Varsavia, Praga, Bratislava, Budapest: quattro Capitali sfidano le regole di Bruxelles e si dividono sulla guerra che bussa alle porte, per poi ritrovarsi più europee di prima. Perché la loro voce è così importante?

«L’Europa Centrale è un luogo in cui storicamente le guerre cominciano e finiscono»: lo sapeva bene l’ex premier slovacco e leader del Movimento Cristiano Democratico Ján Čarnogurský, nato nel cuore di un’Europa deflagrata dalla Seconda Guerra Mondiale, recintata da una cortina di ferro, poi imprigionata da un muro e oggi ancora tramortita, libera ma irrisolta. A Est del vecchio confine, lontano da Bruxelles, da Strasburgo e dal bacino del Mediterraneo, c’è un cuore mitteleuropeo che parla la lingua del romanziere Milan Kundera, dell’intellettuale György Konrád e del poeta Premio Nobel Czesław Miłosz, dissidenti per i loro regimi ma soprattutto europei convinti: quel cuore si fa chiamare Visegrád, e prima impareremo ad ascoltare il suo battito, meglio sarà per l’Europa intera.

Il Gruppo di Visegrád nasce ufficialmente il 15 febbraio del 1991 per raccogliere la volontà delle quattro economie europee post-sovietiche più performanti, intenzionate a lasciarsi indietro il comunismo e a intessere una salda cooperazione politica, economica, militare e culturale. Nonostante le differenze, oggi Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia sono ancora unite con il medesimo scopo che perseguono con una struttura regionale volutamente liquida nelle forme (il Gruppo di Visegrád non ha una sede ufficiale, rispetta una turnazione nelle Presidenze ed è dotata di un Fondo Internazionale dal budget annuale di tre milioni di euro). Oggi forse il concetto stesso di Europa Centrale sfugge a chi gode di un punto di vista privilegiato, leggasi occidentale, nel Vecchio Continente, colpa anche di una tendenza radicatissima negli anni in cui il socialismo sfoggiava il suo sorriso peggiore che l’analista politico Edward Lucas definiva il “westplaining” della Regione: in poche parole, la tendenza dei socialisti d’Occidente di riscrivere gli orrori che la loro dottrina stava compiendo a Est come l’infelice deviazione di una filosofia che aveva ancora tutto da dare al mondo. Vallo a spiegare a chi, da quelle infelici deviazioni, è stato costretto all’esilio, scontrandosi con l’“altra” memoria storica, quella che ancora oggi e già allora ci proibiva di avallare le buone intenzioni dei regimi neri che hanno macchiato per sempre la nostra terra.

In un momento storico in cui il dibattito europeo si confronta seriamente con l’annosa questione del federalismo, è al rinnovato spirito regionalista nel Vecchio Continente che dobbiamo guardare, non per offuscare i confini conquistati col sangue degli Stati nazionali, ma per leggere fra le righe della Storia il futuro dell’Europa. Oggi il Gruppo Visegrád è spesso circoscritto nell’agone dei dissidenti, testa di una sorta di serpe in seno che pur non mettendo mai in discussione la propria “europeità”, se mai ne esistesse una, si fregia di un qualche alone peculiare ed eterodosso. E come minoranza, in effetti, il Gruppo si è spesso distinto per la sua posizione sovranista criticamente opposta all’europeismo spinto dell’Europa Occidentale, e che pure ha fatto sentire non poche volte la propria voce, forte del meccanismo di votazione all’unanimità che vincola l’Unione ad una compattezza assoluta. Ebbene nelle intenzioni originali non era questo lo scopo del V4: «le sue attività – si legge sul suo sito – non sono in nessun modo orientate all’isolamento all’indebolimento dei legami con le altre Nazioni». Lo scopo è al contrario quello di “incoraggiare un’ottima cooperazione con tutti i Paesi” e dunque favorire “lo sviluppo democratico in tutte le parti d’Europa”. Sedendosi a quel tavolo, 33 anni fa, il presidente della Repubblica Cecoslovacca Václav Havel, il capo di Stato polacco Lech Wałęsa e il premier ungherese József Antall erano convinti di promuovere in questo modo anche un’adesione collettiva dei tre Paesi (nel 1993 la separazione della Cecoslovacchia determinò l’adesione al Gruppo di Repubblica Ceca e Slovacchia) all’Unione europea. I criteri di adesione imposero poi dei percorsi individuali negoziati, che culminarono tutti nel 2004 con l’ingresso nell’Unione: sembrava ricucito, perlomeno politicamente, quello strappo aperto dal Muro additato, lo nota Roberto Sommella su La Nuova Europa, anche dal compianto Kundera che “insorge contro la divisione artificiale che aveva tagliato in due il Continente deportando all’Est il mosaico delle piccole Nazioni centro-europee, situate geograficamente al Centro, culturalmente in Occidente e politicamente ad Est, col risultato di proiettarle fuori dalla loro stessa storia”. Ma la prepotenza della storia non fa sconti, oggi il Gruppo Visegrád siede di nuovo dal lato giusto del tavolo e rivendica una legittima voce in capitolo.

«Nel corso delle crisi di politica estera, l’Ungheria si è tradizionalmente rivolta alla Germania, i cechi e gli slovacchi alla Russia e la Polonia a poteri remoti come Francia e Inghilterra nel passato, o gli Stati Uniti oggi. Il Gruppo Visegrád non dovrebbe sopprimere queste inclinazioni storiche, ma dovrebbe impiegarle per promuovere i suoi scopi comuni» suggerisce ancora Čarnogurský, che coglie un elemento essenziale del V4: la sua sopravvivenza dipende dalla compattezza del suo operato e dalla sua indisponibilità ad un’eterna rincorsa al gigante più grande o più vicino o più generoso. Ce lo ha dimostrato in parte un fatto gravissimo di cronaca recente: l’attentato alla vita di Robert Fico, il premier slovacco gravemente ferito dal 71enne Juraj Cintula. A finire in manette è uomo fino a ieri fra il comune e l’anonimo, apparentemente schierato con la sinistra moderata contro Fico, più precisamente, spiega lo stesso attentatore, contro il tentativo di controllare l’emittente radiotelevisiva pubblica Rtvs, la destituzione del presidente del Consiglio della magistratura e lo stop all’invio di armi in Ucraina più volte invocato dal primo ministro. Se non fosse che altri elementi fanno pesare la bilancia politica di Cintula dall’altro lato. Come ad esempio un suo legame passato con il gruppo paramilitare filo-russo Slovenski Branci (i “Coscritti slovacchi”, ufficialmente scioltisi nel 2022), molto attivo nella propaganda pro-Cremlino nel Paese. Se la soluzione dell’enigma non è quasi mai la prima che viene in mente, mentre le indagini si occuperanno di determinare il preciso movente di Cintula anche allo scopo di individuare eventuali complici, la presidente uscente Zuzana Strapáková e il suo successore eletto Peter Pellegrini hanno lanciato un messaggio ben preciso: «usciamo dal circolo vizioso dell’odio e delle accuse reciproche – recitano all’indomani dell’attentato. – Quello che è successo ieri è stato un atto individuale ma il clima attuale è il risultato delle nostre azioni collettive». La polarizzazione politica interna in Slovacchia, esacerbata da un agone in cui chi non si schiera resta a subire, è la medesima che avvelena tutta l’opinione pubblica europea.

Anche per questo mantenere uno sguardo regionale in ottica V4 è ancora importante per le quattro democrazie mitteleuropee, che invece ancora sullo scontro ideologico fra blocco orientale e blocco occidentale si dividono. Da un lato della barricata Praga e Varsavia convintamente atlantiste nel sostegno all’Ucraina, dall’altro si asserragliano l’Ungheria di Viktor Orbán, vicino a Mosca, e sempre più anche Bratislava. È proprio il quarto mandato di Fico a raffreddare i rapporti fra la Slovacchia e la Repubblica Ceca, per esempio, con il premier sopravvissuto che chiede che Kiev ceda i territori conquistati da Mosca e il suo omologo ceco Petr Fiala che spinge l’UE ad alimentare gli aiuti militari all’Ucraina anche con acquisti esterni. «Non crediamo che sia appropriato tenere consultazioni intergovernative con il Governo slovacco nelle prossime settimane o mesi» tagliava corto Fiala a marzo. «Ho sempre sostenuto Visegrád e mi dispiace molto che il petrolio russo a buon mercato sia per i politici ungheresi più importante del sangue ucraino» rincara la dose la ministra della Difesa ceca Jana Černochová. È così che incastonati al centro di un’Europa sempre divisa in due, il Gruppo Visegrád è ancora vittima del westplaining, destinataria di appelli di incondizionata adesione ideologica, tanto da Est quanto da Ovest, che rischia di ridurlo a pedine in uno scacchiere geografico in cui invece sarebbero, a tutti gli effetti, Re e Regina.

Per il momento il Gruppoha escluso un allargamento ad altri Stati, risolvendo le richieste di adesione di Lituania, Slovenia e Romania con la formula V4+. Questa scelta riflette innanzitutto la volontà politica dei quattro Paesi fondatori di mantenere una posizione di primato rispetto ad un vicinato accorso in un secondo momento, ma è anche un messaggio chiarissimo a Bruxelles: «l’obiettivo finale degli Stati V4 è sempre stato quello di essere più forti all’interno dell’Unione Europea e della NATO, e non al di fuori di queste strutture» spiega il ricercatore del Warsaw Institute Piotr Bajda. Una policy rimasta intatta anche quando il Gruppo si è reso protagonista di veti divisivi come quello sulla redistribuzione dei migranti o di accese polemiche sulle politiche green dell’Unione. Un tema, questo, che non può ignorare lo stato dell’arte delle economie di Visegrád ancora fortemente dipendenti dal carbone e dunque impossibilitate a perseguire contemporaneamente i binari paralleli dello sviluppo e della sostenibilità. Politicamente, questo obiettivo è stato centrato, è e sarà al sicuro. Ma “nuotare nel mare della democrazia è una gran fatica, lo Stato di diritto non plana dall’alto, il mercato senza frontiere, e soprattutto senza Governo, produce più ricchezza e più diseguaglianze” osserva lucido Mattia Feltri sull’HuffPost. Il raffronto con un Ovest che ce l’ha fatta, che detta la via, accoglie e poi lascia allo sbaraglio, rischia di risvegliare nei marginalizzati d’Europa (lo abbiamo visto bene in Slovacchia) quella che la scrittrice albanese Lea Ypi chiama “colpa del fallimento”, richiamando lo sguardo al ricordo del socialismo, “cioè dell’antidemocrazia, [che] conserva un fascino perché livellava verso il basso, e tutti avevano di meno, ma risparmiava dal confronto con chi ha di più o molto di più”. Ecco qual è l’altra faccia del “dissenso” di Visegrád: palesarsi scontenti dell’imperfezione dell’Europa ma non nostalgici delle dittature, e anzi ostinarsi in una partecipazione che pur faticosa è inevitabile per un’Unione che sia davvero plurale e democratica come si professa. Per tornare a essere, visto l’incipiente allargamento a Est, anche geograficamente, al Centro d’Europa.

Leggi anche Cinque riflessioni post voto

BOX – Perché Visegrád?

Per siglare l’accordo si scelse la città-castello di Visegrád, corte del grande re d’Ungheria Mattia Corvino che più di mezzo secolo fa già riuniva sotto la sua giurisdizione gran parte dei territori del Gruppo (una curiosità: secondo lo storiografo italiano Antonio Bonfini, il sovrano Mátyás discendeva dalla gens romana dei Corvinus). Il forte simbolismo del luogo emerge anche dalla circostanza che proprio a Visegrád nel 1335 Giovanni I di Boemia, Carlo I d’Ungheria e Casimiro III di Polonia avevano indetto un Congresso medioevale per avvicinarsi al resto d’Europa allo scopo di contrastare insieme la potenza espansionistica degli Asburgo.