Perché ci sono poche giovani donne che affrontano le carriere tecniche e scientifiche? Ne parliamo con Sara Sesti, insegnante, ricercatrice e specialista nel complesso rapporto tra donne e scienza
I corsi di studio nelle materie STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica, dall’inglese Science, Technology, Engineering and Maths) sono prevalentemente scelte da individui di sesso maschile. Non è un luogo comune: secondo l’ISTAT, nel 2022, il 23,8% dei giovani tra 24 e 35 anni aveva una laurea in quelle aree disciplinari: se guardiamo agli uomini, la percentuale sale al 34,5%, mentre se guardiamo alle donne scende al 16,6%. Perché questo accade?
Sull’argomento STEM, il peso del gender gap
Sara Sesti è un’insegnante di Matematica, ricercatrice in Storia della scienza e fa parte dell’Associazione Donne e Scienza e della Libera Università delle Donne di Milano.
Che cos’è l’ Associazione Donne e Scienza?
«È stata fondata nel dicembre 2003 da un gruppo di studiose e scienziate di varie discipline, impegnate dagli anni ’80 in attività concernenti la presenza delle donne nella scienza e l’analisi critica della scienza contemporanea. Il primo coordinamento di ricercatrici si era formato nel 1986, dopo il disastro di Cernobyl, il più grave incidente mai verificatosi in una centrale nucleare. Fu considerato infatti la manifestazione di uno squilibrio da affrontare nelle sue origini profonde. Di lì è partita la critica delle donne alla neutralità della scienza e a un modello di sviluppo che non tiene conto della sostenibilità ambientale. Le riflessioni delle donne hanno posto le basi per quella “coscienza del limite”, che oggi è diventata un sentimento forte soprattutto tra i giovani».
Sara Sesti ha curato per il PRISTEM dell’Università Bocconi, la prima ricerca italiana sul rapporto delle donne con la scienza, uno studio che ha prodotto nel 1997 la mostra “Scienziate d’occidente. Due secoli di Storia”. Ha pubblicato il volume “Scienziate nel tempo. Più di 100 biografie” (Ledizioni, Milano, 2023). Cura la pagina Facebook “Scienziate nel tempo” riconosciuta col Premio “Immagini amiche”, istituito dall’Udi con il patrocinio del Parlamento Europeo per “premiare la comunicazione che costruisce un’immagine positiva, senza stereotipi di genere e senza immagini sessiste“. È anche coautrice dello spettacolo “Scienziate visionarie”, prodotto da Pacta dei teatri.

Lei si occupa da tempo di divulgare il ruolo delle donne nella scienza, non solo nella contemporaneità, ma anche nel passato. Potrebbe sembrare scontato che nell’ultimo secolo le donne abbiano avuto più accesso e successo nella ricerca. Ma è veramente così?
«Nel corso dell’ultimo secolo l’accesso e anche il successo delle donne nella ricerca scientifica sono sicuramente molto migliorati. Però ci sono ancora delle sfide significative da affrontare. Secondo me la più importante è quella di vincere la diffidenza delle ragazze per le discipline STEM».
Secondo lei perché questo accade?
«Da insegnante, ho sempre sofferto nel constatare che le scienziate sono assenti dai libri di testo e che nell’immaginario comune la scienza continua ad avere un volto maschile. La conseguenza è che molte ragazze si sentono estranee al linguaggio scientifico, ne hanno timore e si tengono lontane dallo studio e dalle carriere nelle discipline STEM, come se fossero delle immigrate nei territori della scienza, territori che sentono estranei».
Questa è una “bellissima” immagine.
«Questo è molto negativo, perché la perdita di donne nelle STEM non è solo un problema di parità, di democrazia, ma della perdita di tanti talenti utili per la ricerca e il progresso del nostro Paese. Ecco, con la mia ricerca e con il libro, ho voluto che le ragazze conoscessero le loro antenate e, soprattutto, che fossero consapevoli degli ostacoli e dei pregiudizi che hanno dovuto superare nel tempo per realizzarsi, luoghi comuni che ancora si presentano, a volte, tali e quali».

Perché le donne sono così poco presenti nella narrazione scientifica? Sono meno brave? Eppure la tua ricerca testimonia il loro importante apporto nella storia. È un problema solo italiano o è un problema mondiale?
«È un problema mondiale. E non sono meno brave. La scarsa rappresentazione nella narrazione scientifica non è legata alla minore competenza o abilità, ma a una serie di fattori sociali e culturali che hanno storicamente marginalizzato le donne. Ad esempio, e donne sono state escluse dalle istituzioni scientifiche accademiche per secoli e questo ha limitato la loro visibilità e l’opportunità di contribuire alla narrazione scientifica. Basti pensare che le università si sono aperte per le donne soltanto nel 1876».
Praticamente “l’altro ieri”…
«L’apripista è stato il Politecnico di Zurigo, in Svizzera. Un fatto stranissimo, su cui ho riflettuto molto, perché la Svizzera è stata l’ultimo paese europeo a dare il diritto di voto alle donne. È lì che si sono incontrati e innamorati Mileva Maric e Albert Einstein, nei primi anni dell’apertura dell’università. Le accademie si sono aperte alle donne solo 100 anni dopo, a metà del Novecento. Come potevano portare dei contributi seri alla scienza? In più, prima dell’apertura delle università, per essere prese in considerazione, le donne dovevano pubblicare col nome dei mariti o dei loro maestri. Per esempio, la moglie di Lavoisier, il fondatore della Chimica moderna, Marie-Anne Pierrette Paulze, portò a termine i lavori del marito dopo la sua decapitazione. E li firmò con il nome del defunto. Oppure dovevano pubblicare con uno pseudonimo maschile: mi viene in mente una matematica francese, Sophie Germain, che, nell’Ottocento, per poter corrispondere con i docenti del Politecnico di Parigi doveva firmarsi col nome di un fantomatico studente Antoine Auguste Leblanc. Un nome piuttosto anonimo per poter essere presi in considerazione. C’è da dire che, una volta scoperto l’inganno, venne seguita ed apprezzata dai migliori professori del tempo».

La Tour Eiffel, con il contributo “anonimo” di Sophie Germain – SHUTTERSTOCK
E meno male…
«Germain aveva portato a termine degli studi sull’elasticità che sono stati utilizzati anche per la costruzione della Torre Eiffel. Peccato, però, che tra i nomi dei personaggi illustri che sono nominati sotto la torre, per aver contribuito alla sua creazione, il suo nome manchi ancora adesso. Un altro motivo per cui nella narrazione non le troviamo è che spesso le loro opere sono state rubate o attribuite ai colleghi maschi, oppure i loro maestri. È un fenomeno che tu sicuramente conosci, studiato alla fine del Novecento dalla storica Margaret Rossiter, che l’ha chiamato “effetto Matilda”, dal nome di Matilda Gage, la suffragetta che per prima l’aveva denunciato. In sintesi, le donne non sono meno capaci di affrontare le sfide strutturali e culturali, ma ne hanno limitato storicamente la visibilità e il riconoscimento. L’Associazione Donne Scienza cerca di darsi da fare per migliorare l’equità e l’inclusione in campo scientifico».
Cosa fate e cosa possiamo fare per rimediare a questa situazione?
«Gli anglosassoni, con la loro tipica ironia e capacità di sintesi, danno delle risposte che fanno sorridere, ma molto chiare: bisogna abbattere il terreno appiccicoso, aggiustare il tubo che perde e, infine, distruggere il soffitto di cristallo, che tutte conosciamo benissimo. Mi spiego meglio: partiamo dal “terreno appiccicoso”. Fin da bambine, le donne subiscono stereotipi culturali che le ritengono poco razionali, troppo emotive, insomma inadatte alla matematica e all’astrazione. Luoghi comuni che diminuiscono l’autostima delle ragazze e le scoraggiano a intraprendere studi che vengono ancora considerati maschili. Tant’è vero che nelle STEM, nelle facoltà come ingegneria o nelle facoltà tecnologiche, il numero delle ragazze è veramente molto molto scarso. Il “terreno appiccicoso” impedisce alle bambine di cominciare, seguendo davvero i propri desideri. Chi riesce a superare questo step, spesso deve abbandonare in corsa, quando, all’ingresso nell’università, si accorge che mancano politiche di sostegno al lavoro femminile. Quindi, anche se una studentessa è bravissima, ha dei voti superiori a quelli dei compagni, teme che intraprendere carriere impegnative la porti a rinunciare a qualcosa di importante, per esempio alla maternità. Questo si intende per “tubo che perde”. E, infine, il “soffitto di cristallo”: si riferisce al fatto che le donne fanno fatica nelle carriere perché gli ostacoli per arrivare agli apici sono ancora molto numerosi. Basta pensare che in Italia attualmente ci sono solo dieci rettrici di università su oltre ottanta rettori».
Potrebbe interessarti anche Il volto celato: le donne e le maquiladoras messicane
Quali sono le tre scienziate che ti hanno cambiato la visione della vita? Che ti hanno aperto nuovi scenari e prospettive…
«Io non parlerei di un mio cambiamento di visione della vita attraverso le biografie delle scienziat, perché quando ho iniziato a conoscerle, a studiarle, le mie scelte di vita avevano già preso un loro orientamento preciso. Ero già laureata in Matematica in un’epoca in cui in università le grandi matematiche non venivano neanche nominate. Per esempio ho studiato l’algebra di Noether senza che nessuno mi dicesse che era una donna, che il suo nome era Emmy e che fu la fondatrice dell’algebra moderna; Einstein l’ha definita il genio creativo più grande da quando le donne avevano avuto accesso all’istruzione superiore. Non posso parlare di scienziate che mi hanno cambiato la visione della vita ma di scienziate che mi hanno affascinato per l’originalità di pensiero, per il coraggio delle scelte e per la determinazione. Per esempio, come hai visto, ho voluto sulla copertina del libro “Scienziate nel tempo”, l’immagine di Hedy Lamarr».
Che la maggior parte delle persone conoscono come una bellissima diva degli anni ‘40…
«Fu un’attrice affascinante ma ha anche inventato la tecnologia che è stata scelta, a metà degli anni ’80, per realizzare la telefonia cellulare, le comunicazioni wireless cone il WI-FI, il Bluetooth e il GPS. Il suo talento scientifico ha riscattato una vita in cui i fallimenti personali e familiari avevano superato i successi. Ecco perché la trovo importante. L’ho messa in copertina e non smetto di parlare di lei alle mie studentesse perché con lei cade un luogo comune pesantissimo per le ragazze: incarna la possibilità di essere belle e scienziate, l’orgoglio di essere femminili e avere una testa».
Mi fa venire in mente quella barzelletta in cui Marilyn Monroe chiede ad Einstein di avere un figlio bello come lei, intelligente come lui. E lui risponde: “Ma pensa se diventa bello come me, è intelligente come te”. In poche parole si dà per scontato che la diva fosse un’oca, cosa poi smentita nel tempo. C’è davvero tanta misoginia.
«Le ragazze soffrono ancora tantissimo per tutte le questioni legate all’aspetto fisico. Lei non sa quante volte io incontro qualcuna delle mie studentesse che è già all’università e mi dice “prof, domani ho il primo colloquio di lavoro, tutta la notte sono stata alzata a pensare: mi trucco, non mi trucco con la gonna, vado coi tacchi, metto i pantaloni, la camicia, faccio quella modesta, vado invece più femminile…”. Allora mi è sembrato importante che ci fosse sulla copertina un modello di donna che è stata affascinante. E scienziata».

E la seconda?
«Prima abbiamo parlato dell’”effetto Matilda”: io apprezzo molto le vittime, quelle a cui sono state rubate le scoperte, per l’eleganza e lo stile con cui non hanno reagito all’ingiustizia di vedersi negati i meriti andati ai colleghi maschi. La più famosa è la vicenda di Rosalind Franklin, che ha scoperto la struttura del DNA, e se l’ha vista sottrarre. Le è stata portata via dal cassetto la foto 51 che raffigurava la struttura del DNA. I colleghi Crick, Watson e Wilkins si sono appropriati del suo lavoro senza autorizzazione e hanno ottenuto il Nobel nel ‘62 per la scoperta della doppia elica».
Lei si sarebbe comportata con tanta eleganza? Io no!
«Il fatto va calato nel contesto storico. E poi lei non se n’era accorta. L’hanno imbrogliata, nascondendo il suo articolo che venne pubblicato dopo il loro sulla rivista Nature. Però parliamo degli anni ‘50, Franklin lavorava in un ambiente completamente maschile. Era mal vista, mal voluta. I suoi risultati dovevano essere eccezionali perché gli esiti normali non venivano neanche presi in considerazione, se arrivavano da una donna. Se li ha tenuti per troppo tempo nel cassetto, è perché stava ancora riflettendo per poterli presentare con tutta la sicurezza che ci vuole per una grande scoperta. Una mia studentessa che si è laureata all’Università di Firenze, quando ha presentato la tesi che poi è stata pubblicata dai suoi professori, ha fatto un ricorso civile e ha vinto la causa. Quindi sicuramente oggi noi ci comporteremmo in un altro modo. Però la storia di Rosalind Franklin mi rimane nel cuore».
E infine la terza.
«Apprezzo molto Joy Buolamwini, ricercatrice in Computer science e pioniera nello studio dei “bias algoritmici” nei sistemi di riconoscimento facciale, cioè degli errori dovuti da assunzioni errate nel processo di apprendimento automatico dei computer. Un giorno del 2018, si accorge che iI suo viso non viene riconosciuto dai sistemi di riconoscimento facciale attivi nel laboratorio dove lavora, il MIT Media Lab di Chicago, uno dei più avanzati del mondo. Questo intoppo, apparentemente insignificante, la conduce alla sorprendente scoperta che alcuni algoritmi non sono in grado di rilevare e identificare il viso delle donne e in particolare delle donne con la pelle scura: Joy Buolamwini è donna ed è nera. Insieme ad altre scienziate, matematiche e attiviste, intraprende allora una ricerca che rivelerà la natura profondamente sessista e razzista dei software che stanno alla base di quel particolare campo dell’Intelligenza Artificiale (AI) che è il “riconoscimento facciale”. La sua storia è raccontata nel film documentario Coded Bias, di Shalini Kantayya, che denuncia un fatto impressionante: proprio gli algoritmi di apprendimento automatico destinati a evitare le discriminazioni sono essi stessi tendenziosi e intrisi di pregiudizi tanto quanto lo sono gli esseri umani e i dati storici che li programmano. Non è cosa da poco e dovrebbe preoccuparci tutti perché ci si affida sempre più a sofisticati algoritmi, non solo nella vita di tutti i giorni, ma anche nelle decisioni importanti come la selezione del personale nelle aziende, la valutazione degli insegnanti nelle scuole (in USA è già così), l’affidabilità finanziaria per la concessione di crediti, assicurazioni sanitarie ecc. Dopo aver firmato lo studio sui pregiudizi del riconoscimento facciale, la scienziata ha fondato l’Algorithmic Justice League, un’organizzazione che identifica e combatte il pregiudizio nel software».
Per approfondire L’AI è machista: c’è soluzione?
Secondo lei si può parlare di differenza di genere nella capacità scientifica?
«Come abbiamo visto, per millenni la scienza è stata opera quasi esclusivamente degli uomini. Il pensiero femminile non ha mai raggiunto un volume significativo tale da far nascere una visione di genere della scienza stessa. Però alcune scienziate hanno cambiato le loro discipline con un’ottica di genere. Innanzitutto mi riferisco al lavoro di molte studiose che stanno portando avanti una medicina di genere, che studia diversi effetti dei farmaci, dei vaccini, dei sintomi e delle cure per le donne. Nel 1991 la cardiologa Bernardine Healey ha studiato la differenza dei sintomi dell’infarto tra uomini e donne, trovando che erano molto, molto dissimili. E ha chiamato il vizio di ignorare la specificità femminile “effetto Yentl”, dal film in cui Barbara Streisand deve travestirsi da uomo per continuare i suoi studi sul Talmud. La notissima Jane Goodall ha rivoluzionato le conoscenze sui primati, fondando il concetto di cultura animale e dimostrando che provano dei sentimenti e usano degli strumenti quanto gli umani. Rebecca Khan ha rivoluzionato le basi dell’antropologia ricostruendo un albero evolutivo che evidenzia per l’intera popolazione umana un’antenata comune di origine africana. La teoria dell’Eva africana. Queste scienziate hanno sicuramente avuto nei loro campi un’ottica di genere. Tuttavia, bisogna sempre considerare che oggi le equipe scientifiche sono formate da persone di ogni genere e provenienza».
In conclusione, perché c’è ancora così tanta misoginia? Da dove ha origine? Pensiamo anche alla persecuzione delle streghe, che erano erboriste, curatrici. Anche scienziate.
«I pregiudizi sulle donne hanno origini antichissime. Valga per tutti il pensiero di Aristotele che ha teorizzato l’inferiorità femminile: «Le donne sono inadatte per natura al pensiero astratto in quanto la maternità le vincola alla vita materiale, lasciando solo all’uomo la possibilità di elevarsi”. Ipse dixit, dunque; così è stato per secoli, e solo un lavoro profondo e paziente potrà smantellare tale concezione».
Nessuno dice che sarà facile, ma sicuramente ne varrà la pena, affinché sempre più donne, sin dalla loro infanzia, possano essere libere di seguire i propri talenti ed inclinazioni, qualsiasi essi siano. E non è necessario diventare delle luminari nel proprio campo: quello che conta è essere messe in grado di dare il meglio di sé.
di: Giulia GUIDI
FOTO ANSA/SHUTTERSTOCK/SESTI