Osannato dalle masse e detestato dalla critica, la storia dello scrittore che ha trasformato la letteratura dell’orrore

Da 49 anni strega il pubblico con le sue storie, scala le classifiche globali e sforna bestseller indimenticabili. Grazie a lui abbiamo imparato la posizione geografica del Maine, ci teniamo alla larga dai pagliacci, guardiamo con curiosità alle scatole di bottoni e diffidiamo grandemente delle macchine nere con targhe governative. Stephen King è un uomo che aveva il suo destino lì, scritto nel cognome: il “Re del brivido” sì ma non solo, perché con le sue storie ha traghettato generazioni di affamati lettori attraverso le acque torbide del dark, del fantasy, del thriller. Senza mai perdere un colpo. Anche la sua vita meriterebbe di essere raccontata in un romanzo. È nato il 21 settembre del 1947 a Portland, nel Maine. Suo padre era un grande appassionato di storie dell’orrore ma non aveva un grande senso della famiglia: se ne andò quando Stephen aveva due anni. Gli sforzi che fece la madre Ruth per mantenere lui e il fratello David lo trasformarono in un vero femminista, molto prima che questa parola diventasse mainstream. La povertà fu una costante della vita di King. Frequentò l’Università del Maine a Orono nonostante avesse ottenuto una borsa di studio parziale alla Drew nel New Jersey, e dovette lavorare durante tutto il periodo di studi. Nella biblioteca dove era stato assunto conobbe la donna che avrebbe poi sposato, Tabitha Spruce, una studentessa di storia senza la quale forse King non sarebbe mai diventato “il re del brivido”. Fu la moglie, infatti, a recuperare il manoscritto di Carrie quando il marito poco convinto della storia lo gettò via, e a convincerlo a pubblicarlo. Fu il trampolino di lancio di una carriera incredibile. Ma la vita non divenne più facile: negli anni ’80, quando il suo nome era ormai famoso, l’abitudine all’alcol di King peggiorò e a questa si aggiunse la dipendenza da cocaina. Rimaneva sveglio spesso tutta la notte a scrivere, con il battito cardiaco accelerato e i demoni nella testa: It vide la luce in questo modo, subito prima che la moglie gli desse un ultimatum. Poteva scegliere tra la riabilitazione e i bagagli: scelse la riabilitazione. Un altro episodio condizionò moltissimo la sua vita e dunque le sue opere: il 19 giugno del 1999 King fu investito da un minivan guidato da un operaio distratto. Lui, abituato ad affrontare la morte sulle pagine, se la trovò di fronte inattesa: e la schivò.

Ad oggi, nel 2023, King ha scritto 58 romanzi (compreso l’ultimo appena uscito, Holly), la saga epica della Torre Nera, e circa 200 racconti raccolti attualmente in 12 raccolte (la 13esima, You Like It Darker, arriverà nel 2024). Numeri impressionanti che gli sono valsi l’ammirazione dei fan, il corteggiamento di cinema e serie tv, ma anche aspre critiche. È dal 1974 infatti che il mondo della cultura si domanda se Stephen King sia un “grande autore” o una vera e propria “industria dell’intrattenimento”, una macchina da bestseller. Questo benché non sia mai stato chiarito perché le due cose non possano andare di pari passo e, semplicemente, coesistere. La critica letteraria è sempre stata molto severa nel giudicare il successo popolare, visto come antitesi della “cultura alta”. In altre parole, se uno scrittore piace alle masse è impossibile che sia anche uno scrittore di qualità. Una visione quanto mai arcaica che spiega però perché raramente i giovani conoscano gli autori che vincono il Premio Nobel, tanto per dirne uno (ma in misura molto ridotta si potrebbe fare lo stesso discorso per il Premio Strega). È come se ci fosse un divario insormontabile tra la cultura pop, in grado di attrarre ed entusiasmare le masse, e la Cultura nel senso più aulico del termine. A questo si unisce un altro “problema”, un vecchio stereotipo secondo cui il genere horror (ma anche il thriller e il giallo) appartiene a un tipo di letteratura “bassa”, studiata per le persone “meno colte”. Negli ultimi anni sono stati diversi i tentativi di abbattere queste barriere: Umberto Eco in persona ha dichiarato di amare Batman e Dylan Dog e i più attenti (o anche solo quelli disposti a dargli un’occasione) non avranno potuto fare a meno di notare che nelle opere di King si trovano passaggi importantissimi sulla condizione dell’individuo, della società, della psiche umana. Tramite l’horror, King racconta l’America della sua infanzia, quella in cui è cresciuto, e le persone che l’hanno popolata. La straordinarietà (a cui non si fa caso finché non si finisce il libro o qualcun altro non lo fa notare) è data dal fatto che è tutto vero: sono vere le strutture su cui si regge la sua “America inventata”, dal concetto di “piccola comunità” allo spirito pionieristico, sono vere le dinamiche interne alle cittadine del Maine in cui sono ambientate le sue storie, tra bigottismo e quotidiana inquietudine, e sono vere anche le persone. Vere nel senso di reali: i bambini che Stephen King racconta puzzano. Fingono di lavarsi i denti. Mettono le dita nel naso, emettono versi (e peti) disgustosi. La narrativa di King è autentica e da quell’autenticità è impossibile fuggire, ammesso di volerlo fare, cosa che di solito non succede. I suoi protagonisti sono personaggi comuni, come lo sono quelli di Charles Dickens se si volesse proprio fare un accostamento culturale considerato unanimemente “alto”: prima di King era difficile trovare un eroe che avesse le fattezze di un ragazzino nerd ben lontano dai canoni classici della mascolinità (figuriamoci un gruppo di ragazzini nerd un po’ sfigati).

Stephen King è senza dubbio un intrattenitore. Scrive libri che si pongono come primo obiettivo quello di divertire il lettore, “staccandolo” dalla realtà per qualche ora. Il suo stile di scrittura è semplice, lineare: non si perde in costruzioni arzigogolate, non usa un timbro elegante, non ha una prosa ricercata. E questo permette alla storia di scorrere davanti agli occhi del lettore intrattenendolo appunto, ma anche dipingendo nella sua testa quadri intensi e particolareggiati della realtà che sta raccontando e che diventa metafora calzante della realtà del lettore stesso. E allora è lì che avviene la magia, l’incantesimo: quella scrittura “semplice”, vera, fa scattare il lucchetto di una seconda chiave di lettura. E così Carrie non è più solo la storia horror di una ragazzina telecinetica un po’ matta, ma un trattato sul bullismo e sulla religione; Shining non è una storia di fantasmi ma il doloroso racconto del mostro dell’alcolismo e Misery diventa un’analisi della dipendenza da cocaina; e ancora, It non è più solo l’avventurosa e spaventosa storia di un gruppo di ragazzini che combatte contro un pagliaccio assassino, ma diventa un romanzo di formazione in cui il mostro è metafora di tutte le paure che non siamo in grado di affrontare da bambini e che ci perseguitano – spesso irriconoscibili se non scandagliate psicologicamente – da adulti. Quello che Stephen King fa è prendere il lettore per mano e portarlo oltre un immaginario specchio di Alice, in un lungo corridoio al termine del quale è nascosto, come un Molliccio, il più oscuro dei suoi traumi, quello indimenticabile, il più difficile da sanare: è lì, la “forma sotto il lenzuolo” diversa per chiunque e al contempo per tutti simile. King usa la tensione e la porta al punto di rottura con la paura, e lo fa con una maestria che al contempo diverte, attrae, fa riflettere oltre che rabbrividire e spesso costringe a dormire con una luce accesa di notte. Perché è stato lui a insegnarci che non c’è proprio niente sotto il letto ma che è comunque sempre meglio dormire sotto una coperta che sentire gli artigli del mostro ghermirci i piedi.