Quest’anno avrebbe compiuto 70 anni il “Pulcinella senza maschera” che con il suo stile unico ha dato nuova linfa alla comicità napoletana
Un cuore troppo debole lo ha portato via dopo aver completato il suo Postino, ma il segno che ha lasciato Massimo Troisi nel cinema e nella cultura italiana tutta è indelebile. Nel suo ultimo film, un adattamento cinematografico del romanzo Il postino di Neruda di Antonio Skármeta – che Troisi ha voluto a tutti i costi – il protagonista dice: «la poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve». Lo stesso paradigma può essere applicato alla comicità di Troisi, la sua forza è infatti servita a rinvigorire la comicità napoletana.
Raccolta l’eredità di Eduardo De Filippo e Totò, negli anni ‘70 con il gruppo La Smorfia, composto con Lello Arena ed Enzo Decaro, porta in scena una Napoli diversa, viene trovato un nuovo linguaggio per raccontare una città unica al Mondo e i mutamenti della società che attraversano, in realtà, tutto lo Stivale. «Raccontavano i mali della loro città, fanno il verso alle analisi spicciole dei sociologi, alla demagogia di una certa politica, ma non si fermano qui. I numerosi atti unici dello spettacolo escono spesso dai confini di Napoli. Si irride al mito dell’eroe ripreso dalla cinematografia americana degli anni Cinquanta. Si rappresentano i tabù della malattia mentale, si mette a nudo la debolezza del potere nel miniatto ambientato in un commissariato» dichiarò in un’intervista nel 1980 Italo Moretti.
Dal piccolo schermo Troisi passa rapidamente al cinema. Nel 1981 è attore e regista di Ricomincio da tre, dove profila alla perfezione l’immagine del giovane uomo smarrito e sentimentale. Il successo è immediato, ai botteghini registra incassi record (15 miliardi di lire) e vince numerosi riconoscimenti tra cui due David di Donatello, come miglior film e per il miglior attore, e quattro Nastri d’argento. Si tratta inoltre di una delle pellicole rimaste nelle sale italiane più a lungo (43 settimane).
Appena un mese prima di esordire sul grande schermo, Troisi sarebbe dovuto essere ospite del Festival di Sanremo. In Rai le preoccupazioni non sono poche, dato che è ancora vivido il ricordo dell’intervento di Benigni dell’anno precedente, quando il comico toscano con il suo “Wojtylaccio” aveva fatto grandemente innervosire il Vaticano, tanto che la Rai richiede il testo che il comico napoletano avrebbe portato sul palco dell’Ariston. Massimo Troisi intendeva scherzare su argomenti come l’Annunciazione e la visita in Irpinia del Presidente della Repubblica Pertini. Già questo provoca più di qualche sussulto, ma è soprattutto la notizia che il comico intendesse improvvisare a generare ansia nei vertici della tv di Stato. La Rai impone un taglio molto pesante sui testi letti e di ridimensionare al minimo l’improvvisazione. Inoltre gli interventi del comico da tre si riducono a uno solo. La reazione di Troisi non tarda ad arrivare e appena mezz’ora prima della diretta in Eurovisione del Festival annulla la sua partecipazione.
L’anno successivo il rapporto con la Rai si rinsalda e Troisi si cimenta in Morto Troisi, viva Troisi! all’interno della serie Che fai..ridi?! di Rai3 dove viene inscenata la morte dell’attore e ne viene raccontata, postuma, la carriera come se si trattasse di un documentario televisivo, con tanto di collage di vecchie apparizioni tra teatro e tv. Celebre in questa cornice l’apparizione di Roberto Benigni, finto napoletano, che riesce a parlar male del morto e Lello Arena nelle improbabili vesti di un angelo custode.
Massimo Troisi dimostra, da subito, di non sottostare alle regole del sistema e di scegliere solo sulla base delle sue esigenze narrative quando e come confezionare una pellicola. Così, nonostante le riprese fossero iniziate il 20 settembre 1982 per concludersi nella prima settimana di novembre, nel 1983 esce il secondo film diretto e interpretato dall’attore dal titolo che sembra uno sberleffo: Scusate il ritardo. Anche in questo caso il film incassa cifre record e riceve diversi riconoscimenti. Nel 1987 la tifoseria del Napoli utilizza uno striscione con scritto proprio Scusate il ritardo per celebrare il primo scudetto partenopeo e rendendo evidente l’importanza nella società e nella cultura, napoletana e non solo, di Troisi. L’ennesimo successo arriva nel 1984, quando insieme a Benigni scrive, dirige e interpreta Non ci resta che piangere. I due si accordano solo sulla trama e non redigendo un vero e proprio copione lavorano principalmente di improvvisazione, servendosi solo di un canovaccio per alcune scene. Già solo nelle prime visioni il film frutta cinque miliardi di lire e diviene in fretta campione d’incassi per la stagione, riuscendo a sbaragliare la concorrenza di pellicole quali Ghostbusters e Indiana Jones e il tempio maledetto.
Il talento di Troisi non lascia comunque indifferenti neanche i grandi nomi del cinema italiano, e lo porta a lavorare anche a fianco di Marcello Mastroianni sotto la direzione di Ettore Scola; i due attori vinceranno ex aequo la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile alla Mostra del Cinema di Venezia.
Uno dei soprannomi dati a Troisi è stato quello di “comico dei sentimenti”: in ogni pellicola infatti il fulcro è l’amore. Ma in nessun’altra opera come in Pensavo fosse amore… invece era un calesse (1991) viene esposta un’analisi così nitida e disillusa di questa emozione. Come spiega Amedeo, uno dei protagonisti, «l’amore non è “e vissero per sempre felici e contenti”. L’amore è “e vissero per sempre”» e l’amore è stato uno dei motori immobili di Massimo Troisi.
Tra le numerose fidanzate che lo hanno accompagnato nella vita le più note sono la modella americana Clarissa Burt che negli anni ‘80 ebbe una relazione con l’attore e raccontò in un’intervista come fosse «molto attraente per le donne e lui ogni tanto ne approfittava… Per me una coppia significa essere in due, non essere in duecento». Anna Pavignano oltre che sua partner per 10 anni, fu anche importante per la carriera cinematografica e i due insieme firmarono diverse sceneggiature, mentre Nathalie Caldonazzo fu la compagna dei suoi ultimi anni di vita.
I tormenti di cuore, per una persona morta di un attacco cardiaco, che ha sofferto di cuore per tutta la vita, sembrano il capolavoro perfetto e finale dell’arte comica, ma come viene detto ne Il Postino quando Mario racconta al poeta di essersi innamorato, Neruda risponde di non preoccuparsi, che c’è rimedio, e Mario subito: «no no! Che rimedio, Don Pablo, ma… non voglio, io voglio stare malato».