caporalato

Il fenomeno del caporalato è ampiamente diffuso in molti settori dell’economia italiana, ma colpisce principalmente i cittadini extra-comunitari. Ci ha raccontato la sua storia Yvan Sagnet, attivista e fondatore dell’Associazione NOCAP

Violazione del salario minimo, orari di lavoro logoranti, nessuna tutela per la salute e la sicurezza sul lavoro, e mancanza dei contributi previdenziali sono soltanto una minima parte dei crimini che i caporali e gli imprenditori del settore agricolo commettono a danno di lavoratori sfruttati. Stiamo parlando del fenomeno del caporalato, una forma illegale di reclutamento e organizzazione della manodopera nel lavoro dipendente, sanzionata dagli ordinamenti di molti Stati del mondo…o perlomeno così dovrebbe essere. 

A questo proposito, prima di spiegare cos’è e quanto è diffuso questo fenomeno, la redazione de Il Mondo vuole condividere con i suoi lettori una storia inedita, quella di Yvan Sagnet, attivista e scrittore camerunese noto per essersi adoperato nel campo dei diritti umani, un ragazzo che ha provato sulla propria pelle gli effetti di questo business miliardario. Nel 2016, grazie al suo impegno e alla sua dedizione gli è stata conferita l’onorificenza di Cavaliere. Ecco l’intervista.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella consegna l’onorificenza al Merito della Repubblica Italiana a Jean Pierre Yvan Sagnet (ANSA / (Foto di Paolo Giandotti)

È arrivato in Italia nel 2008 per motivi di studio, quando si è accorto del problema del caporalato nel nostro Paese? E quando ha deciso di intervenire in prima persona contro questo fenomeno?

«Andavo a lavorare per guadagnarmi qualcosa proprio come potrebbe fare qualsiasi studente che deve affrontare le spese universitarie; in quel periodo infatti frequentavo Ingegneria delle Telecomunicazioni al Politecnico di Torino e avevo bisogno di soldi. Mi sono accorto del problema del caporalato semplicemente andando a lavorare in Puglia, in provincia di Lecce, purtroppo non sapendo a cosa stessi andando incontro. Sono rimasto, infatti, molto sorpreso ma soprattutto scioccato da ciò che ho visto e subìto. 1200 cittadini e lavoratori stagionali provenienti da diverse parti del Paese, compreso me, sono stati accolti in un ghetto, in una baraccopoli: era la prima volta che vedevo un posto del genere, un luogo terribile, di degrado totale. Uno shock tremendo. Sono venuto a conoscenza del caporalato perché avevo chiesto ai miei compagni come potevo fare a lavorare e mi hanno detto di aspettare che arrivasse un caporale. Poi è iniziata la campagna di raccolta: la mattina presto i caporali ci caricavano in dei furgoncini e ci facevano pagare una tassa di trasporto di cinque euro per arrivare ai campi e lavorare a cottimo. Il nostro lavoro era quello di riempire più casse possibili di pomodoro, ciascuna da 300 chili; il caporale dava ad ognuno di noi 3,50 euro per ogni cassa riempita. Il contratto collettivo nazionale di lavoro, quello legale, prevedeva una paga giornaliera, ma i caporali, ovviamente, preferivano pagarci così. Io riuscivo a riempire circa a cinque cassoni al giorno, e quindi in un’intera giornata di lavoro, che iniziava intorno alle 4 di mattina e finiva intorno alle 18/19 di sera, guadagnavo circa 20 euro. Di questi, però, cinque andavano per il trasporto, e altri cinque per panino e acqua che ci vendevano gli stessi caporali. Alla fine della giornata mi ritrovavo con un netto di 10 euro per 16 ore di lavoro. Questa per me è stata un’esperienza terribile, un evento che mi ha cambiato la vita, e così, quell’anno (il 2011), dopo qualche giorno di lavoro, ho deciso insieme ad alcuni miei amici di organizzare quello che è stato definito dagli studiosi e dai sindacati il primo sciopero della storia dei lavoratori stranieri in Italia. In quel preciso momento è iniziata la mia avventura, il mio impegno contro il caporalato. Ho sentito il dovere di agire mettendo in discussione la mia cultura perché in questi casi è l’istruzione che fa la differenza; io studiavo all’università, mentre i miei amici non avevano avuto questa fortuna e quindi la responsabilità si faceva sentire e lo fa tuttora».

Lei è il fondatore e il presidente dell’associazione NOCAP, che tipo di associazione è?

«Ho fondato l’associazione NOCAP, il cui nome sta per caporalato, per dare delle risposte a questo problema. Fin dagli inizi il nostro obiettivo è stato quello di costruire un modello di agricoltura basata sul rispetto dei diritti dei lavoratori; un modello che parte dall’umanità nei loro confronti. Per far questo abbiamo alzato un po’ il tiro: la prima parte del mio impegno, che parte dal famoso sciopero, era basata sulla protesta, mi serviva quindi la proposta. Una protesta, quella, molto importante perché ci ha portato alla legge sul caporalato nel Paese, la legge 199 contro i fenomeni dello sfruttamento. Questa è però una norma repressiva. La repressione è importantissima ma per contrastare il caporalato, e lo sfruttamento in generale, bisogna anche lavorare sulla prevenzione. Serviva quindi una soluzione basata su quest’ultima per andare a scoprire le reali cause che portavano gli agricoltori a sfruttare i lavoratori tramite i caporali; con il tempo ho quindi scoperto che l’origine dello sfruttamento sta nel modello economico italiano applicato all’agricoltura. I caporali e le aziende che se ne avvalgono non sono la causa ma l’effetto di un modello di sviluppo economico che ha dato maggior forza alla grande distribuzione organizzata, la quale controlla e monopolizza il settore agricolo facendo leva sulla capacità di imporre i prezzi dei prodotti, e ahimè l’unica logica sono i prezzi più bassi. Per cui è chiaro che se ad un agricoltore arriva la proposta di vendere i suoi prodotti ad una cifra bassa in qualche modo questo sarà costretto a risparmiare tagliando alcuni costi e quello su cui si fa più leva è quello del lavoro. Per cui, abbiamo un sistema piramidale che parte a monte dalla grande distribuzione e arriva al ramo più basso, i lavoratori. Sentivo quindi il bisogno di intervenire a 360 gradi, non solo facendo arrestare i caporali, ma anche contrastando questo modo illogico di fare la grande distribuzione; noi pensiamo che il prezzo di un prodotto debba essere indicato da chi produce e non da chi compra. L’associazione NOCAP ha quindi messo in campo un bollino etico per cercare di costruire filiere produttive etiche basate sulla sostenibilità sociale ed economica dei nostri produttori. Questo bollino quindi serve non solo ad indirizzare tutta la filiera verso questo modello ma soprattutto a coinvolgere i consumatori, altro grande attore di questo sistema. In Italia ci sono 60 milioni di abitanti che mangiano tutti i giorni e che vanno a fare la spesa e che spesso non sanno che dietro a quel prodotto ci sono lavoratori come Satnam Singh, bracciante deceduto qualche giorno fa a Latina, ucciso dal datore di lavoro. Chi compra non sa che i prodotti di quell’azienda, che ha causato la morte di lavoratori, vanno a finire sugli scaffali dei nostri supermercati. Quando noi li compriamo dobbiamo sapere che il nostro acquisto ha anche un sapore anche di morte e sangue; molti dei prodotti che portiamo sulle nostre tavole sono generati dal sudore e dallo sfruttamento del caporalato. Il nostro bollino ha quindi lo scopo di diffondere consapevolezza nell’acquisto di prodotti che consumiamo; è un modello in cui ognuno trova la sua parte, che conviene a tutti: al produttore perché non è schiacciato dal supermercato; ai lavoratori perché finalmente nella nostra rete hanno un contratto di lavoro, un orario giusto, e un viaggio non a pagamento in un sistema di trasporto adeguato; e al consumatore che è soddisfatto perché ha un prodotto di qualità». 

Yvan Sagnet con una t-shirt “NOCAP” nelle campagne del Foggiano (ANSA/FRANCO CAUTILLO)

Mancano i controlli e non vengono puniti gli sfruttatori, cosa deve cambiare a suo parere? 

«È chiaro che il responsabile di tutto ciò è lo Stato. Se siamo arrivati a questa cultura dell’illegalità molto diffusa è perché in qualche modo da parte dello Stato non c’è stata una risposta, anzi questo ha alimentato una cultura dell’impunità (ricordiamo che lo sfruttamento riguarda tutti i settori della nostra economia). Satnam Singh e la moglie erano in Italia da tre anni, non avevano documenti e quindi non potevano lavorare, ma sono stati assunti lo stesso, e lo Stato lo sapeva. Di Satnam Singh ce ne sono tutti i giorni, e io temo che dopo quello che è successo, tra qualche giorno dimenticheremo questo povero bracciante, perché spesso nel nostro Paese funziona così, appena scatta il morto c’è l’indignazione, poi, dopo qualche giorno, finisce tutto e si ritorna come prima. Approfitto quindi per rendere omaggio a questi poveri lavoratori morti, in particolare a Paola Clemente, bracciante italiana deceduta nel 2015 nelle campagne pugliesi: questo per far vedere come si tratti di un problema trasversale che colpisce, non solo i migranti, ma anche gli italiani. Lo Stato ha grosse responsabilità sulla questione dei controlli, non è possibile che ci siano soltanto 5.000 ispettori del lavoro in Italia a fronte di milioni di aziende, non è possibile. Lo Stato deve rivedere la sua politica sui controlli con una vera riforma dell’ispettorato del lavoro. Ma non è l’unica, serve anche una riforma sui centri per l’impiego perché in questo Paese è presente un problema di collocamento: se ci sono queste intermediazioni illegali di manodopera è perché dall’altra parte c’è un vuoto. I centri di collocamento, che erano nati per mettere in contatto l’offerta e la domanda in modo legale, sono stati smantellati, e adesso non funzionano più. Serve ripristinare un sistema legale d’incrocio tra l’offerta e la domanda di lavoro: è il momento per lo Stato di lavorare in modo costante e strutturale a questo problema, ne va del futuro del nostro Paese». 

Ha dei progetti in mente per aiutare a migliorare le condizioni di vita delle persone?

«Noi, come associazione NOCAP, continuiamo a lavorare tutti i giorni per far pressione e per ricordare allo Stato di non girarsi dall’altra parte, lo sentiamo come un dovere da cittadini. Ci auguriamo che tutti in Italia possano vivere il loro lavoro, vogliamo far crescere la consapevolezza nelle aziende e nei consumatori in modo da arrivare ad abbandonare l’illegalità e anche far capire ai supermercati che non vale usare la legge del più forte. La nostra è una battaglia senza sosta. Aggiungo anche che c’è un’altra emergenza, quella dei documenti: è giunto il momento che la politica metta da parte l’ideologia, la propaganda e che affronti il problema di chi è più vulnerabile e invisibile perché privo dei documenti necessari. Serve cambiare la legge sull’immigrazione, la Bossi-Fini, che è in vigore da oltre 15 anni e non ha prodotto gli effetti desiderati, serve una nuova riforma sull’immigrazione che consenta a chi sta in Italia di poter regolarizzare la sua situazione in modo da non essere ricattabile, cosa che invece permette questa legge». 

Ha scritto anche diversi libri su questa tematica…

«Sì esatto, ma non sono uno scrittore. Il primo libro, “Ama il tuo sogno” l’ho scritto nel 2012, dopo lo sciopero, proprio per richiamare l’attenzione sul fenomeno del caporalato che all’epoca non era ancora molto conosciuto. Poi, nel 2015, insieme a Leonardo Palmisano, ho scritto “Ghetto Italia” per raccontare la vergogna dei ghetti, luoghi indegni in cui sono obbligati a vivere i lavoratori stagionali. Sono due libri che penso abbiano contribuito ad attirare maggiormente l’attenzione su queste bruttissime realtà». 

I dati 

Quello del caporalato è un fenomeno che esiste in molti settori della nostra economia, ma quello su cui ha maggiore incidenza è senza dubbio quello agricolo a causa di alcune sue caratteristiche: si basa sulla stagionalità e quindi su rapporti di lavoro di breve durata. I dati del Tavolo caporalato nazionale indicano che questi periodi di tempo possono andare dalle 101 alle 150 giornate lavorative annuali. È poi uno dei settori con il più alto tasso di lavoro irregolare: il 24,2% nel 2018, un dato che comunque non include lavoratori stranieri che non hanno il permesso di soggiorno oppure che non sono iscritti all’anagrafe.

Questi dati fanno riferimento al numero di persone che sono considerate vittime di caporalato o di sfruttamento, secondo l’articolo 603 bis del codice penale, in alcuni settori produttivi. Provengono dall’attività di vigilanza effettuata nel 2020 (Openpolis su dati Ispettorato Nazionale del lavoro)

Secondo le ispezioni portate avanti dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro, i dati inerenti alle violazioni nei confronti dei dipendenti sarebbero di gran lunga maggiori nel settore agricolo  nel quale sono stati rilevati il maggior numero di illeciti per caporalato, con 865 casi nel 2020. Sotto, quello manifatturiero, quello del trasporto, e del magazzinaggio. Tra il 2009 e il 2011 la quantità di lavoratori extracomunitari si è alzata sempre di più, subendo poi un calo a partire dal 2015: tutti numeri che però prendono in considerazione esclusivamente gli individui residenti nel nostro Paese. Quelli extracomunitari senza permesso di soggiorno sono un numero veramente molto alto della categoria dei lavoratori agricoli, ed in particolare vengono sfruttati nella raccolta di verdura e frutta. 

Secondo i dati ISTAT-RCFL, i lavoratori stranieri hanno rappresentato il 10,1% degli occupati nel 2023. Le condizioni di fragilità, la scarsa conoscenza degli strumenti di tutela, l’inadeguata sistemazione abitativa o la distanza dai luoghi di lavoro, possono trasformare questi lavoratori in un potenziale bacino d’offerta per impieghi sottopagati e dequalificati. Quali sono i settori che occupano maggiormente? Circa un terzo è presente nei servizi pubblici e in quelli sociali; la loro presenza è molto alta anche nel settore ricettivo e della ristorazione (il 17,4% degli occupati circa arriva da un Paese diverso dall’Italia); nel settore primario (18% stranieri, 13,1% extra UE); e nell’edilizia. In ambito agricolo, edile e di cura della persona ci sono le maggiori quantità di irregolarità causate dal lavoro in nero che nel nostro Paese, secondo l’ISTAT, è in generale pari all’11,3%, ma arriva al 23,2% in ambito agricolo, e al 51,8% nel lavoro domestico. Soprattutto nel settore agricolo la presenza del caporalato è altissima e si verifica quando la distanza tra aziende agricole e persone in cerca di lavoro è molto ampia, e quando l’organizzazione del lavoro in squadre è piuttosto complicata. 

Lo sfruttamento e il caporalato sono diffusi tanto al sud quanto al nord del nostro Paese e sono presenti in diverse zone. Secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto, sono 405 le aree di questo tipo nel nostro paese, 129 posizionate al nord e 123 al sud. Sono invece meno nelle regioni del centro (82 aree) e nelle isole (71). Le regioni ad essere maggiormente colpite sono il Veneto, la Lombardia (particolarmente Brescia e Mantova), Emilia Romagna, Lazio (Latina), Toscana (Prato), Calabria, Sicilia e Puglia. 

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Il caso Satnam Singh 

Il 19 giugno, all’ospedale San Camillo di Roma, è deceduto Satnam Singh, il bracciante indiano che per due giorni consecutivi è stato abbandonato dal titolare di fronte alla sua abitazione in provincia di Latina. Lavorava in nero in un’azienda agricola, quel giorno, raccogliendo meloni, un macchinario gli ha tranciato un braccio e rotto le gambe. Davanti alla casa, insieme all’uomo morente, il titolare ha abbandonato, all’interno di una cassetta della frutta, anche il braccio mozzato. La morte, secondo l’autopsia, è stata provocata da un’emorragia: i risultati indicano quindi che Singh si sarebbe potuto salvare se i soccorsi fossero stati chiamati prima. Un’ora e mezza è infatti il tempo trascorso dal momento dell’incidente alla chiamata al 112. Il 31enne non aveva il permesso di soggiorno ed era soggetto a sfruttamento, insieme alla moglie, nell’azienda Lovato; oltre 12 ore di lavoro al giorno senza uno straccio di contratto. Erano più di cinque anni che l’azienda Lovato era sotto processo per caporalato perché usava manodopera straniera per pochi euro al giorno, senza ferie, né riposi, e con orari di lavoro superiori a quelli legali. 

Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha parlato di “atti disumani che non appartengono al popolo italiano”, ma a smentire questa dichiarazione è l’ultimo rapporto Agromafie e caporalato della Cgil che dice che un quarto di tutti i braccianti, ovvero 230 mila persone, sono soggetti a sfruttamento nelle campagne italiane. Anche il ministro dell’agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha parlato di un caso isolato dando la colpa ad un “criminale”, ma di nuovo, le inchieste per caporalato in Italia hanno dato prova di coinvolgere moltissime aziende. Il 22 giugno si è quindi verificato uno sciopero di due ore e mezza a Latina dove oltre 5.000 persone hanno protestato davanti alla procura per chiedere giustizia per il 31enne; tra loro, tanti braccianti che vengono sfruttati lavorando fino a 14 ore al giorno, con una paga che va da 3 a 4,5 euro all’ora. Una storia, quella di Satnam Singh, che fa venire in mente Jerry Masslo, bracciante sudafricano ucciso nel 1989 nelle campagne di Villa Literno (Caserta) mentre raccoglieva pomodori, anche lui in maniera irregolare. A seguito della sua morte, un movimento antirazzista si adoperò con grandi manifestazioni e riuscì ad ottenere l’approvazione della prima legge sull’immigrazione, la legge Martelli del 1990. 

Oggi in Italia, per via della legge sull’immigrazione Bossi-Fini, che è in vigore dal 2002, uno straniero che abita in territorio italiano non può ottenere il permesso di soggiorno per lavoro. La norma permette soltanto pochi ingressi regolari all’anno in base a un sistema di quote, che però non sono abbastanza per rispondere alle necessità del mercato del lavoro e che quindi dà vita ad irregolarità e sfruttamento.

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La protesta della Cgil a Latina dopo la morte di Satnam Singh (Marcello Valeri/ZUMA Press Wire)
Alcuni braccianti in protesta alla manifestazione contro il caporalato dopo la morte di Satnam Singh, Latina (ANSA/STRINGER)

E le ispezioni? 

Nel triennio 2019-2021, le ispezioni sui posti di lavoro sono state in media 101 mila all’anno: a dirlo sono i dati interni ai Rapporti annuali dell’Ispettorato nazionale del lavoro. L’obiettivo del Pnrr, da raggiungere entro dicembre, è aumentare il numero del 20%, il che significa arrivare a 121 mila l’anno nel triennio che stiamo vivendo, 2022-2024. Ma sta andando come previsto? No, il 2022 ha toccato solo 82 mila ispezioni, il 2023 addirittura 80 mila, numero bassissimo se si pensa che è lo stesso del 2020, anno della pandemia. Per riuscire quindi a raggiungere l’obiettivo prefissato dal Pnrr, a fine anno si dovrebbe arrivare a 200 mila ispezioni, moltiplicando quindi per 2,5 volte il livello dello scorso anno. È chiaro che si tratti di un dato praticamente irraggiungibile da toccare, non solo con l’aiuto dell’ispettorato e dell’Arma dei carabinieri, ma anche di Inail e Inps. Sarebbero poi da contare esclusivamente le “ispezioni definite”, concluse quindi con una multa oppure un’ingiunzione, e non quelle avviate. 

Dopo il caso Satnam Singh, è avvenuta la più grande operazione di vigilanza nel settore agricolo nell’arco di una sola giornata. A definirla così è stata Marina Calderone, il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali: «Stiamo attuando ciò che avevamo annunciato: saremo in tutte le campagne e utilizzeremo ogni strumento a disposizione affinché la sinergia tra i dati disponibili ci permetta di intervenire sulle irregolarità là dove sappiamo che ci sono situazioni gravi. Per questo, nel Decreto Agricoltura è stata inserita la previsione di un sistema informativo per il contrasto al caporalato, che ci consente di mettere in relazione le banche dati dei Ministeri del Lavoro e delle Politiche Sociali, dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare, di Inps, Inail, Inl, Istat, Agea. Così come l’istituzione della banca dati degli appalti privati in agricoltura e di un focus sulla rete agricola di qualità», ha dichiarato. L’attività si è svolta in collaborazione con il Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro e dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro nelle province di Cuneo, Rieti, Caltanissetta, Latina, Torino e L’Aquila. Impegnati sul campo 690 carabinieri del Comando Carabinieri per la Tutela del lavoro dell’Arma territoriale, e 550 ispettori dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro che hanno perlustrato 310 aziende agricole di cui il 66,45% è risultato irregolare; 216 lavoratori erano totalmente in nero sui 2051 impiegati; quasi uno su quattro cittadini extracomunitari erano irregolari; tra i 786 rintracciati durante le ispezioni, 308 sono risultati completamente in nero e 22 senza il permesso di soggiorno. Calderone ha continuato: «l’impegno è volto a impedire che accadano nuovamente fatti gravi come quello di Latina e questo può succedere solo se abbiamo la consapevolezza del nostro ruolo, funzione e obiettivi. È importante investire su azioni di contrasto, sulla prevenzione, sulla cultura della sicurezza così come siamo riusciti a fare con gli stanziamenti Inail nel bilancio di previsione 2024. Non si tratta di avanzi di amministrazione precedenti, ma consapevole allocazione di risorse correnti, all’interno del bilancio di un istituto che ha una vocazione ben precisa: tutelare gli infortunati sul lavoro ma ancora di più prevenire che gli infortuni avvengano». 

Dall’operazione sono scaturite sanzioni per 1,686 milioni di euro. Inoltre, 128 attività imprenditoriali sono state sospese con multe per 250.800 euro, di cui 60 per lavoro in nero e 51 per mancato rispetto delle regole di sicurezza. Sono stati poi sottoposti all’autorità giudiziaria 171 individui per attività di rilevanza penale; ci sono stati due provvedimenti di sequestro, e 382 prescrizioni impartite. A 10 persone è stato contestato il reato di caporalato.

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Sono state prese contromisure?

La morte di Satnam Singh ha portato il governo italiano a discutere di una nuova task force contro lo sfruttamento la quale sarà diretta dal ministero del Lavoro con la cooperazione dei ministeri dell’Interno e dell’Agricoltura e di Inail, Inps, Ispettorato del Lavoro. Al contrario di quello che potrebbe sembrare, non è una creazione dell’ultimo minuto perché era parte del piano di lotta al lavoro sommerso previsto dal Pnrr ed era stato comunicato lo scorso marzo con un decreto ministeriale. In cosa consiste? L’Inps gestirà delle banche dati per agevolare i controlli consentendo ad esempio retribuzioni, contratti, controllo tra numeri di permessi di soggiorno rilasciati per motivi di lavoro. Questi dati saranno chiari e condivisibili tra le differenti amministrazioni per avere un quadro più completo possibile. La sindacalista della Cgil, Samba Sarr, ha commentato: «Anche nel 2015, quando Paola Clemente è morta di fatica nei campi, si è tanto alzata la voce. Sul momento è nata anche la Legge 199 contro lo sfruttamento lavorativo ma il caporalato non si è mai fermato. Queste task force ci sono già, ma spesso manca personale. Eppure, anche se i controlli sono pochissimi, ogni volta che li fanno, da quello che ho potuto osservare, trovano qualcosa che non va. Ogni volta. Adesso il governo si è lanciato in questa nuova task force, vedremo, siamo qui che aspettiamo. Anche l’anno scorso hanno assunti dei nuovi ispettori, ma poi non li hanno mai formati», ha concluso.

di: Alice GEMMA

FOTO: ANSA/FRANCO CAUTILLO