La regina dello sport dell’elite bianca è nera e, con la sorella Venus, ha attivato una rivoluzione, sia razziale che di genere

Non era necessario che l’Intelligenza artificiale incoronasse Serena Williams come «la più grande atleta di tutti i tempi». Una volta ricevuta la domanda da parte di NBC Sports, ChatGPT si è semplicemente limitata a incrociare i dati straordinari della sua carriera (23 Grandi Slam vinti) e del suo conto in banca da sportiva più pagata di sempre, con un patrimonio di 250 milioni di dollari. Non è possibile sapere se il software ha tenuto in considerazione che Serena Williams è nera. Nera in uno sport per bianchi, non per regolamento ma di fatto. E questo fa della lunga carriera della campionessa, che si è ritirata nel 2022 a 41 anni, un caso unico e rivoluzionario.

Il ghetto

Il luogo dell’omicidio di Yetunde Williams, nel 2003, a Compton LA – foto ANSA

Non si può raccontare la storia di Serena Williams senza intrecciarla con quella della sua famiglia e soprattutto della sorella maggiore Venus, anche lei tennista stratosferica, spesso seconda solo alla sorellina. Serena nasce nell’81 a Saginaw, Michigan, da Oracene Price e Richard Williams. È la più giovane delle cinque figlie di Oracene: le sorellastre Yetunde, Lyndrea e Isha e la sorella maggiore Venus. Ha anche almeno sette fratellastri paterni. 

Quando i bambini erano piccoli, la famiglia si trasferì nel ghetto di Compton, in California per decisione del padre, convinto che solo lì le sue figlie avrebbero potuto imparare a superare qualsiasi avversità, uscendone sempre più forti. Incomparabilmente più forti. Mentre le piccole Williams colpiscono le palline lanciate da papà, a Compton si spara: decine di omicidi all’anno e nel 2003 qui morirà in una sparatoria anche la sorella maggiore Yetunde, all’epoca segretaria particolare delle campionesse. Qui, in un luogo dimenticato anche dallo “Yes, we can” di Barak Obama, le future regine del tennis mondiale hanno dovuto imparare a guardare le altre come nemiche, a urlare e ad alzare il pugno con rabbia. 

Il razzismo

Maria Sharapova e Serena Williams sul podio delle Olimpiadi di Londra nel 2012 – foto ANSA

Quando Serena aveva nove anni e Venus 10, la famiglia si trasferisce a West Palm Beach, in Florida, per far loro frequentare l’accademia di tennis di Rick Macci. Dopo un anno le bambine vengono ritirate e riportate ad allenarsi privatamente perché Richard aveva sentito genitori bianchi parlare delle figlie in modo dispregiativo durante i tornei. Ed è stato solo l’inizio. 

Nei primi tempi della carriera professionale di Williams, commentatori come John McEnroe e Mary Carillo discutevano spesso delle perline per capelli che lei e sua sorella indossavano in campo, descrivendole come «rumorose e disturbanti».

Durante la finale del torneo di Indian Wells in California nel 2001, il pubblico fischiò Serena, Venus e il loro padre Richard, urlando insulti razzisti e accusandoli di «partite truccate». Nel 2016 la campionessa Maria Sharapova, nel suo libro, mascolinizza l’ex avversaria, descrivendola come  «grossa», «intimidatoria» e «molto più forte e più grande di quanto si pensi guardando la tv». Nel 2016 Serena aveva battuto Maria Sharapova 18 volte consecutive… . Nel 2018, il quotidiano australiano Herald Sun ha pubblicato una vignetta di Williams che molti hanno definito razzista (e che è stata rimossa dal web), in cui veniva raffigurata come un enorme figura nera che piagnucolava con l’arbitro. Un conduttore televisivo rumeno ha detto nel 2019 che sembrava «una di quelle scimmie allo zoo con i culi rossi».

Ma era la numero uno al mondo. «Siamo passate  dall’essere due grandi campionesse nere all’essere le migliori di sempre, punto. Ed è quello che abbiamo fatto. Abbiamo eliminato il colore e siamo diventate le migliori», disse alla CNN.

La via Serena

Naomi Osaka e Serena Williams all’US Open del 2018 – foto ANSA

Per la discriminazione che ha dovuto affrontare nel corso della sua carriera, Serena è una strenua sostenitrice dell’uguaglianza di genere e razziale nello sport. Ha spinto per la parità di retribuzione, sottolineando sempre che «le donne nere guadagnano il 17% in meno rispetto alle loro controparti bianche e che le donne nere sono pagate il 63% dei dollari che vengono pagati gli uomini“. Quando la Williams vinse Wimbledon nel 2007, diventò la prima donna a essere pagata allo stesso livello del suo omologo maschile, Roger Federer.

Le sorelle Williams hanno sostenuto la ristrutturazione da 18 milioni di dollari di un centro tennis in un quartiere a basso reddito di Washington e molte giovani atlete nere hanno seguito la strada tracciata da loro. Giocatrici come la giapponese Naomi Osaka, la campionessa del Grande Slam Sloane Stephens e l’emergente Robin Montgomery hanno tutte citato Williams come fonte di ispirazione.

Da un’analisi di Sports Marketing Survey risulta che la partecipazione dei tennisti neri è aumentata del 44% tra il 2019 e il 2021, da 1,6 milioni a 2,3 milioni, e questa crescita è più evidente nel tennis femminile che in quello maschile. Secondo Martin Blackman, direttore generale dello sviluppo dei giocatori, circa il 15% delle ragazze nere e solo il 5-7% dei ragazzi neri hanno partecipato ai campi di tennis della United States Tennis Association. Un numero record di donne nere ha rappresentato l’America nel sorteggio unico degli US Open 2020 e Grimes sostiene che il picco di tenniste nere può essere attribuito a Williams: «Ha innegabilmente rivoluzionato il tennis femminile e ha dato a così tante donne e ragazze, soprattutto a quelle della comunità nera, una potente rappresentazione di ciò che significa superare le avversità, combattere per ciò in cui si crede ed essere un campione».

Champion e Campion

Jane Campion – foto ANSA

Eppure tutto questo non è ancora sufficiente. Nel 2022, il film sui Williams,  “Una famiglia vincente” ha partecipato, tra gli altri, al Critics Choice Award, vincendo il premio per la miglior interpretazione maschile di Will Smith. Le sorelle erano presenti (estremamente fashion, come da loro abitudine). La regista Jane Campion, nel ritrarre il suo riconoscimento per “Power of the dog”, ha iniziato il suo discorso esprimendo quanto fosse grata di essere circondata da «così tante donne incredibili» e, rivolgendosi direttamente a Venus e Serena, ha detto alle sorelle che è stato «un onore» essere nella stessa stanza con loro. Poi ha aggiunto: «Vorrei anche esprimere il mio affetto ai miei compagni – i ragazzi – i nominati», ha detto Campion, riferendosi al fatto che era l’unica donna nominata nella categoria Miglior regista. «E, Serena e Venus, siete delle meraviglie. Comunque non giocate contro i ragazzi». Ci fu una breve pausa scomoda e una risata nervosa, poi Campion concluse: «Come faccio io». Nella sala è scattato un applauso ma, mentre Serena applaudiva, la reazione di Venus è stata di pura confusione, rispecchiando le espressioni di molti spettatori neri a casa. 

Anche se la stilettata di Campion è giustificata dal fatto che, nei 93 anni di storia degli Oscar, solo due donne hanno vinto il premio come miglior regista (Kathryn Bigelow è stata la prima per “The Hurt Locker” del 2010 e Chloé Zhao per “Nomadland” del 2021), l’aver tirato in ballo le sorelle Williams ha provocato molto clamore tra le intellettuali nere (e non solo). La regista è stata accusata di “femminismo bianco” e di non aver tenuto conto, almeno in quell’intervento, che le donne delle minoranze etniche siedono all’intersezione di due identità emarginate e che le due campionesse hanno dovuto confrontarsi con il razzismo e il sessismo durante tutta la loro carriera.

«Sembra che le donne bianche ignorino facilmente la difficile situazione delle donne nere perché, anche di fronte all’oppressione, non ci vedono necessariamente come loro pari. Direi che la loro vicinanza al bianco prevale sulla loro fedeltà al genere – ha detto sull’episodio la giornalista nera Natasha Mulenga a Vogue -. Storicamente, hanno spesso visto le donne nere come trampolini di lancio verso la propria liberazione, oggetti da usare solo per sostenersi».

Il giorno dopo Jane Campion  si scusò con le Williams con una nota. Ma per le due sorelle, probabilmente, non era così importante. Avevano reagito come, per 30 anni, sui campi da gioco: indifferenti e più forti di prima.

di Giulia Guidi

Foto ANSA