Le persone di colore non hanno le “ossa grosse”. Dagli Usa all’Italia, ecco perché ci sono pochi campioni neri

«I neri nel nuoto sono svantaggiati per ragioni fisiologiche. Hanno una densità ossea più elevata rispetto ad altre popolazioni e una minor percentuale di tessuto grasso: perciò galleggiano meno facilmente». Con questa frase, una nota rivista di divulgazione scientifica italiana spiega perché ci sono pochi campioni di colore nel nuoto. E, con la diffusa pratica del “copia-incolla”, queste stesse parole sono replicate in decine di siti. Questa affermazione è falsa e razzista. E diffusa in tutto il mondo. 

Se si nasce e si vive in Africa è molto difficile diventare un campione di nuoto: mancano piscine, strutture, facilitazioni… Insomma, mancano le possibilità (fa eccezione il Sud Africa). Ma gli Usa sono di gran lunga la potenza mondiale del nuoto, con 583 medaglie olimpiche (di cui 259 d’oro) in 33 edizioni. Il divario con tutte le altre nazioni è abissale: la seconda in classifica è l’Australia, con 214, la terza era la Germania Est (92). Di queste medaglie solo 6 sono state appese al collo di atleti afroamericani e solo nell’ultimo millennio Eppure i neri rappresentano il 12% della popolazione. Il perché di questo gap non va cercato nella genetica, ma nella storia degli Stati Uniti. 

L’epopea dei nuotatori neri negli Usa

Discriminazione razziale – SHUTTERSTOCK

La ragione principale alla base del problema risiede nell’era della schiavitù prima e della segregazione poi. Ebony Rosemond, direttrice di Black Kids Swim, un’organizzazione che promuove il nuoto tra i giovani afroamericani, ha osseravato che «gli schiavi sarebbero potuti fuggire dalla schiavitù sapendo nuotare. Quindi era nell’interesse dei bianchi – prosegue – che non avessero quell’abilità o che fossero troppo spaventati per stare in acqua». Dopo l’abolizione della schiavitù nel 1865, i movimenti suprematisti bianchi terrorizzarono gli afroamericani, «linciandoli, brutalizzandoli e appendendo i loro corpi vicino a specchi d’acqua».

Il professor Jeff Wiltse, autore di “Contested Waters: A Social History of Swimming Pools in America” sostiene che «la discriminazione ha contribuito all’aumento del tasso di annegamento tra le persone di colore». Nel suo lavoro, Wiltse ha identificato due periodi di boom del nuoto negli Stati Uniti: negli anni ’20 e ’30, quando il nuoto ricreativo divenne popolare, e negli anni ’50 e ’60, quando l’idea del nuoto come sport decollò davvero. Il primo boom è stato segnato dalla costruzione di circa 2.000 nuove piscine comunali in tutta la nazione. «Ai neri americani è stato in gran parte e sistematicamente negato l’accesso a quelle piscine – osserva -. Il nuoto non è mai diventato parte della cultura ricreativa afroamericana».

Negli Stati Uniti settentrionali la segregazione nelle piscine finì negli anni 40 e all’inizio degli anni 50, ma molti nuotatori bianchi risposero abbandonando le piscine comunali e dirigendosi verso club privati, dove la segregazione continuava a essere applicata. «Le piscine comunali sono quindi diventate una bassa priorità pubblica», osserva Wiltse.

Ci sono episodi raccapriccianti per descrivere il clima del periodo: nel 1964 il direttore di un motel a Saint Augustine, in Florida, gettò dell’acido in una piscina dove cinque manifestanti neri (tra cui una ragazzina 17enne) avevano organizzato una nuotata. Alla fine legale della segregazione, proprio in quell’anno, i neri che eccellevano in questo sport dovettero capire come ottenere l’accesso ai club privati ​​e costosi, riservati ai soli membri, dove solitamente si tenevano le gare di nuoto.

Dopo le rivolte razziali degli anni ’60, molte città iniziarono a costruire piscine in zone prevalentemente nere ma il problema persisteva. Molte delle nuove vasche erano piccole, spesso solo 20 x 40 piedi (6 x 12 metri) e profonde 3,5 piedi (1 metro). «Non erano molto adatte al nuoto – osserva Wiltse nel suo volume -. Attiravano i bambini piccoli che vi stavano dentro e sguazzavano. Non c’era davvero nessuno sforzo per insegnare ai bambini afroamericani a nuotare in queste piscine». Sebbene ci siano molti bambini bianchi poveri o della classe operaia che non sanno nuotare per ragioni simili, il nuoto si è guadagnato l’immagine di uno “sport bianco”: «È visto come uno sport da country club, a cui possono partecipare solo i ragazzi molto ricchi. La piscina è una cosa molto elitaria, da avere nel proprio cortile», sintetizza il professore. 

Anthony Ervin vince la medaglia d’oro a Rio 2016 – ANSA

Da allora, negli Usa molto è stato fatto, soprattutto grazie a persone come l’allenatore Jim Ellis, che ha fondato la prima squadra di nuoto nera del Paese già nel 1971, a Philadelphia. Descritto nel lungometraggio del 2007 “Pride”, Ellis ha posto le basi per l’accessibilità alle squadre di nuoto di diverse comunità. Persone come Chris Silva, che è diventato il primo nuotatore nero a competere nelle prove olimpiche statunitensi nel 1984. E come Sabir Muhammad, diventato il primo nuotatore nero a stabilire un record americano ai Campionati nazionali del 1998 nelle 100 yarde farfalla. Ha stabilito 10 record americani nel corso della sua carriera ed è stato il primo afroamericano a vincere una medaglia in una grande competizione internazionale ai Mondiali in vasca corta nel 2000 ad Atene. C’è Anthony Ervin, che è diventato il primo afroamericano a far parte di una squadra olimpica di nuoto statunitense. È arrivato secondo nei 50 metri stile libero più tardi nell’incontro, aggiungendo la prima qualificazione a un evento individuale afroamericano. Ai Giochi di Sydney, è diventato il primo afroamericano a vincere l’oro in una gara di nuoto e, 16 anni dopo, ha aggiunto un altro oro a Rio. 

E ci sono anche le ragazze, come Maritza McClendon, che è diventata la prima donna afroamericana a far parte della squadra olimpica di nuoto degli Stati Uniti e ad avere una medaglia. Come Cullen Jones, prima nuotatrice nera a stabilire un record mondiale, ha fatto parte di due squadre olimpiche statunitensi che hanno portato a casa 4 medaglie olimpiche e ha battuto il record americano nei 50 metri stile libero ai Campionati nazionali statunitensi del 2009.

Simone Manuel medaglia d’oro ai Mondiali 2017, davanti alla svedese Sarah Sjoestroem e alla danese Pernille Blume – ANSA

E poi ci sono Simone Manuel, Lia Neal e Natalie Hinds:  Neal è stata la prima donna nera a nuotare nella manche finale ai Giochi Olimpici e la prima donna nera a nuotare in più Olimpiadi. Manuel è diventata la prima donna nera americana a vincere una medaglia d’oro olimpica individuale, e Hinds ha lasciato un segno indelebile nella storia olimpica nel 2021, conquistando il bronzo nella staffetta 4x100m stile libero a Tokyo. 

Per le donne nere affrontare la piscina ha una difficoltà in più rispetto ai colleghi maschi: la loro chioma. Lo spiega, tra gli altri, Alice Dearing, 22 anni, unica nuotatrice di colore della nazionale inglese: «Sembra ridicolo, ma la verità è che il cloro danneggia i capelli, soprattutto quelli più folti come quelli delle ragazze nere. Può essere davvero dannoso per l’immagine che hai di te stesso e per l’autostima». Ad oggi, secondo i dati di Usa Swimming, le persone di colore che praticano nuoto sono lo 0,14% del totale, meno dei nativi americani (0,2%),. Molto è stato fatto, ma ancora molto c’è da fare. 

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E in Italia?

L’integrazione in piscina – SHUTTERSTOCK)

La squadra azzurra presente ai Mondiali di Doha è composta da 24 atleti, nessuno non caucasico. L’Italia ha una storia di immigrazione molto recente e diversa da quella degli Stati Uniti, dove l’importazione degli schiavi risale a prima della fondazione stessa del Paese, nel 1776. Nella nostra penisola, bisogna arrivare alla fine degli anni ‘70 ed è solo nel corso del primo decennio del XXI secolo che l’immigrazione ha assunto dimensioni importanti. Nel censimento del 2011, il numero degli stranieri residenti ha superato i 4 milioni, circa 4 milioni e mezzo stimando anche quelli sfuggiti alla rilevazione. 

All’inizio del 2018 gli iscritti in anagrafe sono quasi 5 milioni e 150 mila. Secondo le stime della Fondazione ISMU si superano i 6 milioni se si aggiungono i non residenti. Se prendessimo in considerazione anche i naturalizzati (italiani per acquisizione) e i figli di coppie miste, dovremmo innalzare la cifra di altri due milioni all’incirca, portando la popolazione straniera e di origine straniera dal 10 ad oltre il 12 per cento delle persone abitualmente dimoranti in Italia. Di questi, circa 2,5 milioni sono europei (di cui 1,4 milioni proviene da Paesi appartenenti all’UE), 1.150.627 provengono dagli Stati africani (22,2%, soprattutto dai Paesi dell’Africa settentrionale e occidentale) e 1,1 milioni (22,6%) dall’Asia. Secondo le statistiche, solo 120, 130mila persone all’anno ottengono la cittadinanza italiana. 

Anche ignorando il divario economico e la differenza culturale (su questo c’è l’interessante analisi dell’Istat sulle seconde generazioni), se un ragazzo straniero, magari nato in Italia, decide di praticare uno sport si trova di fronte all’ostacolo di non essere italiano, e quindi non tesserabile. Dopo alcuni casi eclatanti di esclusione nei confronti di giovani atleti da competizioni importanti, uno proprio nel nuoto, con una giovane sincronette nordafricana, nel 2016 il governo Renzi varò lo Ius soli sportivo. Come spiega il Comitato olimpico (CONI), nello specifico prevede la possibilità per i minori stranieri regolarmente residenti in Italia «almeno dal compimento del decimo anno di età» di essere tesserati presso le federazioni sportive «con le stesse procedure previste per il tesseramento dei cittadini italiani».  

Il governo Draghi, nel 2021, ha parzialmente modificato la norma sullo Ius soli sportivo. Così, dal 1 luglio 2023, i minori di anni diciotto che non siano cittadini italiani possono essere tesserati con le stesse procedure previste per il tesseramento dei cittadini italiani anche qualora non siano in regola con le norme relative all’ingresso e al soggiorno, purché siano iscritti da almeno un anno a qualsiasi classe dell’ordinamento scolastico italiano. Al compimento della maggiore età, l’atleta, se vuole gareggiare come italiano, deve conseguire la cittadinanza. 

L’Italia ha già avuto campioni di colore, pensiamo a Fiona May e a Marcell Jacobs, al “caso” Balotelli nel calcio, ma nel nuoto non vi è traccia di atleti neri. Facendo una rapida ricerca sui motori di ricerca, le cronache riportano diversi episodi di razzismo in piscina: ha fatto scalpore, nel 2022, il caso di Asti, quando è stato vietato l’ingresso a una famiglia nigeriana (i gestori si difesero dicendo che tra i membri c’era una persona che aveva “creato problemi” in precedenza). Ma questo è solo un episodio tra tanti. E sono moltissime le piscine che non permettono di fare il bagno vestiti, vietando l’ingresso in acqua, di fatto, alle donne che indossano il cosiddetto “burkini”. Eppure la regina del nuoto, Federica Pellegrini, e non solo lei, nuotò con un costume fino alle caviglie. 

Come si stanno comportando gli enti del nuoto su questo problema? Questa domanda sarebbe dovuta essere stata rivolta al presidente della Federazione Italiana Nuoto Paolo Barelli ma, nonostante reiterati tentativi, non è stato possibile ricevere risposta. Tra le iniziative dello scorso ambito, nel sito viene segnalato un corso, “La piscina inclusiva – la formazione per nuove competenze per lo sport sociale, di comunità e di base”, che si è tenuto nel marzo scorso a Riccione. Nella scheda si legge: «Va anche evidenziato che la percentuale di vittime d’incidenti legati all’acqua è maggiore tra le comunità di cittadini di recente immigrazione, che per ragioni socioeconomiche e culturali fanno fatica a frequentare le piscine. Una sperequazione inaccettabile alla quale va posto rimedio rendendo le piscine un ambiente più inclusivo attraverso varie tipologie d’intervento, fra le quali è certamente la formazione e sensibilizzazione degli operatori». 

Diversa la strategia dall’Unione Italiana Sport per Tutti (UISP), che, per nome e per statuto, opera per rendere la pratica sportiva accessibile, contrastando fattivamente ogni tipo di discriminazione. Nel 2018 produce il documentario “La felicità è blu” di Enza Negroni per Proposta, in cui vengono presentati Samuede, 19 anni, e Sonia Andreis, 14 anni, due fratelli di padre italiano e madre nigeriana, considerati promesse del nuoto. Sam è in procinto di partire per un college statunitense, dove, grazie ai tempi ottenuti in una competizione oltreoceano, avrà la possibilità di studiare e proseguire con la carriera agonistica. Sonia, invece, pensa a un prossimo futuro con la nazionale nigeriana (che a questi Mondiali è presente con soli due atleti). I due ragazzi non raccontano delle difficoltà che hanno incontrato nell’esibire i loro perfetti corpi ambrati vicino a decine di bianchi, ma si intuiscono dalle poche parole (ma pronunciate con occhi molto espressivi) della madre. 

Diversa l’esperienza di Fatima Zahra Lafram, giovane che frequenta i corsi di nuoto nella piscina Uisp di Torino nelle ore riservate alle sole donne, iniziativa ad hoc per le persone di religione islamica: lei e una sua amica hanno subito un’aggressione su un autobus, da parte di una ragazza che le ha colpite e ha strappato loro il velo. Dopo quell’episodio, la Uisp ha organizzato una manifestazione cittadina.

La mamma dei due campioni in erba, che gestisce una bottega etnica a Bologna, confessa di non saper nuotare. Come lei, quasi tutti i suoi connazionali, in particolare le donne. Non è un problema economico o di cultura, come ha scritto la FIN, visto che ha due figli che passano la maggior parte della giornata in piscina. È  un tabù che ha radici lontane e che Martin Luther King ha inciso in uno dei suoi epitaffi più celebri: «Quando sento dire: ”Il popolo non è pronto, mi sembra come se si dicesse a uno che cerca di nuotare: non buttarti in quell’acqua finchè non avrai imparato a nuotare”. Mentre, in realtà, non si impara mai a nuotare finchè non ci si butta in acqua».

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di Giulia Guidi

(foto ANSA)