Una famiglia ai Campionati mondiali di muay thai e in tour lungo la Thailandia… in sedia a rotelle. Intervista con Matteo Giacometti e Isabella Bortoletto

Fa parte della routine dei genitori accompagnare i figli alle gare sportive, siano di calcio, di ginnastica ritmica o pallavolo. Se i pargoli sono particolarmente bravi è necessario fare trasferte lunghe; se sono eccellenti, anche intercontinentali, magari in Thailandia. E magari su una sedia a rotelle

Questa è la storia di Matteo e Nico Iuri Giacometti e di Isabella Bortoletto, da poco tornati dai Campionati mondiali di muay thai a Bangkok con un argento (di Nico Iuri, 12 anni) e molti altri traguardi raggiunti.

Alla fine del 2019, Matteo, insegnante di Educazione motoria, istruttore alla palestra Wat di Padova, responsabile nazionale UISP e direttore tecnico azzurro della disciplina, ha un grave incidente in bicicletta. La diagnosi dei medici è implacabile: lesione midollare con esito tetraplegia incompleta, sedia a rotelle, per sempre. Per la giovane coppia, entrambi grandi viaggiatori, molto attivi nel sociale e con un bambino di 7 anni, è un colpo durissimo. Ma non sarà un knockout. 

«I medici ci hanno tenuto molto a dirci che al di là di tutto, avremmo dovuto rassegnarci e che la nostra vita non sarebbe più stata quella di prima. In qualche modo dovevamo lavorare per avere una vita diversa, da disabile – spiega IsabellaMa non ci siamo arresi. Appena finita la pandemia ci siamo rimessi in viaggio. Con modalità diverse, certamente, ma non abbiamo rinunciato alla nostra passione». 

Sui social avete chiamato l’ultimo tour in Thailandia un “riviaggio”, cosa significa?

Isabella: «Eravamo già stati lì dopo l’incidente, ma questa volta abbiamo deciso di ripercorrere le tappe di un viaggio di due mesi di 10 anni fa, quando Nico Iuri aveva due anni. Volevamo raggiungere gli stessi posti, se possibile fare le stesse foto. Insomma, non una vacanza né una trasferta sportiva: un viaggio. E in sedia a rotelle». 

Nico Iuri prima della gara

La prima volta Nico Iuri aveva due anni, adesso ne ha 12. Come ha vissuto questa… “riesperienza”?

Matteo: «Ci sono vari aspetti da considerare. In primis che è nostro figlio e andiamo ancora in viaggio insieme, più o meno allo stesso modo, e non è scontato. È parte della famiglia e ne è stato il motore. Per tutto. È stato un sostegno per me, perché è stato in grado di aiutarmi e di accompagnarmi. È stato anche il nostro tecnico delle valige perché Isabella ha il suo modo, io ho il mio e Nico segue papà (ridono, ndr)». 

Isabella: «È stato importante su tanti livelli. Vorrei fare un passo indietro: secondo i medici, Matteo non avrebbe più potuto fare la sua professione, invece è tornato non solo ad essere maestro di muay thai ma anche direttore tecnico della Nazionale, allenando suo figlio e portandolo ai Mondiali. Già questa è una vittoria schiacciante su quello che ci avevano detto. In questi anni, quello che ci è mancato erano i nostri viaggi, i nostri momenti insieme: era sempre stato il “papone” quello che trainava, quello fisicamente più forte. Ce lo disse anche Nico: “vi ricordate una volta quando viaggiavamo sempre e adesso non è più possibile?”. E invece volevamo dimostrargli che è ancora possibile. La nostra promessa era che lui sarebbe ritornato negli stessi posti, facendo anche cose nuove. E l’abbiamo mantenuta». 

E lui ha anche gareggiato. 

Isabella: «Sì, è stato organizzato in concomitanza con i Mondiali perché ci permetteva di fargli vivere una serie di esperienze legate alla muay thai, ma non connesse con la competizione. Volevamo tornare a salutare tutti i maestri che Matteo aveva conosciuto da giovanissimo, nel percorso per diventare maestro a sua volta. E ritornare con Nico, che a 12 anni comincia ad essere un atleta internazionale, non era scontato, perché si tratta di luoghi difficili da raggiungere. Era passato tantissimo tempo, la pandemia è stata lunga, e non era scontato che questi maestri ci accogliessero e ci riconoscessero. E invece è successo. È stato davvero bello e pieno di emozioni, soprattutto per Nico: adesso era lui l’atleta, non il papà, ed era lui che veniva coinvolto negli allenamenti e nei progetti». 

Cosa significa la muay thai per la vostra famiglia?

Matteo: «Non è tanto tramandare lo sport in sé, ma l’attitudine. Per lungo tempo io non l’ho guardata in chiave sportiva, non capivo bene questo ring con questi uomini nudi che si picchiavano, poi ho capito che il ring ha un aspetto psicologico e di esperienza. È importante sapere che ti alleni  in squadra (o in famiglia, come nel nostro caso) e poi ti ritrovi a combattere da solo. Ma poi ritorni a casa. È sapere che nella vita ti alleni, che ci sono dei momenti in cui ti devi confrontare, con te stesso e con delle avversità/avversario, e poi finisce. Più che uno sport è un attitudine marziale di accettazione e di evoluzione. È stata la trasmissione del nostro modo di essere, “nulla è assoluto prima di noi”. Nella muay thai è importante stare insieme, è utile per crescere. Il viaggio in Thailandia lo abbiamo fatto perché è nelle nostre corde, perché è affine, ma non ha valore in sé. è  una delle vie che abbiamo trovato per crescere e stare insieme». 

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Ma com’è stato girare la Thailandia in carrozzina?

Isabella: «Da un certo punto di vista, è un Paese molto più accogliente rispetto all’Europa, tuttavia ci sono dei gap. Ad esempio, lo skytrain è completamente accessibile, ma arrivarci no. Ci hanno aiutato dei passanti, bloccando il traffico lungo la strada e prendendo Matteo in braccio. Quindi ce l’abbiamo (quasi) sempre fatta: il nostro scopo era raggiungere luoghi che sono di per sé inaccessibili, quindi spiagge, isolette, templi sulle montagne. Abbiamo tirato fuori l’ingegno, la “cazzimma”, e ci siamo fatti trasportare su ogni mezzo possibile. Invece, su 6 voli interni presi, in 5 ci hanno imposto di scendere dalle scalette… . Quindi, quello che può sembrare inaccessibile non lo è, se ci si prova, mentre altri luoghi dati per scontati in realtà nascondono ostacoli insormontabili». 

Matteo: «È necessario considerare le cose nel loro complesso. Ad esempio, se io arrivo in una struttura nuova, accogliente, va tutto bene, ma questa si collega ad una struttura vecchia che non lo è ma che io devo utilizzare per andare da un punto a un altro. Cosa faccio? Mi ingegno e mi baso sulla solidarietà delle altre persone. È giusto prevedere ogni cosa, in stile svizzero, ma è giusto riconoscersi come essere umani: può sempre servire una cosa non normata a completare, altrimenti ti auto poni dei limiti. La normazione è anche l’attitudine alla comodità: invece bisogna saper accettare di essere un animale antropizzato. E allora puoi continuare a vivere». 

Sulla spiaggia

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Questo viaggio fa anche parte di un progetto, “Ambiente e Cultura 4All”.

Isabella: «Io volevo che tornassimo ad essere viaggiatori e ho sempre cercato di trovare delle soluzioni alternative per raggiungere quei luoghi che naturalmente sono inaccessibili. Da qui mi è venuta l’idea: il progetto è finanziato dalla Cariparo e sono stati acquistati degli ausili, come ad esempio delle sedie a rotelle per il mare, per la montagna, pedane portatili. Le persone possono chiamare ed avere in prestito quello che serve loro per viaggiare. Vorremmo girare il mondo e dimostrare che “si può fare”. Ogni persona deve affrontare degli scogli per avere una vita dignitosa e serena, se sei sua una sedia a rotelle ti serve un po’ di “cazzimma” in più, ma non bisogna adagiarsi nell’ovatta del “poverino”». 

Matteo: «Si tratta di seminare una modalità in cui diventa possibile: è una rete tra disponibilità umana, sostegno economico e capacità di inventiva, che unisce un progetto, una modalità di relazionarsi con le persone e un sostegno economico. Altri nelle mie condizioni potrebbero affrontare queste sfide, ma non senza il sostegno economico, oltre che quello logistico e umano. L’umano lo diffondi con l’etica, la dimensione logistica la diffondi con l’informazione e l’organizzazione, però, se non c’è il welfare, se non ci sono gli stessi diritti, cade il sogno. Equità è l’istanza alla base di “Ambiente e Cultura 4All“. Io ci metto del mio, ma anche la società e il diritto ci mettano del loro. Ovviamente ci sono persone in zone di guerra, persone che affrontano tragedie globali, che devono pensare a sopravvivere: io mi rivolgo ai ricchi del mondo occidentale».

Quali sono state le tappe che più vi sono rimaste nel cuore?

Isabella e Matteo: «I momenti sono stati molti, soprattutto perché non sapevamo se saremmo riusciti a raggiungere i luoghi di 10 anni fa. Se dobbiamo proprio scegliere, l’isola di Koh Mak, sull’Island Hut, dove avevamo passato ben 10 giorni, con Nico Iuri piccino che si era fatto gli amichetti, e poi Kalng Yai, a casa del maestro. La cosa importante è che non abbiamo “messo le bandierine”: siamo davvero riusciti a vivere quei luoghi, anche se in modo un po’ diverso. Anche i Mondiali sono stati una tappa importante, non solo sportiva, ma anche di condivisione. Non sapevamo in che lingua nostro figlio stesse comunicando, però erano tutti insieme! (ridono, ndr)».

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C’erano anche atleti palestinesi?

Isabella e Matteo: «No, purtroppo quest’anno non sono riusciti a venire, ma la loro presenza è stata comunque rappresentata dalle squadre libanese, pakistana e italiana, che hanno issato la loro bandiera. Siamo in contatto con gli atleti di Gaza che, per fortuna, ad oggi sono ancora vivi…». 

A breve inizieranno le Olimpiadi di Parigi: a quando la muay thai a cinque cerchi?

Matteo: «Le federazioni si stanno organizzando… speriamo per la prossima edizione».

di: Giulia GUIDI

FOTO: Isabella Bortoletto