La partita si gioca sui termini ma l’orologio ticchetta verso il 2050
Quattrocento milioni di dollari da donare ai cosiddetti “Paesi vulnerabili” per far fronte ai danni e alle perdite causate dal cambiamento climatico, in particolare da quegli eventi sempre più estremi e catastrofici nonché da tutte le loro conseguenze, sulla salute umana, sull’economia, sull’agricoltura e chi più ne ha più ne metta.
È con un fondo da 400 milioni, denominato Loss & Damage, che lo scorso 30 novembre a Dubai si è aperta la 2023 United Nations Climate Change Conference, anche nota come COP28. L’iniziativa del fondo non è arrivata inaspettata ma, al contrario, ha rappresentato il mantenimento di una promessa fatta dai rappresentanti dei Paesi ad alto reddito durante la precedente edizione della Conferenza, tenutasi nell’egiziana Sharm el-Sheikh. Tuttavia, per quanto lodevole, al pari degli obiettivi definiti strategici individuati dai leader nel documento finale del summit, il fondo non può che apparire solo scarsamente risolutivo. I soldi – e ormai anche i Paesi più ricchi del mondo, anch’essi colpiti da fenomeni climatici estremi sebbene con conseguenze più “limitate”, dovrebbero saperlo – infatti, non restituiscono vite umane, raccolti, infrastrutture, ma contribuiscono solo ad alimentare un sistema economico capitalista ormai già ampiamente sviluppato, lo stesso che ha contribuito a costruire uno scenario in cui il cambiamento climatico ha avuto modo di avverarsi.
Ma concentriamoci sulla Conferenza: questa edizione del summit ha segnato uno spartiacque nella storia della lotta al cambiamento climatico per più di una ragione. La prima tra queste è che per la prima volta dagli Accordi di Parigi del 2015 i Paesi partecipanti, 197 Stati oltre la delegazione dell’Unione europea, hanno dovuto concordare e firmare il cosiddetto Global Stocktake, una sorta di “tagliando” sugli impegni dei rappresentanti per ridurre le emissioni nel tentativo di limitare l’aumento della temperatura globale entro 1,5 gradi rispetto al periodo pre-industriale. Certo il documento non è stato di facile genesi. Uno dei grandi dibattiti ad aver impegnato i 198 delegati a Dubai sembra essere stato quello terminologico, in particolare in tema di combustibili fossili. Individuati a ragion veduta come principali nemici della lotta al cambiamento climatico, i combustibili fossili rappresentano ancora nel XXI secolo uno dei principali fattori economici mondiali mentre, solo in termini energetici, come si evince dai dati CNEL del 2021, carbone, gas naturale e petrolio rappresentano oltre il 60% dell’output elettrico mondiale. Questa consapevolezza ha portato i Paesi che nel 2015 hanno aderito agli Accordi di Parigi a impegnarsi, ancora una volta in questo 2023, nell’obiettivo della neutralità carbonica entro il 2050, favorendo fonti di energia rinnovabile a discapito delle ben più inflazionate e diffuse fonti non rinnovabili e inquinanti. Individuato il target, restava da definire la modalità e dopo non pochi tira e molla (soprattutto tra quei Paesi che hanno subìto i maggiori danni a causa del cambiamento climatico e quei Paesi che sul petrolio contano più degli altri, ovvero gli Stati membri dell’OPEC, il cui netto no all’eliminazione graduale dei combustibili fossili in apertura del summit aveva scatenato non poche reazioni, tra il “disgusto” della Spagna e la “rabbia” della Francia) che hanno fatto slittare le conclusioni della Conferenza di un giorno, dal 12 al 13 dicembre, senza neanche giungere a un vero e proprio voto, i partecipanti si sono attestati su un diplomatico “transitioning away” (“allontanarsi”) che è andato a sostituire il primo “phasing out” (“eliminare gradualmente”).
Secondo alcuni il documento (che recita nello specifico “Allontanarsi dai combustibili fossili nei sistemi energetici, in modo giusto, ordinato ed equo, accelerando l’azione in questo decennio critico, in modo da raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050, in linea con la scienza”) ha una portata storica in quanto per la prima volta la Conferenza mette nero su bianco la necessità di affrancarsi dalle fonti energetiche più conosciute, esplicitando il termine “fossil fuels”; secondo altri invece il negoziato sul termine lascia spazio alla vaghezza delle intenzioni. Quel che è certo è che una parola resta una parola se non si traduce in azioni e il mondo, quello reale, fino a ora di azioni ne ha viste ben poche mentre le lancette dell’orologio continuano a girare. Inutile poi concentrarci sulle minuzie se, come dice il Segretario generale dell’ONU António Guterres, l’eliminazione graduale dei combustibili fossili è “inevitabile”, augurandoci anche noi che “non arrivi troppo tardi”.
E mentre c’era chi festeggiava il risultato, non sono mancate le critiche alla presidenza della Conferenza che avrebbe aperto e chiuso la plenaria conclusiva con un colpo di martelletto senza lasciare spazio alle obiezioni, come sottolineato dalla rappresentante di Samoa nel suo “ha fatto come se noi non fossimo nella stanza”, ricevendo tra l’altro tre minuti di applausi. Sarà il caso di dirlo: se la lotta al cambiamento climatico non può che andare di pari passo con la democrazia, la strada è ancora tutta in salita. Ma la partita si gioca anche sull’equità delle azioni da intraprendere e uno dei grandi assenti nel documento finale è l’accenno a un approccio differenziato alla transizione energetica, una transizione che per i Paesi ad alto reddito può definirsi “facile” ma che per i Paesi del Terzo Mondo e in via di sviluppo può comportare non pochi squilibri di tipo sociale ed economico. Per loro, non dimentichiamolo, resta sempre il Loss & Damage, e a tal proposito il documento finale sottolinea che “il fabbisogno finanziario per l’adattamento dei Paesi in via di sviluppo è stimato in 215-387 miliardi di dollari all’anno fino al 2030 e che è necessario investire circa 4,3 mila miliardi di dollari all’anno in energia pulita fino al 2030, aumentando poi a cinque mila miliardi di dollari all’anno fino al 2050”. Che se lo facciano bastare?
Il secondo grande assente del Global Stocktake è il metano a cui si accenna ribadendo la necessità di ridurre le emissioni di questo gas fortemente climalterante senza tuttavia giungere ad un significativo accordo. Al contrario, al pari dei combustibili fossili, entra in scena per la prima volta il nucleare che sempre più sta catturando l’attenzione di quei Paesi che non riescono a fare rilevanti passi avanti nella lotta alle emissioni.
La X rossa sul calendario intanto resta segnata al 2050, anno in cui secondo la scienza raggiungeremo il punto di non ritorno ambientale e climatico. Così, fino a quella data, di anno in anno si dovranno rivedere strategie e obiettivi: il prossimo appuntamento ora è al 2024 con la COP29 in programma a Baku, capitale dell’Azerbaijan, mentre nel 2025 sarà Belém, in Brasile, a ospitare la Conferenza edizione numero 30. Certo non sfugge a un osservatore neanche poi necessariamente così attento che la scelta dei Paesi ospitanti potrebbe andare in contrasto con quelli che sono i fini ultimi del summit. Se la candidatura dell’Azerbaijan ha permesso il superamento di una impasse politica non da poco, con Mosca che osteggiava la candidatura della Bulgaria perché “nessun Paese Ue sarebbe imparziale con la Russia”, certo la coscienza ambientalista (ma anche quella semplicemente meno coinvolta nelle logiche della geopolitica) si è risvegliata alla notizia che un altro cosiddetto “petro-Stato” avrebbe esibito le bandiere dell’ONU. Già gli Emirati Arabi avevano fatto storcere non poco il naso – insieme alla nomina di Sultan al-Jaber, direttore generale dell’ADNOC, l’agenzia petrolifera degli Emirati Arabi Uniti, come presidente della COP28 -, il bis con uno Stato il cui PIL è sostenuto soprattutto dai combustibili fossili e dalla loro esportazione rafforza l’ideale, e il tris con un Paese che per anni è stato guidato da un presidente accusato di aver incentivato la deforestazione dell’Amazzonia – il famoso polmone verde del mondo, ricordate – è la ciliegina sulla torta.
“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” diceva Tancredi al principe di Salina, lo zio Don Fabrizio Corbera, nel celebre romanzo italiano Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. La citazione, non casuale, potrebbe essere riadattata ai giorni nostri e al tema in questione in “Se vogliamo che il nostro pianeta rimanga come è, bisogna che la nostra politica e la nostra economia cambino”. Ma soprattutto, bisogna che i leader mondiali e chi bazzica le stanze dei bottoni mettano da parte un certo gattopardismo in tema ambientale e smettano di limitarsi a dirsi ma piuttosto comincino a mostrarsi pronti al vero cambiamento. Quello che ci aspetta da oggi al 2050, nel bene e nel male.