ANSA/ FRANCESCO RUTA

Gli scafisti, operanti tra le città tunisine di Al Haouaria, Dar Allouche e Korba e le province di Caltanissetta, Trapani e Agrigento, avevano indicazione di gettare i migranti in alto mare in caso di avaria

La polizia di Caltanissetta ha sgominato una banda criminale di scafisti dediti al traffico di migranti tra la Tunisia e la Sicilia. L’operazione, denominata “Mare aperto”, ha fatto scattare le manette per 18 persone, tra cui 11 tunisini e 7 italiani, 12 in carcere e altri 6 ai domiciliari.

I soggetti sono accusati di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, con l’aggravante della partecipazione di più di 10 persone e del natura transnazionale, oltre all’aver messo in pericolo la vita umana, aver sottoposto i migranti irregolari a trattamento inumano e averne tratto profitto.

L’inchiesta era stata aperta il 21 febbraio del 2019 quando, all’imbocco del porto di Gela, si è incagliata una barca in vetroresina di 10 metri con due motori da 200 cavalli, segnalata da un pescatore del luogo. L’imbarcazione, risultata essere stata rubata a Catania per far sbarcare decine di persone di origine africana, ha condotto a una coppia di tunisini operante nell’immigrazione irregolare.

Le indagini hanno permesso di far luce su un sistema ben oliato in cui le imbarcazione degli scafisti partivano dal porto di Gela, o dalle coste agrigentine, per raggiungere l’Africa, lì fare il “carico” e tornare in territorio italiano. Il tutto era coordinato dalla coppia tunisina da una casa a Niscemi, dove era operativo anche il “capo gestore” della banda di trafficanti. Altri due tunisini di base a Scicli gestivano le casse, mentre cinque italiani gestivano la logistica. Un italiano e tre tunisini fungevano da veri e propri scafisti mentre quattro tunisini in madrepatria avevano il ruolo di “connection men”.

A ogni migrante veniva chiesta una cifra in contanti da pagare a inizio viaggio tra i 3.000 e i 5.000 euro per un totale a viaggio, secondo le stime, di 30/70 mila euro con 10/30 persone a bordo. Ogni viaggio si svolgeva su piccole imbarcazioni, munite di potenti motori fuoribordo, dislocate tra Scicli, Catania e Mazara del Vallo, nel braccio di mare tra le città tunisine di Al Haouaria, Dar Allouche e Korba e le province di Caltanissetta, Trapani e Agrigento per un totale di 40 ore.

In caso di avaria al motore, come rivelato da una intercettazione, gli scafisti era autorizzati a “sbarazzarsi dei migranti in alto mare”. Uno dei casi di avaria, fortunatamente senza migranti a bordo, si sarebbe verificato il 26 luglio 2020 quando un’imbarcazione partita dal Porto di Licata in direzione delle coste tunisine è rimasta alla deriva senza poter concludere il viaggio.

di: Alessia MALCAUS

FOTO: ANSA/ FRANCESCO RUTA