di Flavia DELL’ERTOLE e Alice GEMMA

Nel caos internazionale le sfide degli eserciti europei sono sempre più complicate. Mentre una proposta arriva dalla Danimarca, qual è lo stato di salute delle forze italiane?

I venti di guerra soffiano ogni giorno con più forza e sorge spontaneo domandarsi quale sia lo stato di salute dell’Esercito Italiano, di chi dovrebbe proteggere la popolazione se quel vento arrivasse ancora più vicino ma anche quali novità interessano gli eserciti dell’Unione. Ne abbiamo parlato con Antonino Duca, Segretario Generale del Sindacato Autonomo dei Militari – SAM.

Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente negli ultimi anni hanno fatto percepire nuovamente forte in Italia e in Europa il pericolo di una guerra vicina. Secondo chi l’Esercito lo è, lo vive, qual è lo stato di salute dell’Esercito Italiano?
«Per rispondere mi permetto di citare il Ministro della Difesa Guido Crosetto il quale, alcune settimane fa, in una nota trasmissione televisiva, alla domanda “siamo a un livello della difesa accettabile” ha risposto con un secco: “no”. Alle indignazioni per questa risposta il Ministro ha replicato spiegando quello che anche il SAM dice da sempre in ogni sede, istituzionale e non: c’è bisogno di un impegno serio nei confronti della Difesa. Le nostre Forze Armate e il nostro Esercito sono costantemente pronti, composti da donne e uomini abituati a lavorare in qualunque condizione, indipendente dalle attenzioni rivolte da parte delle istituzioni, della politica o dell’opinione pubblica; indipendente dalle risorse finanziarie e dagli strumenti forniti. In questo periodo storico serve però fare di più e l’Italia non può permettersi di avere una difesa basata principalmente sulla buona volontà di chi la compone. Ad esempio, come si può vedere dal Rapporto Esercito 2023 consultabile online, l’Esercito impiega circa 5.000 unità personale in attività operative internazionali, altre 6.800 in attività operativa nazionale (l’operazione “Strade Sicure”), dunque mentre stiamo parlando solo per l’Esercito vi sono 11.800 uomini e donne in attività operativa oltre a 6.500 in prontezza di cui 1.000 per le pubbliche calamità. Lo stato di salute dell’Esercito risente di una sempre più anacronistica compressione dei volumi organici determinata dalla Legge 244/2012 e momentaneamente procrastinata dalla legge 119/2022: tale compressione deve necessariamente essere superata. Per essere chiari: a quelle 11.800 unità impiegate tra operazioni nazionali e internazionali generalmente in due turni di 6 mesi ciascuno, bisogna aggiungere le aliquote che durante quel turno sono in approntamento e a riposo. In pratica, e facendo un conto alla spicciola, quel numero deve essere moltiplicato per 6. Ciò significa che intorno alle attività operative girano circa 70.800 unità di personale l’anno e a questo numero bisogna aggiungere il personale in prontezza. Con una consistenza organica dell’Esercito al 31 dicembre 2023 che non passa le 94.000 unità, compresi gli allievi delle scuole, il risultato evidenzia un sistema che può creare criticità addestrativa e dimezza il riposo dei colleghi».

Negli ultimi anni il finanziamento della Difesa è aumentato, ma è sufficiente questo a garantire una buona salute del comparto militare italiano?
«Assolutamente no, ancora oggi vi sono serie questioni che devono essere affrontate, serve investire nella Difesa e nell’Esercito. Serve investire in primis sul sistema d’arma più importante dell’Esercito ossia l’uomo, sul suo benessere, sul suo addestramento e sulla sua sicurezza. Il benessere del soldato non deve essere sottovalutato, per fare quelle attività citate chi ne risente di più è la famiglia di quel militare. Famiglia che deve necessariamente affrontare le avversità quotidiane costantemente con un padre o una madre impiegati a latitudini che non permettono alcun supporto della famiglia d’origine. In pratica, la famiglia militare ha il doppio dei problemi dettati dal quotidiano. Il numero di separazioni e divorzi nelle forze armate è la cartina tornasole di questo disagio. C’è un serio bisogno di una politica del welfare attagliata alla specificità militare. Investire su alloggi, asili, scuole e anche sul partner che per seguire la divisa del coniuge deve necessariamente lasciare la propria attività lavorativa».

Data la situazione mondiale il dibattito si concentra anche su una forza comunitaria, un progetto che vede un primo tentativo – l’allora Comunità europea di difesa – non andato a buon fine, già nel 1952.

Come giudica l’Esercito europeo? Il motto dell’UE è “unita nella diversità”, un progetto come quello di una forza comune ha buone possibilità di riuscita?
«Premesso che ad oggi non esiste un esercito comune inteso come forza militare unificata sotto un comando, l’Unione favorisce e promuove la cooperazione tra gli eserciti nazionali. Vi sono stati in questi anni esperimenti cooperativi e programmi ben definiti, e nel 2022 con l’approvazione dello Strategic Compass vi è un preciso impegno nel rafforzare la politica di sicurezza e di difesa entro il 2030. Il piano prevede la creazione e l’operatività, a partire dal 2025, di una Rapid Deployment Capacity, ossia una capacità di dispiegamento rapido composta da cinquemila soldati che consentirà di mobilitare forze operative in base alle esigenze specifiche, realizzare operazioni di peacekeeping e prevenzione dei conflitti, svolgere missioni umanitarie o evacuare civili. Questi provvedimenti in materia di politica di difesa comune hanno però bisogno del consenso di tutti gli Stati membri per attivarsi. Ritengo che il tema sia piuttosto attuale ma necessita di una visione realistica e politicamente perseguibile».

La Danimarca, come anche Norvegia e Svezia, ha annunciato la coscrizione femminile, come valuta questa scelta? Secondo Lei potrebbe essere seguita da altri Paesi dell’Unione o dall’Italia dove in diverse occasioni il dibattito politico è tornato a discutere di servizio di leva obbligatoria?
«È indubbio che, qualora ci fosse una scelta politica di questo tipo nel nostro Paese, questa riguarderebbe anche le donne. Escludo però che accada una cosa simile in quanto allo stato dell’arte l’introduzione della leva obbligatoria a scapito dell’attuale sistema professionale comporterebbe un decadimento della capacità operativa oggi altamente specializzata, oltre che una spesa per lo Stato non di poco conto. È un’idea che nasconde la crisi degli arruolamenti e l’invecchiamento del personale. Abbiamo bisogno, invece, di trovare una soluzione atta a invertire il trend attuale che vede le nostre forze armate con una media anagrafica non proprio confortante. Servono strumenti che permettano un dinamismo nel ricambio generazionale in entrata ed in uscita. Obbligare un cittadino ad indossare un uniforme oppure arruolarlo con la promessa di una cittadinanza non è la soluzione».

Quella della leva obbligatoria è una pratica ormai perlopiù in disuso e attualmente è attiva solo in 8 Paesi dell’Unione europea: Danimarca, Svezia, Cipro, Finlandia, Estonia, Lituania, Austria e Grecia. Un onere che vede però coinvolti solo i cittadini di sesso maschile, tranne che in Svezia dove invece interessa anche le donne. Esistono poi alcuni Paesi in cui la leva è volontaria ma può diventare obbligatoria solo davanti alla minaccia diretta alla sicurezza e all’integrità territoriale di una determinata nazione. È il caso di Francia, Belgio, Ungheria, Repubblica Ceca, Irlanda e Romania, luoghi nei quali la perentorietà non è mai esistita. Nei restanti Paesi dell’Unione la leva obbligatoria è stata revocata dal 1992 al 2011, soltanto in Lussemburgo era stata già soppressa dal 1967.

Per la Danimarca, però, le cose potrebbero cambiare. Non molto tempo fa, infatti, Mette Frederiksen, la prima ministra danese socialdemocratica, ha proposto un disegno governativo che preannuncia l’introduzione di un arruolamento obbligatorio anche per il sesso femminile. Un piano, sostenuto anche dai Moderati e dal Partito Liberale di centrodestra, il cui scopo sarebbe quello di rafforzare l’esercito per contrastare una situazione politica internazionale sempre più precaria e di costituire un grande passo verso la parità di genere. L’approvazione di questa legge trasformerebbe la Danimarca nel terzo Paese europeo a possedere il servizio militare obbligatorio anche per le donne insieme a Norvegia (non Stato membro) e Svezia, Paesi che la introdussero nel 2017 per reagire alle minacce russe. Oggigiorno, il Paese ospita 9mila soldati professionisti ai quali si aggiungono i riservisti e 4.700 individui, tra ragazze e ragazzi, che ogni anno “fanno il militare” (compresi i volontari). Lo scopo del governo danese è quindi chiaro: arrivare a 5.000 arruolati grazie alla coscrizione obbligatoria per le donne. Il reclutamento prevederà poi anche un’estensione del servizio di leva dagli attuali quattro a 11 mesi. Si tratta quindi di una misura che vedrà il governo fare un investimento di 6 miliardi di dollari per adempiere totalmente alle richieste della NATO che invita tutti i Paesi membri dell’Alleanza a riservare il 2% del PIL alle spese militari, numero che attualmente la Danimarca non soddisfa (1,4%). Una legge che per essere definitivamente approvata (si pensa nel 2026) dovrà essere preceduta dalla discussione di un disegno di legge nel 2025.

«Non ci stiamo riarmando perché vogliamo la guerra, distruzione o sofferenze – ha detto Frederiksen,- ci stiamo riarmando perché vogliamo evitarle, in un contesto in cui l’ordine internazionale è messo alla prova». La Danimarca è tra i sostenitori più attivi dell’Ucraina nell’ambito del conflitto iniziato ufficialmente nel febbraio del 2022, ed è anche il Paese che recentemente le ha garantito tutta l’artiglieria che possiede per aiutarla nella guerra contro i russi. Ad intervenire sull’argomento, quindi, è stato anche il ministro degli Esteri danese, Lars Løkke Rasmussen: «la Russia al momento non è una minaccia per la Danimarca, ma non vogliamo arrivare al punto in cui può diventarlo».

E in Italia cosa sta succedendo? Anche il Governo Meloni torna a parlare di leva militare e lo fa riesumando la “mini naja”, disegno di legge che prevede 40 giorni di servizio militare volontario: una mozione esistente dal 2010 ma utilizzata poco e quindi eliminata dalle spese dello Stato italiano. Nessun obbligo di arruolamento, quindi, ma neanche un piano concreto su cui lavorare. Certamente una teoria, quella di Giorgia Meloni, la quale parla di “ipotesi volontaria” alternativa al servizio civile. Ma cosa succederebbe se il nostro Paese si trovasse sotto attacco? Al momento, per fortuna, non si corre nessun rischio ma di fronte al contesto mondiale in cui ci troviamo, sarebbe bene esserne a conoscenza.