Le prossime elezioni europee sperimenteranno nuove procedure, mentre un più ampio processo democratico di revisione dei meccanismi di voto è già in corso. Come cambiano le nostre regole democratiche?

Dal 6 al 9 giugno nel Vecchio Continente andrà in scena la più grande elezione transfrontaliera del mondo, con 359 milioni di cittadini chiamati a eleggere 720 rappresentanti del Parlamento europeo, 15 in più rispetto al 2019. Un voto che si inserisce nel più denso anno elettorale della storia, il 2024, quando eserciteranno il loro diritto di voto due miliardi di persone in 50 Paesi di tutto il mondo. Il leitmotiv incessante secondo cui “c’è in ballo il futuro dell’Europa” (e della politica mondiale) non è quindi mero sensazionalismo. Anche per questo i meccanismi elettivi dell’Unione, spesso percepiti come cavilli procedurali, roba da libri di testo, orpelli giuridici superflui per mettere l’ennesima croce, riguardano invece il cuore pulsante della nostra democrazia. Conoscere le regole del nostro vivere comune e afferrarne le conseguenze pratiche e politiche è di fatto l’unico modo che abbiamo per perseguire l’idealismo visionario che il nostro voto conti davvero qualcosa.

Il dibattito sui meccanismi elettivi dell’UE ruota attorno a tre macrotemi, lo ripetiamo, più concreti di quanto si possa pensare: il requisito anagrafico, la costituzione di liste transfrontaliere e il voto per corrispondenza. È riflettendo su questi temi aperti che nel maggio 2022 il Parlamento europeo ha avanzato una proposta per armonizzare le regole del gioco per tutti, sostituendo 27 elezioni cumulative con una sola, grande, votazione continentale. L’ambizioso obiettivo interviene direttamente sulla procedura elettorale “allo scopo di sviluppare, concretamente, una sfera pubblica europea”. La proposta, ancora al vaglio del Consiglio che deve approvarla all’unanimità e dei singoli Stati membri chiamati ad attuare poi le riforme, ha sforato l’obiettivo del 2024 e riguarderà, ormai, la prossima tornata nel 2028.

Il requisito anagrafico per accedere al voto è determinato a livello nazionale dalle rispettive legislazioni. Nel 2019 dei Paesi UE con bicameralismo come l’Italia solo l’Austria ammetteva un’età minima per votare inferiore di 18, a quota 16. Oggi le cose sono molto cambiate, con il voto a 16 anni esteso anche in Belgio, Germania e Malta. Oltre alla Grecia, dove si vota a 17 anni, nel resto degli Stati membri l’età è fissata a 18, ma il trend europeo è chiaro e segue i vari dibattiti nazionali sul tema. Quella dell’abbassamento dell’età richiesta per il voto è un’istanza centripeta, con pressioni sia dal basso sia dall’alto. Ci basta pensare che, secondo un recente rapporto IEA Iccs condotto fra studenti italiani di 14 anni, il 92% dei giovani si sente orgoglioso di essere membro dell’UE, e il 74% di loro si identifica come cittadino europeo prima ancora che cittadino del mondo. Ebbene, quando ci si riempie la bocca di promesse e speranze per le nuove generazioni, oltre che di coesione sociale, non sarebbe coerente almeno coinvolgerli nei piani loro dedicati? Non sarebbe più lungimirante, anziché costruire un’Europa “per” le nuove generazioni, progettarne una “insieme” ad esse? A tal proposito la proposta del PE sostiene chiaramente l’opportunità di “introdurre in tutta l’Unione un’unica età minima armonizzata” da fissare a 16 anni per votare, 18 per candidarsi. Le ragioni in favore di un’estensione del voto ai più giovani, come sostiene lo stesso PE, sono molteplici a partire dal fatto che “i 16enni e 17enni hanno già delle responsabilità all’interno della società, ma nessun diritto di voto”. La riforma vuole anche scongiurare la “crescente marginalizzazione dei più giovani nel processo politico, che rischia di essere dominato da temi di interesse esclusi”, favorendo un maggior ricambio generazionale (anche) della classe politica. La speranza dichiarata è che una riforma in tal senso possa fare da apripista ad un’estensione nazionale del voto ai 16enni, in ossequio ad un patto generazionale mai del tutto rispettato. Farebbe da scuola, perlomeno in quanto a senso civico, la legge elettorale brasiliana per cui il voto è obbligatorio dai 18 ai 70 anni, mentre dai 16 ai 18 e dai 70 in poi è permesso ma facoltativo.

Nell’ottica di armonizzare ulteriormente i processi elettivi, da tempo si discute animatamente sulla necessità di istituire una circoscrizione a livello dell’Unione, adottando liste transnazionali. Nello specifico, nell’ottobre del 2023 il PE ha implementato la sua proposta con una circoscrizione transnazionale per eleggere 28 eurodeputati. In base a questo nuovo impianto, ogni elettore potrà attribuire due voti, il primo per un deputato del proprio collegio elettorale nazionale, il secondo all’interno di una lista paneuropea. I candidati di quest’ultima andranno inoltre stabiliti non dai Partiti nazionali ma da quelli europei. Un elemento di novità assoluta che il Consiglio si è finora mostrato indisposto ad accogliere. «Sarebbe ingiustificabile […] che il Consiglio ignorasse una delle uniche proposte dove il Parlamento ha il diritto di iniziativa legislativa, e che non riguarda alcuna politica» avverte l’eurodeputato e correlatore del dossier Sandro Gozi (Renew Europe), non per niente l’unico parlamentare non eletto nel suo Paese di origine e bensì in Francia, nella lista Renaissance del presidente Emmanuel Macron. L’idea, comunque, non è originale ed è in circolo almeno dagli anni Novanta, sostenuta (fra gli altri) anche dai radicali Marco Pannella ed Emma Bonino. Gozi rivendica in questo modo la possibilità di “incarnare l’idea di una politica transnazionale che risponda alle aspettative e alle aspirazioni del nostro elettorato”, spiccatamente europeista nel suo caso. «Io – aggiunge – spero di aver aperto una breccia, che il mio caso non resti isolato e diventi la norma anziché l’’eccezione». Le critiche, che provengono soprattutto dagli Stati più nazionalisti ma anche dalle Nazioni più piccole, preoccupate di perdere rilevanza, riguardano soprattutto uno “svuotamento del concetto di rappresentanza” con gli eletti territorialmente svincolati dagli elettori. Girando la medaglia, il fatto che la propria rielezione sia vincolata al proprio Stato di appartenenza potrebbe spingere i MEPs “ad operare secondo logiche nazionali” anziché focalizzarsi su “questioni di reale interesse comune”, risponde Gozi. Il dibattito è ormai rimandato alla prossima legislazione che avrà anche il compito di coinvolgere, su questo, anche l’opinione pubblica europea.

Una terza riforma ha invece già trovato parziale attuazione, perlomeno in Italia, e riguarda il voto per corrispondenza. Il Governo ha infatti adottato in via sperimentale la possibilità di voto a distanza per tutti gli studenti fuori sede da almeno tre mesi. Lungi dall’essere una riforma compiuta (restano infatti esclusi i lavoratori fuorisede e chi si trova in un altro domicilio per motivi di salute), è comunque un piccolo passo verso una necessaria e non più rimandabile apertura al Terzo Millennio. In alternativa, sarebbe buona decenza astenersi dall’ipocrita dibattito su basse affluenze e crisi della partecipazione.

Abbiamo fin qui parlato di tre temi: ci sarebbe, per la verità, un quarto nodo cruciale di cui però si parla sempre con massima cautela. È l’idea, sostenuta dal PE, che “tutti gli elettori europei dovrebbero poter votare il loro candidato preferito alla carica di presidente della Commissione”. Una svolta in salsa presidenzialista, che rincorre però una legittima fame di accountability e che inchioda i partiti europei ad una certa coerenza politica. L’Europa, come la democrazia, non è mai perfetta, ma è sempre perfettibile.

BOX – Età in Italia: a quando il voto ai minorenni?

In Italia la discussione sull’abbassamento dell’età richiesta per votare si sviluppa fin dagli anni Ottanta con diverse ipotesi passate al vaglio dal legislatore: già nel 1985 la cd. Commissione Bozzi auspicava l’equiparazione del requisito anagrafico fra Camera (18 anni per votare) e Senato (in origine 25 anni). La Commissione D’Alema del 1997 andava ancora oltre, abbassando anche l’età richiesta per farsi eleggere. Nel 2005 fu però il popolo a bocciare il referendum che interveniva sui limiti anagrafici, data la spinosità delle altre riforme inglobate nella proposta. Di nuovo, nel 2011 la commissione Affari costituzionali della Camera approvava un disegno di legge costituzionale per equiparare l’età dell’esercizio di voto attivo e quella di voto passivo, in una più ampia riforma della Costituzione che contemplava l’inserimento nella Carta dei principi di valorizzazione del merito e di partecipazione attiva dei giovani (il cosiddetto articolo 31-bis). Il tutto finì nel nulla con la celeberrima caduta del Governo Berlusconi IV. Ci fu poi un altro referendum fallito, quello del Governo Renzi, che non modificava le disposizioni anagrafiche della Camera ma interveniva drasticamente su quelle del Senato, abbassando elettorato attivo e passivo a 18 anni. Infine, nel 2021, si approda a una riforma “gentile” che chiude il cerchio tornando al primo modello Bozzi ed estendendo il diritto di voto per il Senato anche ai 18enni.