L’invio di armi all’Ucraina spacca il fronte nostrano del pacifismo, diviso fra interventisti che odiano la guerra e non interventisti che la giustificano
Nella storia dei movimenti, pochi raccoglitori di istanze si presentano compositi e frammentati come quello per la pace. Sarebbe più corretto, in effetti, parlare di movimenti pacifisti al plurale, non per una distinzione d’intenti ma per il contesto storico della loro genesi e l’impianto culturale del loro pensiero. La semplice dicotomia “guerra e pace”, valida giusto nell’iperuranio platonico, si complica quando si fanno i conti con la realtà e ci si approccia al delicato gioco d’equilibrio fra “il bene che si fa nell’aiutare chi si difende e il male che si arreca a chi attacca”, come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti interpretando l’applicazione estensiva del nostro articolo 11 della Costituzione, quello che ripudiando la guerra ne ammette anche la legittimità in taluni casi. Le contraddizioni implicite nei movimenti pacifisti si ripropongono, nuove e sempre uguali, anche rispetto alla guerra in Ucraina. Qui, il fronte dell’interventismo si presenta trasversale quando si chiede ai partiti di prendere una posizione su un’aggressione ai danni della sovranità di un altro Paese “alleato” o aspirante tale, ma diventa composito quando si entra nel merito dell’invio delle armi. Come si destreggiano i partiti italiani in questo shangai politico?
«Il Pd non ha oggi bisogno di capriole o di abiure. Per noi è sempre stata netta in questi 9 mesi la richiesta di un cessate il fuoco e l’avvio di un negoziato, presupposto immancabile per una conferenza di pace». A dispetto di quanto è capitato di constatare in altre occasioni, la posizione dem sulla guerra in Ucraina è rimasta fino ad oggi sostanzialmente coerente e sintetizzabile in queste parole del capogruppo alla Camera Enzo Amendola che auspica la pace ma non teme di mettere mano al portafoglio per sostenere lo Stato invaso. È proprio il supporto militare a dividere il fronte progressista. Emblematica in tal senso la doppia manifestazione per la pace organizzata a Roma e a Milano lo scorso 5 novembre. Il segretario Pd Enrico Letta sfila in prima linea a Roma nell’evento organizzato dal centrosinistra ma apartitico che vede la partecipazione di associazioni, gruppi sociali e sindacati nella misura di 100mila partecipanti (30mila secondo la Questura capitolina), tutti in marcia per una risoluzione diplomatica al conflitto. Una richiesta che sembra smussare l’attribuzione dei ruoli, quello di aggressore e quello di aggredito, e che per questo non piace ai centristi moderati, tanto che per la stessa data Carlo Calenda indice Slava Ukraini, una “contro” manifestazione che marcia a Milano in sostegno dell’Ucraina prima ancora che in favore della pace: «se voti contro l’invio delle armi e chiedi la pace stai chiedendo la resa» attacca il leader di Azione.
La questione però, più che squisitamente politica, è sostanziale: per quanto tempo sarà ancora possibile rifornire di armi l’esercito ucraino con una mano, sventolando il vessillo del pacifismo con l’altra? I sostenitori dell’invio di armi provano a rispondere tirando in ballo parallelismi storici (esperimenti interessanti ma retorici) con la guerra in Vietnam. Nel 1975 infatti fu proprio il carattere globale e trasversale delle proteste contro l’occupazione statunitense a spingere la Casa Bianca a fermarsi. Nondimeno, come osserva Gianfranco Polillo su Formiche.net, “nessuno si sognava di invocare lo stop delle forniture di armi a favore di Hồ Chí Minh” perché “si sarebbe potuto giungere ad una pace giusta, che escludesse prevaricazioni di sorta”. Così, il flusso di armi ha alimentato la Resistenza vietnamita per 20 anni non tanto per supportare la vittoria sul campo contro i governativi di Saigon, quanto più per ribadire che le prevaricazioni violente e unilaterali giustificano il finanziamento militare esterno. Vladimir Putin insomma “può essere costretto a rinunciare ai suoi piani di aggressione non se sconfitto militarmente, ma se impossibilitato politicamente a perseguire i propri obiettivi”. Anche se questo dovesse dilungare i tempi del conflitto oltrepassando persino le intenzioni del Cremlino. Alla medesima conclusione, anche se partendo da presupposti diversi, arrivano anche Marcello Flores e Giovanni Guzzini: i due storici criticano ai pacifisti nostrani il fatto di ignorare completamente le motivazioni alla guerra di Putin, per Mosca “ineludibili e stringenti, sostanzialmente prive di alternative”: «oggi la pace in Europa si difende solo sconfiggendo Putin con le armi e lasciandogli una via d’uscita onorevole» scrivono i due sul Post.
Nel paradosso di una guerra che si combatte con il solo dichiarato scopo di evitare un’altra guerra, certo più estesa e mortifera, nella politica italiana si sviluppa un’altra contraddizione. È infatti soprattutto dalla maggioranza di Governo che provengono le principali obiezioni allo schema del riarmo come strumento di pace, nonostante le posizioni ufficiali dell’Esecutivo siano perfettamente in linea con quelle degli alleati internazionali. A partire da Forza Italia, inevitabilmente influenzata dal rapporto personale di lunga data fra Silvio Berlusconi e Putin. Così la politica estera degli azzurri sembra ridursi nella tragicomica vicenda del lambrusco e della vodka, corroborata da esternazioni personali (ma non private) del presidente Berlusconi secondo cui “Putin voleva sostituire Zelensky con un Governo di persone perbene”. Una posizione, più che uno scivolone, ribadita ancora un anno dopo l’invasione: «bastava che cessasse di attaccare le due Repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe accaduto. Quindi giudico, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore. Io a parlare con Zelensky, se fossi stato il presidente del Consiglio, non ci sarei mai andato». Frasi che innescano da un lato l’inedito supporto del vignettista Vauro («lo bacerei in bocca»), dall’altro la corsa alla smentita, a partire dal numero due di Forza Italia, nonché titolare della Farnesina, Antonio Tajani che puntualmente e sommessamente si ritrova a gettare acqua sul fuoco ribadendo che il Partito è “da sempre schierato a favore dell’indipendenza dell’Ucraina”. Fra le crepe della maggioranza merita un capitolo a parte la posizione della Lega sulla guerra, forse la più controversa dato il suo storico di buoni rapporti con Mosca. Emblematico in tal senso il contestatissimo accordo di cooperazione siglato nel 2017 con Russia Unita, il partito di Putin, e rinnovato a marzo 2022, dopo l’invasione. Così, pur mantenendo il basso profilo richiesto dal proprio peso numerico in maggioranza, il capogruppo della Lega al Senato Massimiliano Romeo torna a invocare sforzi diplomatici perché “la gente da quello che sentiamo comincia ad essere un po’ stanca di sentire sempre parlare di armi, armi, armi”. Secondo la Lega insomma è una pace “ipocrita” quella che sussiste “solo con la sconfitta o, ancora peggio, l’umiliazione di Mosca”. Dopotutto, “volete battere militarmente la Russia?” si chiede il senatore poche ore dopo aver votato il dl Ucraina sull’invio di nuove armi. Un colpo al cerchio e uno alla botte, doveroso per quello che secondo un sondaggio Euromedia è il partito con il più nutrito elettorato contrario all’invio di altre armi in Ucraina (più del 71%), seguito a stretto giro dal Movimento 5 Stelle (66%).
È proprio il Movimento di Giuseppe Conte il partito che più di ogni altro si è appropriato del vessillo del pacifismo. Salvo approvare i primi aiuti militari in favore di Kiev, una volta sceso dal pulpito di Palazzo Chigi Conte diventa paladino del non interventismo, fermo restando un convinto sostegno alle “tradizionali alleanze” dell’Italia e “l’assoluta condanna dell’aggressione militare […], non provocata e non giustificabile in nessun modo”. L’unica guerra tollerata dai pentastellati è economica e si combatte a colpi di sanzioni, per un Partito che nega ogni accusa di anti-atlantismo ma, nei fatti, incarna il malcontento di chi critica la Nato e l’ingerenza statunitense oltre che dei detrattori della purezza ucraina, macchiata da un’atavica corruzione della classe dirigente e da infiltrazioni estremiste. Una vocazione pacifista, insomma, da cui trapela il malcelato intento di scalzare politicamente il Pd dal monopolio progressista. Ne è convinto il sociologo e politologo Massimiliano Panarari secondo cui nell’agenda di Conte ci sarebbe una più ampia “operazione di parassitismo politico” attraverso cui il Movimento “si incunea nei tormenti interni dei dem”, compreso il dilemma della pace.
Intanto, mentre i Partiti filosofeggiano nell’arena, fra opportunismo politico e retoriche populiste, l’Italia resta indifferente al dibattito interno e continua ad aderire perfettamente al solco tracciato dalla Nato. La leadership governista di Giorgia Meloni passa una spessa mano di bianco su accuse di filo-putinismo e di presunte istanze militariste persino di Fratelli d’Italia.
Ancora oggi, lo stallo pacifista soggiace ancora sul suo eterno dilemma: definiamo nozionisticamente la pace come assenza di conflitti armati, con il potere militare di uno Stato diretto alla sola tutela securitaria dei propri confini, oppure oltrepassiamo la siepe del quieto vivere e auspichiamo a soluzioni politiche (leggasi militari) che assicurino la legittima esistenza di tutti, ciascuno nella propria autodeterminazione? Nel primo caso si richiede almeno l’onestà intellettuale di concepire e legittimare anche regimi anti-democratici e oppressivi dei diritti, a patto che non siano implicati in conflitti armati evidenti e continuativi (pensiamo all’Iran). Il secondo caso, invece, istituirebbe nelle relazioni internazionali la clausola della giustificazione univoca della lotta armata come strumento per imporre la propria volontà politica (vincolo applicabile tanto alla Resistenza ucraina quanto ai separatisti filo-russi). La soluzione starebbe in quello che il pacifista cattolico Emmanuel Mounier definiva “ottimismo tragico”, un discernimento storicamente concreto che rifiuta il bellicismo o il pacifismo in astratto, senza però cadere nella spirale del relativismo: la scelta, in sostanza, oscilla fra “mai più guerra” e “mai più Bucha” e non paventa l’illusione di risposte assolute. Dopotutto l’invocazione“astratta della non-violenza” in quanto “proclamazione unilaterale”, come rifletteva l’eco-pacifista Alexander Langer, “non tiene conto degli interessati”. Meglio parlare di “pacifismo concreto” con dei “partner concreti”. A ciò si aggiunga, attingendo al grande libro della Storia, un terzo auspicio: che gli interventisti di oggi, una volta spenti i cannoni, si dedichino con la stessa belligerante tenacia anche alla costruzione di una vera pace, sedando gli etno-nazionalismi e ripudiando (e nessuno gridi all’ipocrisia) l’orrore della guerra.
BOX – I sindacati e il dilemma dell’uomo di buona volontà
A proposito di corpi intermedi, la guerra divide anche i sindacati. O meglio, anche la guerra divide i sindacati. Dalla manifestazione di Roma che ha visto nella Cgil uno dei principali promotori ha preso infatti le distanze l’ex segretario generale Cisl Raffaele Bonanni che invoca il “dilemma” dell’”uomo di buona volontà” e si chiede se sia “giusto ed efficace essere in pace, senza se e senza ma, anche con i violenti incalliti che traggono forza proprio da chi si pone da pacifico completamente nudo davanti a loro”. Pur concordi sul fatto che la guerra sia “il vero nemico dei poveri”, come tuonava Martin Luther King ancora in occasione dell’esplosione del movimento pacifista ai tempi del Vietnam, anche le sigle sindacali battibeccano sul mezzo migliore per fermare il conflitto.
BOX – Marce a confronto
Nel 2003 quando in 800 città in tutto il mondo andava in scena la più grande mobilitazione di massa della storia, iconicamente rinominata dal New York Times come la “seconda superpotenza mondiale”. Fu proprio in occasione dell’invasione statunitense dell’Iraq che il movimento no global si assestò, soprattutto in Italia, su una dimensione pacifista dai connotati anti-atlantisti e anticapitalisti. Oggi invece è la Russia a fare da capro espiatorio e la dimensione economico-sociale è stata quasi totalmente assorbita da quella politico-militare.