proteste c’è innanzitutto l’inflazione. Volendo fare un raffronto, a novembre in Italia l’inflazione è rimbalzata all’1,4% dallo 0,9 di ottobre, mentre in Francia si è fermata al’1,13%, +0,1 dal mese precedente ma sotto l’atteso 1,5%. Fra le polemiche più accese ci sono quelle del mondo dei servizi pubblici, esplose dopo che il ministro della Funzione pubblica, Guillaume Kasbarian, ha dichiarato guerra all’“assenteismo” imponendo tagli ai compensi, strette sulle malattie e persino un piano di licenziamenti, giustificato con la presenza di meno studenti, che hanno fatto saltare ogni tavolo con i sindacati, in particolare quelli della scuola. Uno scenario già visto in altri settori, da quelli logistici (portuale, ferroviario). 

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Ci si è messo anche l’accordo Ue-Mercosur, tanto atteso dalla politica, fortemente voluto da Macron sceso a patti pur di avvicinare i Brics latinoamericani all’influenza UE, ma tanto criticato dagli agricoltori: è così che i trattori si sono rimessi in marcia contro il doppio standard che questo accordo imporrebbe. Il problema riguarda innanzitutto i livelli di sostenibilità e i requisiti di sicurezza che vigono per i produttori europei ma non per Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay (fa parte del Mercosur anche il Venezuela, attualmente sospeso). Manon Aubry, co-presidente del gruppo The Left, accusa l’accordo di “uccidere l’agricoltura dell’UE“, risultando anche “in contraddizione con il Green Deal” perché “dovremmo importare carne per la cui produzione si disbosca e si deforesta” oltre a “prodotti realizzati con pesticidi, in alcuni casi ogm che sono autorizzati lì ma proibiti qui da noi“. Il tutto a prezzi che straccerebbero qualsiasi concorrenza, e su beni già prodotti in Europa a cui saranno inevitabilmente preferiti quelli extra-UE. Sovranità e sicurezza alimentare da un lato, il libero mercato a servizio della geopolitica dall’altro.

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Il presidente francese Macron pronuncia il suo discorso alla Nazione in diretta televisiva dopo le dimissioni del primo ministro Barnier (EPA/TERESA SUAREZ)

La carne al fuoco è moltissima e la strada per il prossimo mediatore scelto non sarà facile. Dall’altra parte delle Alpi, ci sembra probabile che ancora una volta si affideranno le lacrime e il sangue alla fredda decisione di un tecnico che non abbia ambizioni elettorali o di consenso, mentre i Partiti piegheranno l’intransigenza in favore di una responsabilità necessaria, per poi tornare a battere cassa. Anche se Macron prende tempo per la formazione di un nuovo Governo, date le tempistiche è probabile che si tenti di accelerare il processo mantenendo alcuni capi saldi della squadra dimissionaria, a partire dal duo che gestisce il dicastero economico di Palazzo Bercy. D’altro canto, qualche concessione alle parti politiche andrà fatta a discapito del bilancio pubblico. Che Macron possa esserne all’altezza ce lo suggerisce anche la Cina: qui il presidente viene scherzosamente chiamato “Macaron” perché, proprio come il biscotto francese per eccellenza (che poi nascerebbe da una ricetta italiana, ma questo è un altro paio di maniche), si mostra duro all’esterno ma, una volta morso, offre un ripieno ben più morbido. Più che il suo cuore tenero, ad ammorbidirlo saranno le sue scommesse perse.

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FOTO IN COPERTINA: TWITTER/LOUVRE