Nel bene e nel male l’Argentina ha scelto cosa vuole, ma soprattutto cosa non vuole: voltata la pagina del peronismo, il futuro è tutto da scrivere
L’epoca della post-verità non è sopravvissuta ai numeri. Lo dimostra, a dispetto di quanto qualunque osservatore moderato e razionale potrebbe sostenere, l’elezione di Javier Milei alla presidenza dell’Argentina. Quello che i media hanno dipinto per tutta la campagna elettorale come un outsider irrazionale, scheggia impazzita di un populismo incontrollabile, con il suo 55,68% dei voti dimostra di incarnare in realtà il pensiero comune dell’elettore medio: nessun presidente argentino aveva ottenuto così tanti voti dal 1983, anno in cui la dittatura ha ceduto il posto alla democrazia. Che Milei abbia vinto con un programma astruso e controverso, difficile da realizzare, è un fatto. Ma che i veri outsider si siano rivelati essere i partiti tradizionali è un secondo fatto, sufficiente per spiegare il primo. Donald Trump, Boris Johnson e Jair Bolsonaro hanno già impartito la loro dura lezione alle rispettive democrazie, ora tocca a lui.
53 anni, con il suo giovanissimo partito La Libertad Avanza Milei è un economista ultraliberista o, detto ancora meglio, anarco-capitalista specializzato in crescita economica. Il suo è un curriculum di tutto rispetto, fra consulenze illustri, private e governative, ma anche cattedre di economia nelle università argentine ed estere. Sarebbe difficile, se solo non fossimo ormai abituati al successo del narcisismo istrionico in politica, accostare la sua carriera alla fama che si crea da analista economico nei talk show e sui social: linguaggio scurrile, toni aggressivi, comizi incendiari fatti di fiamme e musica rock, un protagonismo assoluto (lui stesso canta, sbraccia e si traveste) e un simbolismo molto forte che va dal ruggito del leone alla meno sottile motosega. La folla è in visibilio, fomentata da retorica antipolitica e promesse improbabili: non importa, perché Milei incarna la rabbia di un popolo sfinito da una crisi economica che fa morire di fame milioni di persone, sublimando la ferocia dell’elettorato nei confronti di chi ha tenuto (male) le redini degli ultimi 20 anni almeno.
La sua formazione e i macro dati dell’Argentina hanno quindi reso l’economia il principale terreno di battaglia della campagna elettorale e probabilmente anche della presidenza Milei. L’inflazione viaggia a tre cifre e si stima al 140%, il 44,7% della popolazione urbana vive in povertà, il 9,6% in condizioni di indigenza; nella fascia dei bambini e degli adolescenti il tasso di povertà sale ancora al 62,9%. Su tutto, pesa un macigno di 44 miliardi di dollari, a tanto ammonta il debito contratto da Buenos Aires con il Fondo Monetario Internazionale. Contro il cancro della povertà che sta per diventare terminale Milei usa la ricetta dell’ultraliberismo radicale che abbraccia tutto, dalle armi alla vendita di organi al mercato delle adozioni, dalla privatizzazione della TV pubblica a quella della compagnia petrolifera statale (YPF). La Banca Centrale non è che un nemico “da bruciare” o da distruggere in diretta tv come una pignatta, deficit e debito si riducono tagliando al massimo la spesa pubblica e smantellando ammortizzatori sociali e servizi pubblici. Certo, prima del ballottaggio, quando “El Loco” deve cercare consensi anche fra i più moderati che non lo avevano scelto al primo turno, molte di queste pillole amare si addolciscono, ma di fatto i Ministeri sono ridotti da 18 a 8, alcuni dei quali sommariamente raggruppati (fra gli altri saltano Cultura, Sanità, Educazione, Ambiente, Scienza).
Un altro asso nella manica del Leone è la svalutazione del peso argentino per favorire la dollarizzazione, in pratica la sostituzione della moneta nazionale con il dollaro. L’idea piace moltissimo alla popolazione e sembra persino l’approdo naturale di un Paese in cui la gente si reca al mercato nero del cambio per disfarsi a tassi non ufficiali della propria valuta. Ancora una volta, quindi, poco importa che nel breve termine sia concretamente quasi impossibile sostituire una moneta instabile come il pesos. Oltre a ingenti quantità di valuta statunitense che Buenos Aires non possiede (se non sotto forma del gravosissimo debito con il FMI), la dollarizzazione priverebbe il Governo degli strumenti di politica economica attuati dalla Banca centrale e lo sottoporrebbe alle naturali distorsioni di una moneta forte ed estera iniettata artificialmente in un’economia debole e indebitata. A questo si aggiunga un dilemma trasversale: l’Argentina è (era) uno dei Paesi in procinto di entrare nei BRICS che da mesi dettano una precisa politica di de-dollarizzazione addirittura con l’adozione di una moneta propria. Con l’arrivo di Milei alla Casa Rosada però l’ingresso nei BRICS non è più così scontato: «non capisco quale interesse avremmo in questo momento» commenta l’economista e futura ministra degli Esteri Diana Mondino, pur riconoscendo che “sarebbe un grave errore di politica estera per l’Argentina tagliare i legami con Paesi importanti come la Cina o il Brasile”. Dopotutto, l’ultima tranche di debito con il FMI è stata saldata in yuan e nel 2022 l’Argentina, oltre ad essere stata la prima grande economia ad aderire alla Belt and Road, ha esportato proprio in Cina il 92% della sua soia e il 57% della sua carne.
Un po’ per spontanea verve, un po’ perseguendo una precisa strategia comunicativa, l’anarco-capitalista ha una parola buona per tutti, dagli alleati indispensabili fino al Pontefice. Papa Francesco si ritrova nel suo mirino come un “gesuita che promuove il comunismo”, un “rappresentante del Male nella casa di Dio” o più semplicemente “un imbecille”. Bergoglio, maestro nel porgere l’altra guancia e tutt’altro che “imbecille”, ha comunque ritenuto di chiamare il presidente del suo popolo, glissando sugli insulti ricevuti e augurandogli “coraggio e saggezza” della leadership. «Coraggio non mi manca, sulla saggezza sto lavorando» ammette Milei.
L’ascesa di Milei è poi accolta con grandi aspettative anche dal settore dell’agricoltura, costretto ad un braccio di ferro con gli ambientalisti che, ideologicamente, interpreta la produzione come un ostacolo alla transizione ecologica. La questione è molto seria, con gli esperti che parlano della peggiore siccità da oltre 60 anni, in parte responsabile dei gravosissimi rincari su prodotti quali soia, mais, carni e latticini. Lo scontro fra le due parti nel Paese, anziché tradursi in una collaborazione per una produzione sostenibile, è esacerbata nel dibattito pubblico e ridotta ad un’anacronistica lotta contro la proprietà: «aspettavamo, utopicamente, qualcuno che ci liberasse da pregiudizi e ideologie e ci permettesse di dispiegare tutto il potenziale di risorse e capacità che ci consentono infinite possibilità di crescita, e senza dubbio una crescita sostenibile» scrive Gabriel Vázquez Amabile, ingegnere agronomo all’Università di Buenos Aires che ha le idee chiare sulla vittoria dell’outsider: «non è un voto arrabbiato, è solo che non ci rappresentano più» spiega al quotidiano liberal-conservatore La Nación.
La questione Milei però non è solo economica: la sua presidenza spaventa i suoi oppositori politici anche con le amicizie. A partire dalla vicepresidente annunciata Victoria Villaruele, negazionista dei desaparecidos e figlia del generale e dittatore Jorge Rafael Videla, condannato a due ergastoli e 50 anni per diversi crimini contro l’umanità fra cui, per dirne due, la tortura e l’omicidio di oltre 30mila persone. Del resto lo stesso Milei fu consigliere economico di Antonio Domingo Bussi, militare e politico durante la dittatura, e sostiene il revisionismo dei bilanci di vittime dei desaparecidos e della dittatura contro la “menzogna del socialismo”. Da un punto di vista politico, Milei ha costruito la sua immagine da outsider e non ama dichiarare apertamente la sua appartenenza ideologica, una scelta precisa per prendere le distanze dalla classe (o meglio casta) politica che combatte. Nondimeno, è chiara la sua vicinanza all’ultradestra, vedi anche il patto siglato con il partito di estrema destra spagnolo Vox con cui firma la Carta di Madrid per fermare il comunismo nei Paesi del Sud e Centro America. Tanto da rinnegare qualsiasi cooperazione economica dello Stato (non dei privati però) con i Paesi comunisti, a discapito dei vantaggi economici. Quanto ai diritti civili, Milei è fortemente contrario all’aborto e ha già annunciato l’intenzione di indire un referendum abrogativo di tale diritto. L’attuale legge, che consente l’interruzione di gravidanza fino alla 14esima settimana di gestazione, è entrata in vigore appena tre anni fa spinta da un’ondata di proteste dei “fazzoletti verdi”, il movimento femminista argentino sceso nelle piazze per contrastare i 520mila aborti clandestini compiuti ogni anno. Quanto al cambiamento climatico, e a questo punto sembra quasi superfluo specificarlo, il presidente argentino nega l’incidenza di ogni causa antropica.
Milei si vende come un “esperimento”, un unicum al mondo. Per adesso, sembra piuttosto l’ennesimo ricorso storico di una leadership fortemente ideologica e populista eletta da un plebiscito a capo di un Paese latinoamericano. L’orizzonte futuro non mostra (ma il giudizio è prematuro) i tratti di una legislatura stabile e duratura. Lo scandisce anche l’ex presidente dell’Argentina Mauricio Macri, secondo cui Milei ha “6 mesi durissimi” per stabilizzare il Paese, una volta risolte beghe da casta come la ricerca di una maggioranza fedele e compatta in Parlamento. Il conservatore Macri e la sua candidata Patricia Bullrich, uscita dal primo turno con appena il 23,83%, hanno sostenuto la candidatura di Milei al ballottaggio e ora si apprestano a entrare nel suo Governo (Macri è lo stesso responsabile della negoziazione del debito con il FMI che metterà non poco i bastoni fra le ruote ai piani economici del suo successore). «L’Argentina deve abbandonare il populismo se vuole crescere e porre fine alla povertà» commentava Bullrich rifiutando ogni intesa per il secondo turno con il candidato peronista Sergio Massa, ministro dell’economia uscente dell’ultima (deludente) presidenza di Alberto Fernandez, e sembra ignorare che a cambiare, in queste elezioni, potrebbe essere solo il contenitore e non il contenuto. Per stabilizzare il proprio potere nella Quinta di Olivos Milei potrebbe aver bisogno di altri due anni, quando gli elettori voteranno per l’altra metà della Camera e un altro terzo del Senato (le elezioni in Argentina rinnovano le Aule una parte per volta). Nel frattempo però qualsiasi riforma fiscale dovrà passare dal Parlamento, un ostacolo non da poco vista la rivoluzione promessa da Milei che in partenza potrà disporre di soli decreti governativi, e la pazienza non sembra essere il suo punto forte. Comunque vada, la lezione per il popolo argentino, ma soprattutto per la sua classe politica, i nuovi outsider, è tutta da imparare.
BOX – I “sarcofagos”del peso e l’illusione del dollaro
L’inflazione nel Paese ha raggiunto livelli tali per cui oggi 100 pesos valgono meno di 30 centesimi di dollaro. Queste banconote sono ormai uscite anche dall’uso quotidiano per lo scarso valore, tanto che la Banca centrale ha dovuto affittare dei magazzini (subito rinominati “sarcofagos”) per conservare questo taglio destinato ormai al macero. Le dimensioni del problema sono tali da averlo reso anche uno sfottò calcistico, con i tifosi delle squadre dei Paesi limitrofi che bruciano banconote da 100 pesos sugli spalti durante le trasferte in Argentina. È anche da qui che si è radicata, nella retorica di Milei e nelle speranze di chi non ricorda più un’inflazione a una sola cifra, l’idea della dollarizzazione.
BOX – “El loco” e i suoi cani
Figlio di una casalinga e di un affarista del settore dei trasporti, nipote di bisnonni italiani, Milei cresce a Buenos Aires in un ambiente familiare estremamente violento dal quale ha poi pubblicamente preso le distanze. Lo racconta il giornalista Juan Luis González nella sua biografia El Loco, soprannome attribuitogli nell’adolescenza per la sua verve aggressiva. La sua compagna è la comica argentina Fátima Florez, anche se molti la ritengono una relazione di facciata. Oltre a sua sorella minore Karina, già annunciata come first lady e suo “capo”, Milei è legatissimo ai suoi quattro cani che considera figli. I mastini (chiamati come i suoi economisti preferiti Murray Rothbard, Milton Friedman e Robert Lucas) sono stati clonati in una clinica dal materiale genetico del suo primo cane Conan, morto nel 2017. Secondo González il presidente comunicherebbe ancora con Conan tramite un medium. Recentemente Milei ha definito il gangster Al Capone come uno dei suoi eroi e un “benefattore sociale”.
BOX – La piaga del dollaro blu
La spirale inflazionistica argentina è tale da “vantare” ben due tipologie di cambio. C’è la conversione ufficiale dollari-pesos, e poi c’è il cosiddetto dollaro blu che segue il tasso “di strada”, circa il doppio di quello ufficiale. Gli arbolitos (letteralmente “alberelli”) gridano «cambio dolares!» per le strade mentre la popolazione, sempre più sfiduciata nei confronti del peso, accorre per accumulare biglietti verdi nonostante tassi di cambio altissimi.