Bisognerà attendere l’estate per conoscere i nomi dei prossimi contendenti alla Casa Bianca, anche se il futuro sembra già scritto nei sondaggi: per ora, niente di nuovo sul fronte occidentale

Nel terzo capitolo di Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll, la sventurata piange tanto da formare un laghetto di lacrime che in poco tempo si riempie di animali. Per asciugarsi, il Dodopropone una Corsa elettorale, una buffa gara senza tempi né traguardi in cui alla fine, asciugandosi, vincono tutti. Il genio di Carroll la chiama “Caucus race”: il termine, dall’origine incerta, è oggi usato in alcuni Stati americani per denotare il confronto tra i candidati alle primarie per le elezioni alla Casa Bianca. C’è da chiedersi se anche in questo caso vincano tutti, ma la tornata elettorale più attesa del 2024 sembra indicare diversamente.

Nei 50 Stati americani le elezioni primarie per selezionare i candidati alla Presidenza sono spalmate nell’arco di cinque mesi, in questo caso dal 15 gennaio all’8 giugno, con i repubblicani che presenteranno il candidato a metà luglio e i democratici che invece aspetteranno la fine di agosto. La vera data da segnare in calendario è però già il 5 marzo, il Super Tuesday, quando ben 15 Stati eleggeranno i loro 865 delegati indicando la direzione dell’ago della bilancia. La corsa, una campagna elettorale alla volta, è lunga e costosa e costituisce di per sé una selezione all’ingresso, tanto che storicamente i primi Stati in cui si vota non sono i più popolosi ma quelli più finanziariamente generosi con i Partiti.

Determinante nella corsa alla Casa Bianca è infatti anche l’ordine degli Stati in cui si svolgono le consultazioni interne dei Partiti. Tipicamente (dal 1972) si comincia dall’Iowa seguito dal New Hampshire, anche se il presidente in carica aveva cercato di mescolare le carte per il suo Partito pur essendo, oltre che il croupier, anche uno dei giocatori al tavolo. Joe Biden aveva infatti proposto che le tornate iniziassero dalla Carolina del Sud, dove non a caso alle primarie del 2020 aveva registrato il suo primo vero exploit con il 48,65% delle preferenze, attingendo a piene mani dalla comunità afroamericana. È necessario che “gli elettori di colore abbiano molto prima una voce nella scelta dei nostri candidati” spiegava Biden, salvo poi precisare che la decisione sarebbe valsa solo per questa tornata e non anche per le prossime in cui lui non potrà più correre. Il South Carolina in effetti guadagna tre posizioni, senza però scalzare il caucus inaugurale del 15 gennaio nell’Iowa, e il Partito Democratico sposa l’obiettivo di rincorrere uno “straordinario sostegno degli elettori di colore” ivi compresi “afroamericani, ispanici, americano-asiatici e elettori delle isole del Pacifico”. Dopotutto, secondo l’Instituto Cervantes, gli Usa sono il quarto Paese di lingua spagnola al mondo, con 66 milioni di ispanici che rappresentano circa il 20% della popolazione totale. Si prevede che entro il 2060 un americano su tre sarà di origine ispanica. Secondi gli afroamericani, circa 48 milioni di persone pari al 12/13% della popolazione.

Più che una visione strategica però è un correre ai ripari: da qualche tempo, lo nota Federico Rampini sul Corriere della Sera, alcune minoranze etniche, fedelissimo nocciolo democratico, si stanno spostando a destra. Lo testimonia un recente sondaggio del New York Times secondo cui gli afroamericani che preferirebbero Trump a Biden sono saliti al 22% rispetto all’8% del 2020. Idem per gli ispanici, e una ragione può essere trovata nelle politiche migratorie. Per anni i democratici sono stati convinti che promuovere policies di apertura gli avrebbe assicurato i voti perenni delle minoranze etniche; oggi invece sembra che, una volta varcato il confine, gli ex-immigrati esigano politiche più severe nel controllo della clandestinità, concreta minaccia al mercato del lavoro, ai salari, al welfare e all’ordine pubblico.

Che cosa aspettarsi insomma dalle urne statunitensi? Cominciamo dal Partito Democratico di Biden, che secondo la nostra accezione di democratico ha ben poco. La scrematura fra le circa 150 candidature avanzate non è infatti passata per il vaglio popolare: già nel marzo 2023 il Comitato nazionale democratico aveva confermato il proprio sostegno ad un secondo mandato di Biden, confermando una tradizione per la verità consolidata di riproporre il presidente in carica. A irritare i democratici però è stata soprattutto la decisione di non tenere dibattiti ufficiali fra i vari candidati, perché non sono in pochi a ritenere che il problema del Partito sia lo stesso Biden, (anche) per la sua veneranda età e per la sua vice Kamala Harris, fra le meno amate della storia Usa. Unanimi le critiche interne, con la candidata Marianne Williamson, attivista e scrittrice di best seller self-help nonché guru spirituale di Oprah Winfrey che, scomodando George Washington, accusa gli “effetti dannosi” dei partiti rei di una “tendenza intrinseca a vendicarsi di coloro che si intromettono” malcelando uno “spaventoso dispotismo”. Per la leadership dem però non è il momento di perdersi in concettualizzazioni politiche e lungaggini partecipative, con i sondaggi che incalzano roventi e invocano sforzi irripetibili per scongiurare il ritorno di Donald Trump.

Eh sì, perché le svariate accuse che pendono sul capo dell’inarrestabile tycoon non frenano la sua corsa che grida vendetta. Il magnate non pecca certo di insicurezza né manca di capacità comunicative, tanto che non si presenta nemmeno al primo dibattito delle primarie del Grand Old Party: sarebbe stata una legittimazione nei confronti degli altri candidati che, a differenza sua, arrancano nei sondaggi. Tutte le ultime rilevazioni incoronano Trump come il favorito, tra i repubblicani e non solo, con il 70% delle preferenze nel Partito e il 54% sul totale. Insegue da lontanissimo Ron DeSantis, governatore della Florida al 15%, e dietro ancora arranca con l’8% l’imprenditore Vivek Ramaswamy. La candidatura di DeSantis ha seguito una parabola discendente: molto amato per i risultati economici nel suo Stato, pur essendo molto conservatore era considerato un buon compromesso fra la base trumpiana e quella più moderata (lui stesso ama definirsi “Trump, più la competenza”), ma la sua campagna elettorale si è finora rivelata insufficiente a mettere a rischio il ritorno del tycoon. Sfumata anche la candidatura di Mike Pence, vice di Trump durante la sua Presidenza e a lui fedelissimo fino alla rottura del 6 gennaio 2021 con l’assalto al Congresso. Un voltafaccia che non è piaciuto agli elettori ma soprattutto ai finanziatori: Pence si è dovuto ritirare perché non aveva raggiunto sufficienti fondi per supportare la candidatura. Il re è nudo ma si tiene stretta la sua corona nei repubblicani, e lo ha testimoniato ancora una volta anche l’elezione a speaker della Camera di Mike Johnson, ultra-conservatore fedelissimo votato compattamente anche dai non-trumpiani.

Al momento Trump è coinvolto in un processo civile a New York per truffa insieme ai suoi tre figli e ai dirigenti della sua azienda, oltre che in quattro processi penali fra cui quello più spinoso per l’assalto a Capitol Hill. L’unica in grado di fermare la sua ascesa attualmente sembra essere la magistratura, il che la dice lunga sullo stato di salute della “democrazia più grande al mondo” dove nel 2024 andrà in scena un remake a cui nessun americano avrebbe davvero voluto assistere ma che ad oggi, numeri alla mano, sembra inevitabile. A differenza di quanto accade nel Paese delle Meraviglie, più che vincere tutti sembra non vincere nessuno.

BOX – Come funziona il sistema elettorale USA?

In estrema sintesi, il complesso sistema elettorale a stelle e strisce adotta un meccanismo indiretto a due fasi: si comincia con le primarie, quando gli aventi diritto nominano dei delegati che andranno a scegliere il ticket (candidato presidente e vicepresidente) nel corso delle Convention finali estive dei partiti. Durante l’Election Day (5 novembre 2024) invece i cittadini votano per i cosiddetti grandi elettori scelti dai partiti. Questi, che a differenza dei delegati sono liberi da vincoli formali, voteranno poi per il candidato con il quale sono stati eletti (sono necessari almeno 270 voti). È chiaro come in questo processo le primarie abbiano una rilevanza cruciale, perché è in queste tornate celebrate con leggi e modalità differenti per ciascuno Stato che gli elettori effettivamente scelgono i loro candidati.

BOX – Provaci ancora Phillips

Un potenziale avversario interno di Biden sarebbe potuto essere il rappresentante del Minnesota Dean Phillips, rising star della politica statunitense, se solo non si fosse bruciato da solo con una candidatura ritenuta da moltissimi troppo precoce. Dalla sua ci sono solo l’età (54 anni), una buona ma modesta esperienza locale e i finanziamenti attinti direttamente dalle casse dell’impero di famiglia. Troppo poco, tanto che gli elargitori privati del suo Stato starebbero chiedendo indietro i soldi versati per indirizzarli in favore di Biden: l’astro è già stella cometa, stimato all’8% (4% fra gli elettori democratici).

BOX – Robert Kennedy Jr: occhio all’outsider

Fregiandosi di un cognome che conserva ancora il rispetto trasversale di tutta la società americana, un vero vanto di questi tempi, il nipote di John Fitzgerald e figlio di Bobby, tenta la corsa che suo padre non è riuscito a concludere perché assassinato nel 1968. Inizialmente candidato con il Partito Democratico, Kennedy ha in realtà posizioni molto conservatrici e si è fatto un nome in piccola parte per il suo attivismo ambientalista e in misura molto maggiore per le sue campagne no vax. Spesso al centro dell’attenzione per le sue teorie complottiste, indosserebbe meglio i panni del repubblicano ma, per non rubare in casa dei ladri, ha annunciato che correrà da indipendente. È probabile insomma che possa attingere voti soprattutto dagli insoddisfatti del GOP, anche se i bookmaker per adesso non azzardano scommesse.