L’attenzione del WWF nei confronti della conservazione della foca monaca risale al 1976 con la fondazione del Gruppo Foca Monaca per il supporto della salvaguardia dei nuclei rimasti

È considerata una delle 100 specie di mammiferi più minacciati del pianeta, ha lunghi baffi, è goffa e divertente: stiamo parlando della foca monaca, una delle specie di foca più rare e la sola presente nel bacino del mar Mediterraneo. Proprio in quest’area ha avuto una presenza importante nella storia dell’uomo, spesso raffigurazioni di questo animale sono illustrate in mosaici, medaglioni e monete e, per chi ricorda, nell’Odissea viene descritta mentre riposa su una spiaggia. 

Rischio estinzione e l’azione del WWF

Secondo una stima restano in natura poco meno di 700 esemplari di foca monaca. Si tratta sicuramente di una situazione altamente critica ma l’apice dei dati negativi sembra adesso essere solo un ricordo. Negli ultimi anni, infatti, il lavoro di associazioni ambientaliste ed enti di ricerca hanno iniziato a vedere un accenno di speranza. La popolazione in precedenza era costituita da 300 individui…Ma cos’è che ha portato a numeri così bassi? Nel Mediterraneo il mammifero ha subito costantemente le ostilità dall’essere umano, in particolar modo da parte dei pescatori che lo vedevano come un rivale per i pesci di cui si nutre. Oggi la sua presenza è diminuita a causa del disturbo provocato dal turismo nei siti di riproduzione, soprattutto con le imbarcazioni da diporto. Tutto ciò ha sicuramente agevolato la nascita del comportamento piuttosto riservato e introverso che caratterizza la specie. In molte aree poi continua a persistere il problema della persecuzione tramite l’uccisione illegale e la cattura accidentale (bycatch) con reti da pesca ma anche la questione inquinamento, attraverso la presenza di plastiche in mare, che si tramuta in un’enorme difficoltà per la sopravvivenza dell’animale.

Due foche che giocano insieme (SHUTTERSTOCK)

L’interessamento del WWF nei confronti della conservazione della foca monaca risale al 1976 quando venne fondato il Gruppo Foca Monaca con l’obiettivo di supportare la salvaguardia dei nuclei rimasti. Molti volontari continuano a lavorare per promuovere la consapevolezza nell’opinione pubblica che il mammifero abita ancora i nostri mari. La biodiversità del Mediterraneo è il focus da diversi anni di programmi di conservazione del WWF, sia attraverso l’azione del WWF Italia, sia con l’ufficio di Programma per il Mediterraneo del WWF Internazionale (MedPO). Agendo in gruppo è più facile provare a cambiare l’attuale situazione e così WWF Italia, Gruppo Foca Monaca e WWF SUB hanno terminato da pochissimo un periodo di formazione degli stakeholder, soci di singole entità le quali potranno partecipare agli obiettivi di tutela della specie. Questo esperimento ha ottenuto un grande successo perché ha visto 360 iscritti appartenenti a 28 diversi enti tra cui centri sub, Guardia costiera ausiliaria, Carabinieri del dipartimento Biodiversità, enti di conservazione e di Whale Watching, centri di recupero tartarughe marine e associazioni di pescatori, parchi nazionali/AMP e privati. L’assidua raccolta di segnalazioni e il monitoraggio anche attraverso webcam, consente di seguire in maniera attenta l’evolversi della presenza di questo mammifero lungo le coste. 

Se diamo uno sguardo al passato, il declino della specie ha avuto inizio moltissimi anni fa, addirittura in epoca romana quando veniva cacciata per la carne, per ricavarne le medicine (il suo grasso infatti era utilizzato per curare ferite mentre le pinne per vincere l’insonnia), per il grasso (da cui veniva ricavato l’olio) e per la pelliccia. Dopo la caduta dell’Impero romano c’è stato un leggero rialzo della popolazione ma è durato poco, infatti, il periodo del Medioevo ha visto la ripresa dello sfruttamento della specie. Quello che ha portato alla situazione attuale è stato sicuramente un insieme di cose: la rivoluzione industriale, le guerre, la pesca industriale e il turismo, circostanze che non hanno fatto altro che peggiorare il quadro.

I luoghi di avvistamento e la distribuzione geografica

Al giorno d’oggi, gli avvistamenti della foca monaca sono di individui singoli oppure di femmine con i cuccioli, sintomo di estinzioni locali e rarefazione. Sono pochi gli esemplari che vivono nel bacino del Mediterraneo e le zone in cui si possono scorgere sono le isole dello Ionio e dell’Egeo (in particolare lungo le coste della Turchia dell’ovest e della Grecia), la Mauritania e nelle acque a metà strada tra Canarie e Azzorre. Soltanto lungo la costa atlantica dell’Africa si possono ancora trovare gruppi sociali numerosi. Tra gli ambienti e i luoghi frequentati c’è anche l’Italia: nell’arcipelago toscano, in Sicilia, in Sardegna e in Basilicata.

La foca monaca, che preferisce tra gli habitat le acque temperate o calde della costa, è considerata un fossile vivente per la sua capacità di aver mantenuto, nel corso degli anni e dei molteplici adattamenti climatici e ambientali, le sue caratteristiche ancestrali. 

La foca monaca mentre riposa sulla terraferma (SHUTTERSTOCK)

Le caratteristiche fisiche e comportamentali

Spesso denominata Bue marino, la foca monaca ha un corpo allungato e piuttosto robusto, una pelliccia che varia dal marrone al grigio scuro accompagnata da una macchia bianca, o comunque più chiara, sul ventre. I baffi, capaci di rilevare le vibrazioni create nell’acqua dai pesci, funzionano proprio come un sonar in maniera che possa questa seguire facilmente la traccia delle prede. Il suo nome deriva dal colore del mantello che è molto simile a quello del saio dei monaci. È un animale che vive tra terra e acqua ma, come tutte le foche, sulla terra ferma si muove lentamente e quasi con difficoltà a causa del bacino che non le permette di alzare il ventre da terra. In mare è invece molto agile e, quando caccia le prede, molto veloce: è capace infatti di arrivare ad una profondità di 100 metri trattenendo il respiro anche per mezz’ora. La maggior parte della sua vita la passa in acqua dove, secondo alcuni studiosi, è decisamente più attiva ed ha udito e vista più sviluppati rispetto all’esterno. Il mammifero, che può vivere per 30 anni, arriva a una lunghezza di circa 2,5 metri con un peso di 300/315 chili. È un animale è piuttosto solitario ma si può trovare anche in gruppi di grandi/medie dimensioni, caccia di giorno lungo i litorali e si nutre di una molteplicità di pesci: sardine, aragoste, tonno, anguille, razze, sogliole e triglie ma anche calamari e polpi.  

La foca monaca mentre si nutre (PIXABAY)

Il comportamento della foca monaca quando vuole o ha necessità di riposare è del tutto inusuale. Nonostante possa rilassarsi sulla terraferma, preferisce spesso farlo in acqua: è capace di dormire in immersione ad intervalli per poi risalire periodicamente a respirare. Quando il mare è agitato si immerge e si adagia sul fondo. Essendo infatti un mammifero, ha i polmoni e non le branchie, per questo motivo non riesce a respirare sott’acqua. È un animale docile e non pericoloso ma è comunque importante sottolineare che non deve mai essere toccato dagli umani.

Nella Grecia antica beneficiava della protezione di Apollo e Poseidone perché era considerata una creatura amante del mare e del sole. 

Come si riproduce?

Il mammifero raggiunge la sua maturità sessuale tra i quattro e i 6 anni (sia la femmina che il maschio). A seguito dell’accoppiamento, il maschio abbandona la femmina la quale deve prendersi cura del piccolo da sola. I mesi di accoppiamento generalmente sono settembre, ottobre e novembre mentre la gravidanza ha una durata di circa 11 mesi al termine dei quali di solito nasce un piccolo dal peso di 15/20 chili. Il parto è un momento particolare: la femmina si isola e si rifugia da sola in una grotta per proteggersi dalle altre foche ma anche dal movimento del mare. Il cucciolo di foca fino a tre/quattro anni di età non viene lasciato solo neanche un istante, la madre spesso infatti è obbligata a lunghi periodi di digiuno per stare dietro al piccolo di foca. Il tasso di mortalità entro i primi due mesi di vita è pari al 50% a causa sia del movimento del mare (le maree) ma anche e soprattutto della debolezza originata dalla carenza di variabilità congenita. 

Mamma foca monaca con il cucciolo (SHUTTERSTOCK)

Attualmente…

Oggigiorno la foca monaca è una specie tutelata. Sono state infatti designate delle aree protette tra cui una nelle isole Desertas e una nelle isole Sporadi settentrionali in Grecia dove è avvenuto un effettivo aumento di individui e del tasso di riproduzione, ma serve ancora tanto lavoro. Il mammifero si trova nell’elenco della Convenzione sul commercio internazionale di specie di fauna e flora minacciate d’estinzione nota come Convenzione di Washington, la quale racchiude le specie minacciate di estinzione il cui commercio è permesso soltanto eccezionalmente. È elencata anche nella Convenzione di Berna (la Convenzione per la conservazione della vita selvatica e dei suoi biotopi in Europa), nella Convenzione di Bonn ovvero la Convenzione sulla Conservazione delle Specie Migratrici degli animali Selvatici e nella Direttiva Habitat dell’UE per la conservazione della natura. 

L’unico modo per fare in modo che questa specie continui a vivere è la creazione di nuovi parchi marini che abbiano controlli molto rigidi ai loro confini. Un contributo è rappresentato dall’azione di noi umani, che possiamo partecipare a progetti di ecoturismo, attività educative e di riduzione di rifiuti quotidiani ma anche a viaggi di volontariato. Attualmente grazie alla sensibilizzazione, all’educazione ambientale e al benessere sociale si sta concretizzando il ritorno della foca monaca, specie sottoposta a un costante monitoraggio tramite le tecnologie digitali più all’avanguardia capaci di fornire nell’immediato rilevazioni riguardo gli spostamenti del mammifero.

di: Alice GEMMA

FOTO: SHUTTERSTOCK