In Alabama per la prima volta un uomo è stato giustiziato con una maschera di azoto: Kenneth Smith è morto per asfissia dopo un’agonia di 22 minuti
La sera del 25 gennaio 2024 alle 20:25 ora locale, nel carcere di Atmore in Alabama il condannato a morte Kenneth Eugene Smith è stato ucciso tramite asfissia: sul suo volto, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, è stata fissata una maschera che gli ha coperto naso e bocca da cui è iniziato a fluire azoto puro a pressione. L’agonia, secondo i testimoni chiamati ad assistere è durata 22 minuti.
Negli Stati Uniti il dibattito sulla pena di morte è sempre aperto, ma mai come in questo caso la battaglia è stata aspra. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani così come diversi esperti di vari settori della Medicina, si sono detti fortemente contrari all’uso sperimentale della tecnica dell’ipossia da azoto, considerata particolarmente crudele. Gli stessi veterinari, interrogati durante la lunga battaglia giudiziaria, considerano l’azoto non adatto all’uccisione di animali di grande taglia, tanto che in molti Stati del mondo è stata espressamente vietata.
Eppure, benché né il condannato a morte né i suoi legali avessero avuto informazioni precise sulla procedura e nonostante persino la Corte Suprema non fosse stata informata nel dettaglio dall’Alabama sulle possibili conseguenze di questa esecuzione, Kenneth Smith è morto per asfissia oltre 20 minuti dopo che la maschera era stata attivata. Le sue ultime parole prima dell’esecuzione sono state un monito per il suo Paese: «stasera l’Alabama fa fare un passo indietro all’umanità. Me ne vado con amore, pace e luce». Poi ha ringraziato i familiari presenti per il supporto: «vi voglio bene, tutti».
Come funziona l’ipossia da azoto
L’uso dell’azoto su un condannato a morte non era mai stato sperimentato prima, pertanto non esistono dati reali sulle conseguenze dell’ipossia indotta.
Funziona così: viene assicurata al volto del condannato una maschera che emette gas a pressione, identica a quelle che servono per trasmettere ossigeno; però in sede di pena di morte la macchina pompa unicamente azoto gassoso per almeno 15 minuti, e ancora cinque minuti dopo che l’elettroencefalogramma risulta piatto. Il condannato muore di fatto soffocato per mancanza di ossigeno.
Nel caso di Kenneth Smith, secondo quanto riportano i testimoni, tra cui giornalisti, che hanno potuto assistere, l’uomo è rimasto cosciente per diversi minuti. Per almeno un paio è sembrato tremare sulla barella e ha tirato le cinture che lo tenevano fermo. A seguire ci sono stati diversi minuti di respiro pesante, infine non è stato più possibile sentirlo respirare.
Secondo un funzionario i movimenti del condannato sono stati “involontari e previsti”.
Le critiche all’uso dell’azoto
Gli esperti avevano chiesto che Smith venisse preventivamente sedato prima dell’inizio dell’esecuzione perché, con l’uso dell’azoto, si potrebbero verificare effetti collaterali gravi come convulsioni e soffocamento da vomito. Inoltre, è molto alto il rischio di inefficienza: in altre parole il condannato potrebbe essere ridotto a uno stato vegetativo ma non ucciso.
L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha dichiarato tramite una nota: “questo metodo non testato potrebbe essere estremamente doloroso, comportare un’esecuzione fallita e potrebbe equivalere a tortura o altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, violando così i trattati internazionali sui diritti umani che gli Stati Uniti hanno ratificato”.
La storia di Kenneth Smith
Kennet Eugene Smith aveva 58 anni quando è morto.
È stato condannato alla pena capitale nel 1989, giudicato colpevole di aver ucciso con un coltello una donna di nome Elizabeth Sennett. Smith era l’esecutore, ma non il mandante: l’omicidio era stato commissionato dal marito della vittima, un predicatore che promise mille dollari a Smith e a un altro sicario per eliminare la donna; l’obiettivo era intascare i soldi dell’assicurazione. L’altro omicida è stato beccato e ucciso nel 2010.
In tribunale, Smith e i suoi avvocati hanno sempre ammesso che fosse stato presente al delitto ma non che avesse partecipato direttamente. Al momento di emettere il verdetto di colpevolezza, la giuria popolare raccomandò l’ergastolo ma il giudice optò per la pena di morte.
Nel 2022 fu tentata la prima esecuzione con la tecnica dell’iniezione letale: tuttavia non si riuscì a trovare la vena del condannato entro il termine stabilito dal mandato di morte dello Stato e così è iniziata una lunga battaglia legale tra Smith e lo Stato dell’Alabama.
Smith ha denunciato una grave sindrome post traumatica da stress e i legali hanno cercato di rinviare prima e poi di bloccare una nuova esecuzione. Infine, è stato fatto appello anche all’Ottavo emendamento della Costituzione americana, il quale vieta “punizioni crudeli e inusuali“.
Dopo la decisione della Corte di sperimentare su Smith una tecnica mai usata finora, quella del soffocamento appunto, sono state fatte numerose petizioni anche internazionali. Si sono mossi anche Amnesty International e la Comunità di Sant’Egidio, ma inutilmente.
Mario Marazziti, di quest’ultima, ha sottolineato: «si accetta come normale uccidere un essere umano in un modo che viene considerato barbaro anche per gli animali, usando un essere umano come cavia oppure no. È la differenza tra la cultura della vita e la cultura della morte».
Dall’Italia è intervenuta anche Elisabetta Zamparutti dell’associazione italiana Nessuno Tocchi Caino: «si tratta di un metodo di soffocamento che sottolinea ancora una volta l’esistenza di un paradigma patibolare, di una giustizia vendicativa di cui dovremmo liberarci. È una giustizia che non lascia spazio alla speranza e alla grazia per un uomo condannato quasi 30 anni fa. Persino Paesi come l’Iran prevedono la salvezza della vita, se qualcosa si intoppa durante l’esecuzione. In America invece si arriva a modificare il metodo pur di uccidere».
La pena di morte negli Usa
Benché il numero delle esecuzioni si sia ridotto, negli Stati Uniti c’è ancora una generale maggioranza di persone a favore della pena di morte. Secondo le ultime rilevazioni l’81% dei repubblicani e il 32% dei democratici sono a favore, e anche il 47% della popolazione la appoggia. La pena capitale esiste ancora in 27 Stati, perlopiù al sud: Texas, Alabama, Florida, Mississipi, Kentucky, Arkansas sono quelli in cui viene applicata di più. Sono anche le zone in cui vivono più credenti cristiani, la maggior parte degli atei è contraria infatti alla pena di morte.
A giustificare l’uso della pena di morte (in Stati in cui generalmente si è contrari all’aborto perché il feto è considerato una persona e “un dono di Dio“) c’è il fatto che in caso di crimine violento gli americani si sentono “moralmente” giustificati a farlo, ma soprattutto ritengono che possa essere un deterrente per chi intende uccidere qualcuno.
In realtà la storia ha dimostrato che la pena di morte non funziona affatto come deterrente: gli Usa sono al 24esimo posto dei Paesi più violenti del mondo, e nei 23 precedenti ci sono le guerre. Anche il tasso di incarcerazione americano è il più alto al mondo, e considerando che la pena capitale esiste da prima che fosse scritta la Costituzione, è evidente che non possa essere considerata un valido deterrente.
Dopo l’esecuzione di Kenneth Smith, la governatrice dello Stato dell’Alabama Kay Ivey ha dichiarato che “dopo più di 30 anni e di tentativi per ingannare il sistema, il signor Smith ha pagato per i suoi crimini orrendi”.
Viene da chiedersi se disporre della vita e della morte di un uomo non sia ipocrita in uno Stato in cui l’aborto viene contestato perché a una donna non sarebbe concesso decidere della vita di un feto; ma soprattutto, in un Paese in cui le persone vengono ancora uccise per strada, soffocate da agenti delle forze dell’ordine che su quelle stesse strade dovrebbero garantire la sicurezza, quanta credibilità può avere uno Stato centrale disposto ad ammazzare nello stesso modo un criminale?
di: Micaela FERRARO
FOTO: ANSA/EPA/DAN ANDERSON