La nuova leadership politica del Giappone crolla sotto il peso dello scandalo sui fondi illeciti, scommessa persa per Ishiba

L’uragano politico che ha colpito il Giappone sorprende non tanto su scala internazionale – viviamo d’altronde un momento storico caratterizzato proprio da una instabilità fortissima – quanto su scala nazionale. Il Governo del Paese non ha traballato per quasi 12 anni, con il partito conservatore Liberal Democratico (PLD) ben piantato in Parlamento, ma governava di fatto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, con due brevissime eccezioni: la parentesi del 1993-1996 e quella del 2009-2012 appunto. L’ultima tornata elettorale che si è tenuta domenica 27 ottobre ha avuto pertanto la potenza di un tornado: il primo ministro Shigeru Ishiba, che era stato nominato capo del Governo lo scorso primo ottobre in seguito alle primarie interne al PLD dopo le dimissioni del suo predecessore, Fumio Kishida, si trova davanti al fatto incontestabile di non aver più la maggioranza in Parlamento. L’alleanza storica con il piccolo partito buddista Komeito non è bastata e Ishiba – eletto segretario del PLD e pertanto divenuto automaticamente primo ministro come vuole la tradizione nipponica – paga la sua decisione di aver indetto nuove elezioni molto rapidamente invece di rimanere alla guida del Paese fino alla scadenza naturale della legislatura, alla fine del 2025. 

I giornali di Tokyo dopo la sconfitta alle elezioni di Ishiba. ANSA/© Zhang Xiaoyu/Xinhua via ZUMA Press

La motivazione di queste elezioni premature è da ricercarsi negli scandali che hanno colpito il partito, costretto Kishida alle dimissioni e messo a dura prova la legittimità della leadership del suo successore: quelli sui presunti fondi raccolti in maniera illecita e irregolare che hanno coinvolto il PLD e causato una frattura importante nel rapporto di fiducia tra i cittadini e il Governo stesso. Per i conservatori si è trattato del peggior scandalo degli ultimi decenni: la procura giapponese ha reso pubblica nel novembre dello scorso anno un’indagine sulla corrente Seiwakai, la cosiddetta “corrente Abe”, la più influente del PLD; il sospetto era che molti membri del gruppo – soprattutto persone vicine all’ex primo ministro giapponese Shinzo Abe, ucciso nel luglio 2022 – avrebbero evaso circa 500 milioni di yen (3,2 milioni di euro più o meno) ottenuti nel quinquennio precedente negli eventi di raccolta fondi del partito. È facile immaginare dunque che il risultato delle elezioni sia legato al rifiuto dei cittadini di legittimare un Governo composto dallo stesso partito che si è apparentemente “macchiato” di una truffa così importante. 

Shinzo Abe. ANSA

Difficile è stabilire cosa potrebbe succedere adesso. Il maggior numero di voti è stato conquistato dal Partito Costituzionale Democratico (CDP) guidato dall’ex premier Noda, con 148 seggi. L’LDP è passato da 247 a 191 seggi, Komeito da 32 è sceso a 24. L’opposizione pertanto va a un totale di 288 seggi, mentre l’alleanza di Governo si ferma a 215. Tuttavia Ishiba ha dichiarato di non volersi dimettere: ha riconosciuto “la sfiducia” e “la rabbia” degli elettori ma ha dichiarato di non voler lasciare il suo posto per “evitare un vuoto politico”. Secondo il premier quel che serve ora al Paese è una serie di “riforme fondamentali”: «il fattore più importante della sconfitta è il sospetto, la sfiducia e la rabbia che non si sono attenuati sul problema dei finanziamenti e della politica. Voglio compiere il mio dovere, che è proteggere la vita delle persone e proteggere il Giappone». A dimettersi è stato invece il responsabile delle elezioni all’interno del PLD, Shinjiro Koizumi. Ma governare senza maggioranza è difficile e Ishiba potrebbe non farcela: potrebbe avere difficoltà a far approvare i suoi testi tanto quanto a cercare nuovi partner di coalizione; d’altra parte all’opposizione appunto ci sono i partiti progressisti che però sono frammentati e dovrebbero riuscire ad accordarsi tra loro per ottenere un numero di seggi sufficienti a determinare un cambio di passo del Governo. Un ruolo centrale potrebbero giocarlo i partiti “jolly” come il Partito Democratico per il Popolo, centrista, che chiede un abbassamento delle tasse e che è passato con questa ultima tornata elettorale da 7 seggi a 26. Oppure il partito dell’Innovazione, populista e antisistema che ha basato tutta la sua campagna elettorale sulla lotta alla corruzione politica e che ha più di 30 seggi. Ma è indubbio che allargando la coalizione PLD e Komeito perderebbero una centralità che fino a oggi è stata fondamentale per la stabilità del Governo, e non è nemmeno detto che Ishiba riuscirebbe in questo modo a rimanere primo ministro. 

Per fare chiarezza sulla situazione politica giapponese, del tutto inedita, abbiamo parlato con il dottor Marco Zappa, professore associato di Studi Giapponesi al dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa mediterranea all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Dottor Zappa, in Giappone si è verificato un vero e proprio terremoto politico. Cosa possiamo aspettarci adesso?

«La prossima sarà una fase interlocutoria, fondamentalmente: da questo momento in avanti i principali attori politici – i leader dei due maggiori partiti, il primo ministro uscente e il leader del partito democratico costituzionale – hanno 30 giorni per sondare le varie possibilità di formazione di un Governo di coalizione che possa permettere al prossimo esecutivo di avere la maggioranza nella Camera Bassa del parlamento. È prevedibile che le prime mosse saranno fatte dall’attuale primo ministro, Ishiba, e possiamo ipotizzare che ci saranno dei cambiamenti nell’attuale assetto di maggioranza perché appunto il PLD e il suo alleato di coalizione, espressione politica di un movimento buddista laico, non hanno sufficienti seggi per garantirsi una maggioranza assoluta. Questo pone evidentemente dei limiti anche sulla conferma dell’incarico del primo ministro, ci potrebbero essere problemi sul passaggio di iniziative di leggi».

In Giappone il Governo era stabile da moltissimo tempo. Secondo Lei questo cambio di rotta è dovuto unicamente alla sfiducia per via dello scandalo o è sintomo di un’insoddisfazione che ha matrice più ampia?

«Io tendo un po’ a ridimensionare questa narrazione sul “cambiamento epocale”. Sicuramente, il dato inconfutabile è che il PLD dopo più o meno 12 anni di potere sostanzialmente incontrastato si ritrova in una situazione in cui ha di fronte a sé un’opposizione forte o quantomeno più forte rispetto al decennio precedente. Di conseguenza bisognerà probabilmente allargare il campo, questo sì, ma bisogna tener conto che il partito liberal democratico – dominante negli affari politici giapponesi dal 1955, quando è stato fondato – è ancora il primo partito in parlamento e ha un considerevole distacco dagli altri. Detto ciò il risultato elettorale è legato, almeno dalla mia prospettiva, indissolubilmente allo scandalo delle frodi». 

Come ci racconta il dottor Zappa, alla fine dell’anno scorso sono emerse rivelazioni circa i soldi che decine di politici del partito liberal democratico si sarebbero “intascati esentasse per attività politica mai rendicontate” spendendo quindi soldi offerti dai finanziatori e da sostenitori a vario titolo del partito, usandoli in maniera “non trasparente”.  

«È sicuramente un fattore che ha influito sulle elezioni. Bisogna anche tener conto però che lo scandalo arriva dopo una serie di rivelazioni riguardanti legami che decine se non centinaia di esponenti del partito intrattenevano con la Chiesa dell’Unificazione, una nuova setta religiosa con cui lo stesso ex primo ministro Shinzo Abe aveva dei legami, dei rapporti accertati». Zappa ci spiega che il legame con questa nuova setta è anche alla base dello stesso omicidio Abe: l’omicida, a sua ammissione, veniva da una storia familiare difficile molto condizionata da questa chiesa. La madre era stata “traviata” e “costretta a investire molti dei suoi risparmi nell’assetto dell’organizzazione”. «Va da sé perciò che i legami poco trasparenti con questa setta e gli scandali di corruzione, il tutto combinato a una sfiducia latente che fa da substrato all’insoddisfazione generale dell’opinione pubblica giapponese, spiegano come mai i cittadini siano stati così severi alle urne». 

Il tutto va a unirsi a una situazione economica non facile. 

«Esatto. Il Giappone vive un momento di contrazione dell’economia, segnato dall’aumento dei prezzi per via di un picco di inflazione. Il Governo precedente è stato percepito come scarsamente efficace da questo punto di vista: la stagnazione economica è persistente e i giapponesi devono fare i conti con la minaccia di un aumento di tasse per finanziare la spesa pubblica. Inoltre è prevedibile che aumenteranno anche le spese per la Difesa, come annunciato dal Governo alla fine del 2022. Il caro vita è galoppante e il reddito pro capite del Paese è scivolato indietro bruscamente, oggi è uno dei più bassi dell’area G7».

Se Ishiba non avesse indetto le elezioni sarebbe riuscito ad arrivare fino a fine legislatura, a Suo parere? La sua è stata una scommessa azzardata?

«Probabilmente sì, sarebbe arrivato a fine legislatura: ma comunque era dietro l’angolo, il mandato del precedente Governo, che era uscito dalle elezioni nell’autunno del 2021, scadeva alla fine del 2025. Certo è che avrebbe potuto governare un anno e quindi avrebbe avuto 12 mesi per costruire una nuova credibilità rispetto alla sua figura e alla sua leadership, ma non è affatto detto che il risultato sarebbe stato diverso». 

L’ex primo ministro giapponese Fumio Kishida. EPA/YONHAP SOUTH KOREA OUT

Ishiba è rimasto a lungo ai margini della scena politica nipponica, eppure ne fa parte da moltissimo tempo. Come ha influito il suo “personaggio” sul risultato elettorale?

«Ishiba gode di un certo apprezzamento a livello popolare, benché questo non si sia tramutato in un vero e proprio traino per il suo partito. Però preso individualmente è una figura abbastanza popolare. Prima di decidere di candidarsi come presidente è stato ospite in varie trasmissioni nel prime time dedicato all’attualità politica in tv e anche sui nuovi canali online, che sono molto popolari in Giappone, e ha avuto modo di presentare la sua visione e la sua prospettiva sugli scandali che avevano sconvolto la politica, facendosi apprezzare dalle persone. Di fatto per un periodo è stato meglio visto dagli elettori che dai suoi stessi colleghi!»

La sua elezione alla guida del partito è stata considerata più che altro una reazione “contro” l’altra candidata, Takaichi, “erede politica” di Abe secondo molti. Se alle primarie si fosse fatta una scelta diversa, le elezioni avrebbero avuto un risultato differente secondo Lei? «Non credo. Il voto dei giapponesi è stato un voto di protesta contro il partito liberal democratico, non contro il singolo candidato alla leadership. Anzi, ritengo che Ishiba sia relativamente più popolare di Takaichi, considerata una estremista benché la piattaforma politica in cui si muove sia la stessa di Abe, di cui secondo molti, me compreso, lei è la vera erede ideologica. È sicuramente quella che rappresenta maggiormente gli interessi delle fazioni più conservatrici ed estremiste, soprattutto su temi come i rapporti con la Cina. Insomma, è la rappresentante della parte ultra-conservatrice dei falchi del partito liberal democratico. Non credo perciò che sarebbe cambiato il risultato finale, anzi. Ishiba ha goduto di una certa popolarità ed è molto radicato nella sua prefettura di origine, una delle aree più remote e povere dell’arcipelago giapponese, dove infatti ha trionfato ed è stato confermato come deputato proprio alle elezioni di domenica. Ha costruito la sua carriera politica sull’importanza di promuovere uno sviluppo che sia il più possibile omogeneo tra grandi aree metropolitane e aree di provincia rurali ed è erede di una cultura molto importante per la storia politica contemporanea del Giappone, una sorta di populismo vicino all’elettorato e meno elitario rispetto alle grandi frange che sono state dominanti nella storia del PLD».

Sanae Takaichi, erede politica e ideologica di Shinzo Abe. EPA/HIRO KOMAE / POOL

A livello di politica internazionale, che ruolo possiamo aspettarci che rivestirà il “nuovo” Giappone nei dossier “caldi”, dall’Ucraina a Taiwan fino al Medio Oriente? 

«In Medio Oriente il Giappone ha sempre cercato di rimanere un attore equidistante, perché ha interesse che ci sia stabilità per favorire ovviamente gli scambi commerciali. L’interesse in questo senso è meramente strumentale, economico. Per l’Ucraina il discorso è diverso perché la Russia è un Paese con cui il Giappone ha cercato già sotto l’amministrazione Abe di arrivare al tavolo delle trattative per alcune questioni territoriali irrisolte, soprattutto per un gruppo di isolette a nord di Hokkaidō su cui rivendica la sovranità. Ha interesse quindi a tenere sotto controllo ed eventualmente a contenere eventuali “colpi di testa” di Mosca sul fronte del Pacifico. C’è anche da dire che la collaborazione con le forze Usa è più marcata di un tempo e questo influisce molto sui “dossier” di Taiwan e delle due Coree. Se dovessero scoppiare dei conflitti più estesi le forze di autodifesa del Giappone sarebbero chiamate a intervenire in supporto degli Stati Uniti».  

Un incontro tra Fumio Kishida e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. ANSA

In effetti quest’ultimo punto evidenziato dal dottor Zappa ci riporta all’inizio e chiude il cerchio: l’esito delle elezioni americane influenza moltissimo la politica nipponica e il fatto che si sia votato in modo così imprevedibilmente ravvicinato ha avuto probabilmente un’importanza che di primo acchito è stata sottovalutata. 

di: Micaela FERRARO

FOTO: ANSA