Il giudizio delle urne è stato impietoso e una salda coalizione non basta: mentre la leadership del Carroccio mantiene una facciata granitica, nelle stanze segrete la pazienza di molti si sta sgretolando

Occupare le poltrone frontali dell’Aula è da sempre una delizia, ma anche e soprattutto una croce per i partiti che bramano il potere tanto quanto ne temono i colpi di coda. Lo sa bene la Lega di Matteo Salvini che, dopo l’exploit del 2018 con un balzo avanti di 13 punti percentuali al 17,37% (all’epoca il miglior risultato nella storia del Partito, superato l’anno successivo alle europee con il 34% delle preferenze nazionali), si è trovata a dividere la pagnotta con il Movimento 5 Stelle. Una scelta politica le cui conseguenze si pagano ancora nel 2022, quando il Carroccio si congela al 9%. «Politicamente credo sia stata premiata l’opposizione. Stare al governo con Pd e M5S non è stato facile. Lo rifarei? Sì che lo rifarei. Ma ci è costato» tenta di spiegare il segretario Salvini. Ma è tutto qui? Forse al puzzle manca ancora qualche pezzo.

Se il successo del 2018 è stato soprattutto frutto della strategia di “nazionalizzazione” del Partito che rinuncia anche alla sua collocazione cardinale a “Nord”, oggi la stessa scelta non risulta altrettanto vincente. Ad accendere una miccia evidentemente già calda, anzi caldissima, è stato all’indomani delle urne Umberto Bossi, non proprio l’ultimo arrivato, che lancia il sasso per una rottamazione al contrario, dove il vecchio torna per asfaltare il nuovo. Il “Senatùr” non può mandare giù il boccone che proprio nei fortini lombardo e veneto la Lega si fermi rispettivamente al 14% e al 16%, facendosi letteralmente doppiare da Fratelli d’Italia. Così a inizio ottobre 2022 il fondatore della Lega annuncia la creazione di un Comitato Nord, una corrente interna a tutti gli effetti che invoca un ritorno alle origini sulle battaglie da combattere, leggasi autonomia e nordismo, perché “se cancelli l’identità muori”.

Si tratta, spiega Bossi, di “un passaggio vitale finalizzato esclusivamente a riconquistare gli elettori del Nord, visto il risultato elettorale del 25 settembre”, e non a sfaldare il Partito. Il guanto di sfida è proprio quello delle autonomie: lo stesso ariete con cui Salvini sfondava le resistenze interne all’inizio del suo mandato, ormai 10 anni fa, con la promessa di estendere la base della Lega dal Nord alla Nazione intera al solo scopo di riuscire a imporre con più efficacia le istanze autonomiste. Peccato che oggi il tema delle autonomie sia quantomeno glissato da qualsiasi agenda politica con partecipazione leghista, e forse persino da parte del suo vecchio elettorato che nel 2022 ha scelto Giorgia Meloni, che di autonomie ha sempre parlato poco e sottovoce.

Sconfessato ogni tentativo di scissione anche dai più critici (non peccano i leghisti della stessa leggerezza e ingenuità con cui le controparti a sinistra sono solite gestire i frondismi interni), restano non poche pressioni attorno al Partito. Premono ad esempio le stoccate di Roberto Castelli, ex leghista della prima ora e oggi presidente dell’associazione Autonomia e Libertà: «preferisco il 5% del Nord guadagnato perseguendo politiche precise piuttosto che l’8% su scala nazionale ma senza una linea chiara» dice critico dopo le politiche 2022. Dopotutto, “è paradossale che venga a Pontida una super centralistacome Marine Le Pen. Ma d’altro canto, come si diceva, anche la Lega è diventata centralista” chiosava all’alba del pratone riunito, pratone che pure non rinuncia a invocare con cori da stadio “Lombardia libera”, “Veneto libero” e “Secessione”. «Che confusione» dicevano quelli…

Aderisce a questo filone critico anche lo storico esponente e tra i fondatori della Lega Nord Francesco Speroni, e ancora plaudono al progetto del Comitato Nord di Bossi anche Roberto Mura, ex senatore, Andrea Previtali, ex sindaco e vicepresidente dell’associazione di Castelli, e non da ultimo Roberto Maroni che fuori dai denti scandiva chiaramente: «serve un cambio di leader». Non è un mistero che un nome alternativo al segretario in carica sia quello di Luca Zaia, perché è proprio dal Veneto più autonomista che arrivano le frecce più avvelenate. In prima fila un combattente della prima ora in tal senso come Roberto Marcato, assessore regionale allo sviluppo economico e fondatore della Liga Veneta (poi confluita insieme a quella Lombarda nella Lega Nord). «Sono nato leghista e morirò tale – giura. – Ma dov’è finita la Lega della riscossa del Nord?» si chiede. L’esigenza di “ridare un’identità forte al partito” è concreta, perché è difficile rimanere compatti e uniti davanti a una linea politica fumosa. Lo abbiamo visto con il Ponte sullo Stretto di Messina, si spiega Marcato, progetto che “per anni io e Salvini abbiamo combattuto e spiegato ovunque”. Salvo ritrovarlo oggi fra le bandiere politiche della nuova manovra. E ancora: «a Pontida invitiamo la leader più nazionalista che ci sia in Europa. Ma come, non eravamo un partito federalista?». Il dissenso interno insomma si cela dietro a rispettosi silenzi istituzionali ma è tangibile, e l’effetto pentola a pressione sembra quasi scontato. Tanto che, ancora Marcato, avvisa chiaramente i colleghi leghisti in Parlamento: «se nel 2024 non si fa l’autonomia, dove siamo già in ritardo, bisogna uscire dal Governo». È più facile credere a Babbo Natale che a una defezione suicida della Lega da questa maggioranza, ma quando l’opposizione bussa da dentro, prima o poi qualcuno intento a monetizzare la crisi e riscuotere il bottino passa.

Luca Zaia, il presidente di Regione più votato degli ultimi 25 anni riconfermato per il suo terzo mandato nel 2020 con il 77% delle preferenze, è un gigante che il Carroccio non può ignorare. Sulla scorta della sua popolarità, o forse proprio in sua funzione, Zaia si distingue per posizioni spesso autonome rispetto alle linee guida, dai complimenti all’acerrimo nemico di Salvini, il defenestrato Fabio Fazio per il suo Che tempo che fa?, fino ai diritti civili, per i quali chiede una “no fly zone” da parte dei partiti. «La politica deve garantire una libera scelta» sul fine vita, così come non deve ostacolare le unioni Lgbtq+, deve difendere la legge 194 sull’aborto e deve combattere l’omofobia (“penso sia una patologia”). Secondo alcuni un progressismo mascherato da rigore («non vi dirò mai come la penso io, ma siamo qui ad applicare le leggi»), ma in effetti volate a sinistra non sono nemmeno nuove nel Partito. E non stiamo parlando del Leoncavallo, il centro sociale di Milano tanto frequentato in gioventù da Salvini, ex leader dei “comunisti padani”, ma per esempio del compianto Maroni, cresciuto a pane, Manifesto e Democrazia proletaria. Oppure dell’economista Alberto Bagnai, approdato alla destra sociale di Salvini ma convinto “populista di sinistra”. Né le primissime istanze nordiste si volevano schierate. Negli anni Ottanta un volantino della Lega Lombarda inneggiava alla “coscienza partigiana” e prendeva le distanze da ogni tipo di centralismo, dal fascismo al lepenismo. Nulla che oggi scalfisca minimamente la collocazione politica della Lega: insomma, la risposta non è a sinistra, è trasversale.

Ai suoi esordi, specialmente in Veneto, la Lega Nord condivideva la sua base sociale con la Democrazia Cristiana, con il piccolo-medio ceto imprenditoriale poco attratto dai fuochi ideologici ma ben lucido quando si parla di autonomia amministrativa e fiscale. Ecco che Zaia, che di democristiano ha perlomeno un atteggiamento super partes e un approccio pragmatico, non pronuncia una parola di troppo nemmeno sotto tortura, ma lascia che sia il suo ampio e appunto trasversale consenso a lavorare in background. Nessun fratricidio shakespeariano all’orizzonte: quando la bolla Salvini si sarà sgonfiata, il segretario uscente sarà il solo colpevole della sua disfatta. Dopo di lui, intanto, sarà già pronta un’altra Lega, forse più vecchia che nuova.