Dal 1974 in Portogallo i garofani sono simbolo di libertà e democrazia, grazie a una rivoluzione unica che ha segnato la storia del Paese
Italia e Portogallo condividono una data fondamentale nella loro storia, il 25 aprile. Se nel 1945 l’Italia si liberava dall’occupazione nazifascista, la libertà in Portogallo è arrivata nel 1974. Dal 1932 alla guida del Paese sedeva António de Oliveira Salazar che dopo aver ricoperto l’incarico di ministro delle Finanze venne nominato presidente del Consiglio e introdusse una nuova Costituzione che gli garantì pieni poteri, oltre al totale controllo dello Stato. Nel 1968, a seguito di un incidente domestico, a Salazar successe Marcello José das Neves Alves Caetano mentre nel Paese il malcontento legato alla dittatura e soprattutto alle costosissime – di risorse e di vite umane – guerre coloniali prendeva sempre più piede. Motore della Rivoluzione furono allora i militari progressisti che si unirono nel Movimento delle Forze Armate (MFA): il loro obiettivo era la democratizzazione, la decolonizzazione e lo sviluppo economico del Portogallo.
Abbiamo parlato di quella che è passata alla storia con il nome di Rivoluzione dei Garofani con Marco Ferrari, scrittore – tra gli altri – di Alla Rivoluzione sulla Due Cavalli (da cui il regista Maurizio Sciarra ha tratto il film omonimo), ora di nuovo in libreria con il sequel e L’incredibile storia di António Salazar, il dittatore che morì due volte, volumi dedicati proprio a questo momento cruciale per il Portogallo (e non solo).
La Rivoluzione dei Garofani è un fatto unico nella storia europea, dato il suo svolgimento non violento. Quale eredità ha lasciato in Portogallo?
«La Rivoluzione è stata non violenta perché guidata dai militari ormai insofferenti alla condizione che si era creata nelle colonie. Un’intera generazione di giovani non voleva andare a morire per difendere un impero ormai sgretolato e di conseguenza quando l’MFA programmò la Rivoluzione era già tutto deciso e segnalato. L’opposizione fu molto flebile e debole poiché le forze fedeli alla dittatura erano poche e soprattutto impreparate a rispondere alla segretezza con la quale era stata preparata la rivolta. A proposito dell’eredità lasciata farei un ragionamento diverso, direi che la mia generazione, che era politicamente impegnata negli anni ‘70, aveva subìto una serie di rovesci che hanno poi determinato anche situazioni abbastanza scabrose sul piano della contrapposizione politica, pensiamo al golpe del Cile nel ‘73, alle feroci repressioni in Grecia, al fallimento della primavera di Praga nel 1968, alla lunga guerra nel Vietnam. In Portogallo si aprii un piccolo squarcio, un inaspettato trionfo, dato che a guidare quella rivoluzione erano dei militari che all’epoca nell’Europa occidentale erano quelli che con maggior forza si contrapponevano a quanti manifestavano nelle piazze, inoltre quei militari addirittura infilavano dei garofani nelle armi in segno di pace. La coscrizione obbligatoria costringeva i giovani ad abbandonare gli studi, l’università, gli amori, per andare a morire nelle foreste africane, in una situazione in cui ormai le possibilità di mantenere in vita un sistema coloniale erano limitatissime, visto che già altri Paesi all’epoca avevano decolonizzato. La dittatura salazarista considerava la Via delle Spezie il tassello necessario attraverso cui il Portogallo potesse dominare una parte considerevole del pianeta, ma la guerra coloniale imperversava, un conflitto assurdo, nell’epoca dei Beatles e dei Rolling Stones, che costò 8.289 giovani vittime».
Come e quando arrivò la notizia della Rivoluzione in Italia?
«La notizia arrivò il giorno dopo, attraverso la radio e la televisione. Vorrei ricordare il caso del mio amico Antonio Tabucchi che sfortunatamente è mancato ed è sicuramente l’autore più legato al Portogallo. Tabucchi mi raccontò che quella sera ricevette una telefonata da un suo amico, Alexandre O’Neill, un poeta e pubblicitario portoghese di origine irlandese che si trovava in un albergo di Berna che telefonò durante la notte con un tono abbastanza buffo dicendo: “bip bip questa è la voce del Portogallo libero”. Il giorno dopo O’Neill andò a casa di Tabucchi a Vecchianoe tre giorni dopo atterrarono a Lisbona, era il 28 aprile del 1974. Anche io sono arrivato poco tempo dopo a Lisbona per raggiungere un amico esule portoghese che lavorava nella stessa redazione in cui ero impegnato. Quello che ricordo di quei momenti sono due cose: il ritorno da un lunghissimo esilio degli esuli politici che avevano passato gran parte della loro vita a Minsk, Kiev, Pechino o Mosca, luoghi che erano esattamente l’opposto del clima e della situazione portoghese. La seconda era il desiderio dei prigionieri politici di raccontare la propria esperienza delle dure carceri del regime salazarista. Così nelle strade e nelle piazze si incontravano persone che vendevano o regalavano dei libricini in cui veniva descritta la loro prigionia, le torture e gli interrogatori della PIDE, la polizia politica».
Montanelli scriveva che “Salazar è un dittatore che detesta il balcone” e la vita di Salazar sembra essere quella di un personaggio di un romanzo, quale aspetto l’ha colpita particolarmente?
«Scrivendo il libro “L’incredibile storia di António Salazar, il dittatore che morì due volte” ho insistito sull’invisibilità del dittatore più longevo d’Europa. La dittatura è durata 47 anni, 10 mesi, 24 giorni e cinque ore. Durante quel lungo lasso di tempo 22.800 oppositori sono morti o sono stati torturati, ma nessun documento di condanna a morte porta la firma di Salazar. Il mio libro è il primo ad affrontare compiutamente il sistema del terrore salazarista, un sistema basato sulla polizia politica, formata da 20 mila addetti e 200 mila collaboratori (che significa che in ogni condominio c’era una spia). Salazar inoltre aveva fatto della sua invisibilità un valore quasi fondante della dittatura, non esisteva, non partecipava a cerimonie, odiava viaggiare, era impalpabile, governava nel massimo silenzio. Così praticamente nessuno era a conoscenza del sistema di dittatura che vigeva in Portogallo perché era impenetrabile. Oltre a ciò il Portogallo era un Paese fondante della NATO,dato che Salazar aveva fornito una base aerea agli anglo-americani alle Azzorre durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel mio libro esploro soprattutto gli ultimi due anni di vita di Salazar. Il 3 agosto del 1968 il dittatore ebbe un incidente domestico e batté, quello che sembrava un incidente di poco conto si rivelò non esserlo. Venne operato e secondo i medici non avrebbe più avuto la capacità di riprendersi fisicamente e mentalmente. Il 27 settembre 1968 venne sostituito da Marcelo Caetano,ma Salazar si riprese e il 5 febbraio 1969 venne dimesso dall’ospedale e riportato nella residenza del primo ministro. A quel punto nessuno ebbe il coraggio di dire la verità e così andò in scena quella che probabilmente è stata la più grande finzione della storia politica europea: fino alla sua morte, il 27 luglio 1970, Salazar pensava di essere ancora primo ministro. Per oltre un anno il Portogallo ebbe una doppia vita, quella ufficiale con Caetano primo ministro e quella interna al mondo politico in cui tutti facevano finta che Salazar fosse ancora alla guida del Paese. La cosa più incredibile era che il direttore del Diário de Notícias ogni notte redigeva una copia del quotidiano esclusivamente per Salazar, togliendo tutte le notizie che riguardavano Caetano».
Cosa può anticiparci del sequel del suo Alla rivoluzione sulla Due Cavalli?
«Cinquanta anni fa Victor e Vasco partirono da Parigi alla volta di Lisbona per assistere al trionfo della Rivoluzione dei Garofani. Cinquant’anni dopo tornano sulle strade di Lisbona alla ricerca di un nuovo sogno per ricominciare. È la storia emblematica di una generazione che insegue la possibilità di un mondo diverso a bordo di un’auto simbolo di un’epoca, la Due Cavalli».