Scoprire la Via della Seta: un percorso tra arte e natura, tra passato e presente, tra vecchio e nuovo. Un viaggio inconsueto che apre gli occhi e nutre l’anima di bellezza
Percorrere oggi la Via della Seta vuol dire accettare di perdere la presa sulla realtà quell’istante che basta per immergersi in un mondo sospeso nel tempo: posare i piedi sulle strade che hanno accolto mercanti, commercianti, cercatori di tesori e persone comuni per oltre 1.500 anni, aprire gli occhi su alcuni dei paesaggi più formidabili del mondo accettandoli come spettatori silenti di un’umanità che cambia senza cambiare mai, allenare l’orecchio a cogliere il fruscio del tempo che scorre, lambisce quelli che oggi sono stati nominati siti Patrimonio dell’Umanità UNESCO e che affascinano noi come hanno affascinato migliaia di altre persone prima e come affascineranno migliaia di altre persone dopo, in un eterno ritorno che ci rende parte di un tutto. Un tutto che andrebbe tutelato di più.
La Via della Seta non è, per la verità, una vera e propria strada né un singolo percorso – tanto che alcuni preferiscono parlare di “vie” della seta, un plurale che meglio riflette i percorsi vari e molteplici che i mercati intraprendevano – ma deve il suo nome al geografo e viaggiatore tedesco Ferdinand von Richthofen, che nel 1877 d.C. usò questo termine all’interno della sua opera Tagebücher aus China per descrivere il percorso di merci così trafficato tra Europa e Asia orientale. Con il tempo “Via della Seta” è diventata anche una metafora per lo scambio di beni e idee tra diverse culture, ma quando è nata indicava quel percorso che si estendeva per circa 6.437 chilometri dalla città di Chang’an (ora Xi’an), antica capitale della Cina, fino a Valencia, in Spagna, punto più occidentale della rotta. Un percorso che passa attraverso luoghi incredibili come il deserto del Gobi e i monti Pamir e lungo il quale si possono ancora vedere i resti delle grandi locande chiamate caravanserragli che venivano fondate per ospitare i mercanti in viaggio di notte, giacché le strade erano tendenzialmente in pessime condizioni e i ladri non mancavano.

L’importanza della Via della Seta nei libri di storia – e in quelli di economia – è assodata: ma oggi questo percorso è anche un’importante meta turistica, che attrae tutti quei viaggiatori stanchi delle mete canoniche e curiosi di immergersi in paesaggi, culture e tradizioni diverse. Dal 2014 l’UNESCO ha incluso – come accennavamo – nella sua lista dei Patrimoni dell’Umanità il “corridoio” che collega la cinese Chang’an con la catena montuosa del Tien Shan nell’Asia Centrale: lungo questa via ci sono 33 siti storici riconosciuti, 22 cinesi, 8 kazaki e tre kirghisi (la nomina è avvenuta dopo un impegno congiunto di Cina, Kazakistan e Kirghizistan). Alcuni dei Paesi mete perfette per un viaggio lungo la Via sono la Cina, il Kirghizistan, il Kazakistan, il Tagikistan, l’Uzbekistan, il Turkmenistan, l’Iran, l’Azerbaigian, la Georgia. E sono moltissime le città pronte ad affascinare il viaggiatore curioso: Samarcanda, Bukhara, Herat, Baku, per citarne solo alcune tra le più famose. Seguendo le orme delle antiche carovane attraverso il deserto di Taklamakan ci si può fermare nelle città cinesi di Urumqi o Kashgar, per poi attraversare il Kirghizistan attraverso il passo di Torugart e arrivare a Osh, città che sorge su un vecchio bazar. Si può seguire il percorso oltre il mar Caspio fino al Caucaso, porta d’Europa, e proseguire verso la Georgia e l’Armenia, i più antichi Paesi cristiani al mondo. Da visitare: Luoyang, con le sue grotte di Longmen (letteralmente: “grotte della porta del drago”); Lanzhou, da dove si gode di una impareggiabile vista sul leggendario Fiume Giallo; Zhangye, per avventurarsi nel “corridoio di Hexi” (o del Gansu) e vedere le “Montagne Arcobaleno”; Jiayuguan, da dove si può visitare il Forte di Jiayuguan, che segna l’estremità occidentale della Grande Muraglia Cinese; l’ultima frontiera prima del “mare della morte”, vale a dire il già citato deserto del Taklamakan verso Occidente, Dunhuang (da dove si possono visitare le dune di Mingshashan); la “valle dell’uva” a Turpan; il “lago celeste” e le “montagne celesti” sul Tien Shan a Urumqi, e il Lago Karakul (il “lago nero”) a Kashgar.

Per citare il celebre scrittore di viaggi britannico Colin Thubron, “seguire la Via della Seta è come seguire un fantasma. Scorre nel cuore dell’Asia, ma è ufficialmente scomparsa lasciando dietro di sé il segno della sua irrequietezza: confini contraffatti, popoli non mappati. La strada si biforca e vaga ovunque ci si trovi. Non è un’unica strada, ma molte: un intreccio di scelte”. Il percorso cambia a seconda dell’impronta che si desidera dare al proprio viaggio. Chi predilige mete culturali troverà sicuramente pane per i suoi denti nelle grandi città che fiancheggiavano la Via, mentre chi preferisce mete avventurose può affrontare i paesaggi più aspri delle catene montuose dell’Asia centrale su fino alle vette del Caucaso. Ma tutti, nessuno escluso, rimarranno affascinati dalle “città perdute”, ritrovate in tempi recentissimi lungo la Via della Seta. Si tratta di città medievali in cima alle montagne che costeggiano l’antica via commerciale, il cui ritrovamento dei resti ha cambiato, secondo gli studiosi, “tutto ciò che pensavamo di sapere sulla storia dell’Asia centrale”. Per scendere un po’ più nello specifico, sugli aspri territori dell’Uzbekistan sudorientale sono stati scoperti grazie a una nuova tecnologia chiamata LiDAR impiegata con l’uso di droni, due centri urbani che testimoniano un passato vivace, una società che ha prosperato tra il VI e l’XI secolo vivendo ad altitudini pari a 2.200 metri (come Machu Picchu sulle Ande in Perù). Si tratta di Tugunbulak, le cui rovine si estendono per oltre 120 ettari secondo un articolo pubblicato su Nature e basato su ricerche finanziate dalla National Geographic Society; e di Tashbulak, una città più piccola ma densamente costruita che si trova a circa cinque chilometri di distanza dalla prima. Questa regione è stata trascurata a lungo tanto da storici quanto da archeologi perché si fa fatica a immaginare come nel medioevo città di queste dimensioni possano esser state non solo costruite ma anche fatte prosperare in una zona segnata da territori impervi, dirupi scoscesi, terreni accidentati e inverni così lunghi e difficili che anche oggi vi si avventurano solo pochi pastori nomadi. Gli esperti della Washington Universitya St Louis hanno invece spiegato intervistati da National Geographic che “sia Tashbulak che Tugunbulak presentano molteplici strutture permanenti e sofisticate piante urbane, apparentemente realizzate per sfruttare al meglio il terreno montuoso. Le immagini LiDAR ad alta risoluzione offrono una visione dettagliata di case, piazze, fortificazioni e strade che hanno plasmato la vita e l’economia di queste comunità dell’altopiano”.
Intraprendere un viaggio sulla Via della Seta è come attraversare un varco temporale e osservare le meraviglie di un passato lontano riflettersi su un paesaggio immutato eppure in costante mutamento, un viaggio che nutre mente e corpo e che apre gli occhi su quel crocevia che il mondo è sempre stato e sempre sarà, qualunque muro, confine o frontiera la mano umana tenterà di costruire.