La corsa contro il tempo della cosiddetta “diplomazia dell’orango” riaccende la luce sui veri rischi del grasso più odiato ma anche più utilizzato al mondo

Più delle sigarette, dell’alcool, del fast-food, dei carboidrati raffinati, dei grassi idrogenati, del fritto, delle bibite zuccherate: appena una manciata di anni fa, ce lo ricordiamo tutti, l’olio di palma era diventato il peggior alimento dell’intera catena alimentare. La dicitura “senza olio di palma”, e mai claim fu più rassicurante per i gozzovigliatori, trasformava confezioni di merendine zuccherate e dopate di conservanti in salutari snack per l’infanzia: dal burro all’olio motore, qualsiasi grasso era preferibile purché non fosse ottenuto dal frutto di una palma. Oggi la scienza ha ristabilito alcune verità mediche e nutrizionali sulla questione, ma la scalata ai grassi vegetali edibili dell’olio di palma deve ancora scontare la sua vera problematica, quella ambientale, che poco a poco sta sterminando l’intera popolazione mondiale di orango. Secondo Legambiente fra Indonesia e Malesia “sono andati perduti 33 milioni di ettari di foresta: una superficie pari a Italia e Svizzera insieme”, mentre la popolazione di oranghi negli ultimi 20 anni ha visto scomparire quasi l’80% del suo habitat.

Non è difficile capire il motivo del successo dell’olio spremuto dal frutto della palma, un grasso vegetale ottenuto da una coltura altamente efficiente e che si presta a una vasta pluralità di utilizzi. Il 36% dell’olio prodotto a livello mondiale deriva dalla palma, nonostante questa coltura utilizzi meno del 9% della terra destinata alla coltivazione di piante oleaginose (stima di Our World In Data su dati FAO). Così la coltivazione di palme è diventata un business indispensabile per Paesi come l’Indonesia e la Malesia (insieme, queste due economie sostengono l’80% della produzione mondiale di questo olio). «Le nazioni produttrici vedono l’olio di palma come uno schema di riduzione della povertà, mentre le organizzazioni finanziarie internazionali lo vedono come un motore di crescita per le economie in via di sviluppo», spiega a tal proposito Paul Tullis sul Guardian. A preoccupare gli ambientalisti non è quindi l’opportunità nutrizionale di preferire l’olio di palma ad altri grassi, ma sono le colture intensive nei palmizi, troppo spesso sostenute da spregiudicate politiche di deforestazione. I danni provocati sono appena stimabili e non misurabili, e riguardano milioni di ettari dati alla fiamme per “liberare” campi da coltivare, senza remore per chi come l’orango, in questo habitat naturale, avrebbe la sua unica casa. Tutto, nonostante “la palma da olio abbia delle rese per ettaro straordinarie” che la rendono la “coltura oleaginosa meno impattante in termini di uso del suolo”, oltre a fornire un “sostituto ideale dei grassi parzialmente idrogenati contenenti grassi trans e nocivi per la salute. Ce lo spiega Mauro Fontana, presidente dell’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile, aiutandoci a capire quali strumenti siano stati messi in campo per scongiurare il disastro, a partire dall’ultima – seppur timida – proposta malesiana per l’adozione degli oranghi. Il disegno del ministro delle Piantagioni e Materie prime Johari Abdul Ghani, che inizialmente prevedeva la donazione di oranghi ai Paesi importatori, ha poi corretto il tiro rilanciando l’adozione “a distanza” di esemplari. Iniziative simili vengono già portate avanti da diverse ONG fra cui l’Orangutan Land Trust (OLT), anch’esso parte dell’Unione, tutte impegnate nel “sensibilizzare e coinvolgere gli stakeholder nei programmi di conservazione degli oranghi e delle altre specie minacciate”. La proposta non è quindi innovativa e soprattutto aggira la questione davvero cruciale, ossia il corretto impiego dei fondi. Oltre alla protezione e alla riabilitazione degli esemplari a rischio, ci spiega Fontana, è necessario puntare anche sulla prevenzione della distruzione del loro habitat, “fermando la deforestazione e ripristinando e istituendo aree protette anche all’interno delle concessioni e prevedendo dei corridoi forestali”. A tali scopi diventa essenziale “il coinvolgimento delle comunità, così come l’educazione e la sensibilizzazione, la ricerca sulla conservazione, la lotta agli incendi”. A livello normativo, Stati e istituzioni sovranazionali cercano di fare la loro parte stringendo il campo d’azione legale degli importatori. È questo l’intento, ad esempio, del Regolamento UE 2023/1115 (EUDR) che mira a “ridurre al minimo la deforestazione e il degrado forestale nel mondo causati dal consumo UE di determinate materie prime”. Il carrozzone burocratico però, si sa, carbura a diesel, ed è ancora in corso la complessa implementazione di un sistema così interconnesso che coinvolge una rete così ampia di soggetti, “per consentire un’attuazione efficace senza effetti negativi sui settori economici interessati” come ci spiega ancora Fontana. Ad ogni modo, una volta a regime, le regole comunitarie andranno ad aggiungersi agli “standard di sostenibilità volontari” impiegati fino ad oggi. La riuscita dell’EUDR però, al netto della normativa interna, dipenderà dalla sua capacità di “influenzare il mercato globale”, anziché di ritagliarsi una bolla in un mercato duale. Per farlo, fondamentali saranno “l’inclusione degli smallholder, i piccoli produttori agricoli, e la cooperazione internazionale tra Paesi produttori e consumatori”. Rientra tra i progressi normativi dell’UE anche la recente direttiva Corporate Sustainability Due Diligence Directive (nota come CS3D) che introduce per le imprese di grandi dimensioni un obbligo di due diligence mirata al rispetto della “sostenibilità ambientale e sociale delle loro attività e di quelle dei loro partner commerciali”.

Mauro Fontana, presidente dell’Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile. Per gentile concessione

A proposito di standard volontari, fino ad oggi merito di un fondamentale ruolo delle ONG, la gran parte delle tutele applicate ai palmizi e dunque all’habitat degli oranghi proviene dalla certificazione CSPO (Certified Sustainable Palm Oil), rilasciata da enti terzi accreditati sulla base di standard di sostenibilità fissati dalla Roundtable on Sustainable Palm Oil. La RSPO, che vede il WWF tra i membri fondatori, è una piattaforma multistakeholder nata nel 2004 e vede numerose ong coinvolte nella governance a garantire la “robustezza” dello standard che  “copre tutte le dimensioni della sostenibilità, compresa quella sociale”. Abbiamo chiesto conto all’UIOPS di alcune criticità emerse in questi anni rispetto alla RSPO – citiamo fra le altre la campagna dell’Associazione dei Piccoli Agricoltori GRAIN che, in un appello del 2022, denuncia di aver “ripetutamente criticato la RSPO per non aver affrontato le rimostranze delle comunità la cui terra è stata occupata dalle aziende produttrici di olio di palma”, biasimando anche il rilascio di concessioni industriali di palmizi nel “totale disinteresse delle denunce delle comunità per la riduzione dell’habitat, i conflitti fondiari, la deforestazione, l’inquinamento, i diritti del lavoro, le molestie e la violenza”. Su questo l’Unione è chiara: criticità e dialettica costruttiva sono stimoli necessari che ogni percorso di azione concreta incontra; «purtroppo, come accade in altre filiere produttive, possono esserci ancora irregolarità, ma il protocollo della RSPO è severo: le violazioni sono prontamente denunciate e ad esse seguono adeguate azioni per correggere le criticità riscontrate. Cercando di mantenere, ove possibile, i produttori responsabili di violazioni all’interno del sistema – ci risponde Fontana, e in effetti espellere dal circuito chi non rispetta le regole significa solamente perdere qualsiasi controllo persuasivo nei suoi confronti. – Come tutti gli standard è perfettibile ed è infatti in continuo affinamento». Sul piatto, c’è anche un potenziale aumento del benessere sociale ed economico delle comunità locali legate alle piantagioni, ove queste siano gestite in modo profondamente sostenibile, aggiunge. A riprova di questo impegno, «in questi mesi RSPO sta ultimando la revisione quinquennale dei principi e criteri che regolano la CSPO». Si stima che in Italia oltre il 95% dell’olio di palma impiegato sia certificato RSPO. Rispetto alla produzione globale, però, l’olio certificato è appena il 20%. «C’è molta strada da fare». Il punto insomma è che “l’impatto ambientale dell’olio di palma varia enormemente in funzione del modo in cui viene ottenuto”, così come per gli altri oli vegetali. «La migliore alternativa all’olio di palma… è l’olio di palma sostenibile». Informarsi è il primo passo.

Abbandonare l’olio di palma: conviene?

La non sostenibilità dell’abbandono dell’olio di palma è sostenuta anche da studi di diversi enti, fra cui Fontana ci cita il Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici che “ha calcolato che se l’intera produzione di olio di palma diventasse priva di deforestazione, le emissioni correlate alla sua produzione si ridurrebbero del 92%, passando dagli attuali 371 a 29 milioni di tonnellate di CO2 equivalente all’anno. Al contrario, sostituire l’olio di palma con le principali tre alternative oleose esistenti a livello globale comporterebbe un rischio di aumento della deforestazione di circa 52 milioni di ettari”.

L’olio di palma “nascosto”

Due terzi del consumo totale di olio di palma è ad uso alimentare, in cucina o nelle preparazioni industriali grazie alle sue caratteristiche qualitative, tecnologiche e organolettiche. Emblematico che la catena di supermercati britannica Iceland, sull’onda delle preoccupazioni relative alla sostenibilità di questo prodotto, avesse promesso di rimuovere tutto l’olio di palma impiegato nel suo brand di alimenti, salvo poi trovare più fattibile (e comodo) l’inverso e finire per rimuovere il proprio brand dagli alimenti che continuava a produrre con olio di palma. Ma questo grasso è impiegatissimo anche nella cosmesi: il 70% di prodotti per la cura personale, dai saponi allo shampoo al make-up, ne contiene almeno un derivato.