Le elezioni in Bielorussia passano inosservate, così come la sofferenza di un popolo diviso a metà. Il racconto di una coppia scappata dal regime di Lukashenka
Alexandr Lukashenka ha da poco ottenuto il suo settimo mandato consecutivo alla guida della Bielorussia e nessuno si aspettava un risultato diverso. Non certo il popolo, né quello che lo ha votato né quello zittito dalla diabolica macchina della repressione: sì, perché se lo Stato è espressione massima di un popolo – quello che Hegel chiamerebbe Volksgeist -, di popoli in Bielorussia ce ne sono almeno due, entrambi autentici ma mai conciliabili.
«Siamo arrivati nell’agosto 2024 in modo molto consapevole. Da tempo pensavamo di trasferirci in Italia – ci raccontano Yulia e Pavel (nomi di fantasia). – Abbiamo sperato fino all’ultimo in un cambiamento nel nostro Paese; col tempo però le repressioni continuavano e nulla cambiava, e siamo arrivati al punto di non vedere più un futuro in Bielorussia, anche per i nostri figli». Scelgono l’Italia, per seguire dei parenti e perché “abbiamo sempre visto l’Italia come un nostro alleato. Abbiamo conosciuto in prima persona il vostro impegno ai tempi di Chernobyl. Io e mio marito abbiamo ritrovato la stessa splendida accoglienza di quando, da bambini e come oggi, cercavamo solamente una vita normale. Lavoriamo e ci stiamo integrando”. Purtroppo una bella seconda casa non cancella il ricordo della prima. «In Bielorussia abbiamo lasciato praticamente tutto, dalla casa al gatto, compresi famiglia e amici».
La macchina creata da Lukashenka, messa a puntino in 30 anni di potere, è una rete interconnessa di controlli, arresti arbitrari, propaganda e detenzioni inumane. Il regime ha un’unica regola: essere d’accordo con Lukashenka. Ma se stare a guardare è difficile, sognare un futuro nel Paese oggi sembra quasi impossibile. Il popolo, quello ininterrottamente zittito dal 1994, ha provato a scrivere un finale diverso alle elezioni del 2020, quando un fiume di protestanti invase piazze e strade per chiedere, in fondo, solo un po’ di democrazia. In quell’occasione Lukashenka si fece riprendere armato di kalashnikov, sorvolando in elicottero Minsk e mettendo in fuga i manifestanti “come topi”. E “come topi” i cittadini sono stati feriti, torturati, abusati sessualmente, arrestati, uccisi. Almeno mezzo milione di persone hanno dovuto lasciare il Paese. «Il popolo sapeva come sarebbe andata a finire: il sistema non permette altri vincitori», ma le nuove generazioni avevano lanciato un messaggio di partecipazione così forte che “abbiamo sentito una grande unità del popolo, finalmente eravamo tutti insieme”. Oggi c’è un umore diverso. «Penso e so che molti sperano ancora in una rivincita, ma al momento nessuno vede una via d’uscita» ci spiegano ancora. In effetti, chiunque si sia espresso contro Lukashenka e abbia provato ad ammettere un’alternativa al suo potere è in prigione, o è stato costretto all’esilio per evitarla, oppure ha parenti e amici in carcere e vive in uno stato di osservazione perenne. Dopo i moti di protesta del 2020, le autorità bielorusse hanno arrestato 65mila persone, chiuso oltre 1.700 organizzazioni della società civile e bandito tutti i Partiti tranne quattro: Belaya Rus, il Partito Comunista, il Partito Liberal Democratico e il Partito del Lavoro e della Giustizia – tutti filogovernativi. Secondo l’associazione che vigila sulle violazioni dei diritti umani nel Paese, Viasna, oggi sono circa 1.300 i prigionieri politici detenuti in Bielorussia. Fra questi c’è Ales Bialiatski, fondatore di Viasna e Premio Nobel per la Pace nel 2022, ma anche anziani, persone con disabilità o condizioni di salute precarie e prigionieri in stato di “incommunicado”, a cui è precluso qualsiasi incontro col mondo esterno, famiglia e avvocati compresi.

«Al momento la Belarus è occupata dalla Bielorussia» provoca l’artista Lyavon Volsky. Ecco i due popoli: «una frattura generazionale spacca il Paese. Da un lato c’è la Bielorussia, strettamente legata al nostro passato sovietico e sostenuta dalle generazioni di over 40. Abituati ad avere tutto dallo Stato, unico garante di una vita migliore, per loro è naturale credere alla presunta stabilità raccontata da Lukashenka». Dall’altro le generazioni più giovani, che sognano un futuro europeo per la Belarus, indipendente dal giogo del fratello maggiore (così è Putin, l’elefante nella stanza, per Lukashenka). L’oppositrice politica in esilio Svetlana Tikhanovskaya prova a dare voce a questi giovani, portando avanti le battaglie del marito Sergei Tikhanovsky che sta scontando 18 anni di prigione. Le voci sulla sua morte dietro le sbarre si rincorrono ciclicamente. «Speriamo che sia ancora vivo, ma ci rendiamo conto tutti che gli oppositori intrappolati, una volta usciti, saranno persone diverse. I traumi delle prigioni di Lukashenka, fisici e psicologici, non guariscono mai». Così l’alleanza asimmetrica tra i due Paesi ha finito per fagocitare il minore dei due, secondo l’antica mentalità sovietica per cui “non importano lingue, culture e nazionalità, siamo tutti cittadini dello stesso impero”. È così che per anni la Russia ha favorito trasferimenti di massa, dividendo per sempre famiglie intere e plasmando persino la cultura bielorussa, a partire dalla lingua, oggi la seconda del Paese, parlata da pochissime persone e insegnata ancora meno. «La scuola è ormai strumento ideologico per eccellenza per il Governo. I bambini ricevono le prime “nozioni” politiche fin dalle elementari e in modo massiccio già dalle medie». Indottrinare e stanare: «se un bambino a scuola dimostra di essere esposto a opinioni differenti, si finisce subito nella lista dei nemici del popolo». È così che oggi “la maggior parte delle persone che vivono in Bielorussia sono disposte a qualsiasi repressione pur di non subire alcun cambiamento radicale, pur di restare in pace e ricevere i contentini dal Governo. Per tutte queste persone la Russia è un amico prezioso”.

La stabilità, naturalmente, è solo apparente. Un pezzo alla volta, la macchina di Lukashenka ha smontato l’iniziativa privata nel Paese, concentrando tutte le attività economiche nella cerchia ristretta del presidente. A rendere così profondo il legame con la Russia è anche il fortissimo indebitamento contratto dalla Bielorussia che per anni ha svenduto aziende e risorse energetiche, rendendo inespugnabile la dipendenza economica. Persino aprire una partita Iva può insospettire il Governo costantemente a caccia di potenziali dissidenti. Così come le nuove generazioni, nemmeno gli oligarchi hanno scelta: arricchirsi con Lukashenka o scappare altrove, e con loro interi settori economici, strozzati dallo stesso approccio sovietico dei Piani annuali, demagogie programmatiche con cui si celebra “l’unione del popolo”, salvo l’aggiornamento costante delle liste di proscrizione che lacerano quello stesso popolo.
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Come spesso accade, le sanzioni internazionali sfiorano appena le autorità che continuano a viaggiare e fare affari, mentre il popolo vive una realtà parallela fatta di limiti e imposizioni. «Trovare vie legali per vivere in libertà è quasi impossibile e l’unico modo per andarsene è cancellare completamente il proprio passato, rinunciando per sempre a radici, famiglia, legami». Se per l’isolamento internazionale in cui Minsk si è barricata bisognerà almeno attendere la fine della guerra, per ricucire un popolo servirà invece tutta la speranza, zittita ma mai spenta, di chi è scappato e cercava solamente “una vita normale”.
In copertina – L’attivista bielorusso Ales’ Bjaljacki, capo del Viasna Human Rights Centre e nel 2022 Premio Nobel per la Pace. Dal 14 luglio 2021 è in carcere per presunta evasione fiscale ma i difensori dei diritti umani lo considerano un prigioniero di coscienza
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