Tra il febbraio e il maggio del ‘46 un uomo senza nome prende di mira le coppiette di una tranquilla cittadina del Texas: lascia una scia di 6 cadaveri, ma non verrà mai identificato
Il mese di febbraio è uno dei più romantici dell’anno, forse quello che più di ogni altro fa venire in mente il colore rosa, il sapore del cioccolato, le note delle canzoni più dolci e la Tour Eiffel sullo sfondo di una fotografia opaca. Certo, buona parte di tutto questo è determinato dalla consumistica tradizione di celebrare San Valentino, ricorrenza che ha dato un prezzo all’amore romantico, ma è pur vero che, se di sentimenti positivi si tratta, allora forse è bene chiudere un occhio e lasciare che gli amanti si incontrino al chiaro di luna per sussurrarsi il proprio amore, stretti l’uno all’altro “contro le porte della notte”, come suggeriva Jacques Prévert. Sfortunatamente la luna può essere traditrice: proprio come l’amore.
La notte in cui il terrore bussò alla porta di Texarkana, cittadina della contea di Bowie, in Texas, la luna piena brillava alta nel cielo notturno. Era il 22 febbraio del 1946. Una giovane donna, Mary Jeanne Larey, 19 anni, era uscita di casa per incontrare il fidanzato, il 24enne Jimmy Hollis. Al termine di una piacevole serata si erano appartati nella loro auto: pare quasi di sentirli, tra risolini eccitati e sospiri spezzati, parole sussurrate a bassa voce e il rumore di baci che si perdono nell’aria umida dell’abitacolo. Mancava un quarto alla mezzanotte e avevano scelto un posto isolato, a circa 90 chilometri dall’ultima casa di Texarkana, sul ciglio di una stradina famosa tra le coppiette in cerca di intimità. La magia di quel loro momento, però, era destinata a essere interrotta nel modo più violento. Inizialmente, quando un fascio di luce li investe attraverso il finestrino di Jimmy, il ragazzo pensa a uno scherzo di cattivo gusto: dall’altra parte, con una torcia in mano e un cappuccio di tessuto bianco a coprire il viso, con due fori ritagliati nella stoffa per gli occhi alla “Ku Klux Klan”, c’è un uomo alto e armato che intima loro di scendere. Ma non si tratta di uno scherzo: dopo una prima colluttazione con Hollis, lo sconosciuto aggredisce Mary Jeanne. Inutili i tentativi di fuga e lotta: l’aggressore dapprima la colpisce con il calcio della pistola e poi abusa di lei. Jimmy giace poco distante con il cranio fratturato, privo di sensi. Dopo la violenza, l’assalitore mascherato fugge via. Chissà, forse ha visto qualcosa, forse si è reso conto che è passato troppo tempo; magari non aveva ancora affinato i suoi rozzi metodi, forse un attacco di ansia. Mary riesce a raggiungere la casa più vicina e a chiedere aiuto, la stessa cosa fa Jimmy, che nel frattempo ha ripreso conoscenza ed è stato soccorso da un’auto di passaggio. Entrambi i ragazzi vengono portati in ospedale ma le loro versioni sono discordanti: lei parla di un afroamericano molto alto, secondo lui si tratta di un uomo bianco di circa 30 anni. Il profilo dell’aggressore non convince gli agenti di polizia, ma tutti sono d’accordo su una cosa: Mary e Jimmy sono stati incredibilmente fortunati. Le indagini finiscono in un vicolo cieco e, per un po’, il caso viene dimenticato.
In ogni storia c’è sempre un prologo, un momento incastrato in un tempo fumoso in cui tutto comincia. Certo, nei romanzi il punto di partenza viene ben segnalato ma nella vita, si sa, la segnaletica può essere carente: per questo, per quanto non sia affatto detto che un serial killer nasca come tale, è sempre difficile collegare una prima aggressione con un duplice omicidio. Tanto più se il killer è evanescente, una figura avvolta nell’ombra di cui non si hanno tracce né indizi, che per essere battezzato – perché poche cose fanno più paura di quelle senza nome – ha bisogno che una storia, la sua storia, venga scritta da un giornale. Polly Ann Moore aveva 17 anni quando uscì di casa per l’ultima volta. La notte del 24 marzo 1946 incontrò il suo fidanzato, il 29enne Richard L. Griffin, e salì a bordo della sua Oldsmobile Sedan: una coppia come tante altre, che in una placida domenica sera si apparta 100 metri a sud della US Highway 67 West, vicino a un locale chiamato Dallas Club, un altro di quei posticini in cui le coppiette erano solite celarsi, sotto la luce complice della luna. È un motociclista di passaggio a dare l’allarme, tra le 20:30 e le 21:00: i corpi dei due amanti sono adagiati nell’auto ma le tracce di sangue sull’asfalto raccontano una storia molto simile a quella dell’aggressione del febbraio precedente. Richard e Polly sono stati fatti scendere dalla macchina, sono stati aggrediti con una pistola, poi sono stati uccisi con un colpo alla testa e i loro cadaveri sono stati risistemati sui sedili. Il Texas sprofonda nel panico e chi non è convinto che il brutale omicidio sia solo l’inizio dell’orrore è costretto a ricredersi nell’arco di tre settimane. Il 14 aprile sul lato sinistro della North Park Road viene trovato il cadavere del 17enne Paul Martin, ucciso con cinque colpi di pistola, probabilmente mentre fuggiva: è stato colpito al naso, alla schiena, a una mano, e infine sul retro del collo. Cinque ore dopo, viene trovata anche la sua fidanzata: si chiamava Betty Jo Booker, aveva 15 anni. Gli hanno sparato due volte, al petto e al volto. Come nel caso di Richard e Polly, l’arma del delitto è un revolver calibro 32. Quattro ragazzi morti in meno di un mese, altri due aggrediti poco prima da quella che sembra essere la stessa mano sconosciuta: Texarkana diventa paranoica, gli agenti brancolano nel buio; si aggiungono alle indagini anche i Texas Rangers, una taglia viene messa sulla testa del killer. Ma è una mano insanguinata che non esiste, su cui non si hanno indizi. Il 16 aprile del 1946 il Texarkana Daily News gli dà un nome: Phantom Killer, il killer fantasma. Fuori dai confini nazionali quell’appellativo viene trasformato e ricucito, come un abito troppo largo: è nato il “fantasma di Texarkana”, l’omicida che prende di mira i fidanzati nelle notti di luna piena. Nella prima settimana di maggio il panico dilagante diviene isteria: 16 chilometri a nord-est di Texarkana un uomo di nome Virgil Starks viene ucciso con due colpi di pistola mentre è seduto in poltrona a leggere il giornale nel salotto del suo ranch. Il 7 maggio un uomo di nome McSpadden viene trovato morto accoltellato vicino ai binari della ferrovia 26 chilometri a nord di Texarkana. In mancanza di prove, molti hanno pensato che fossero la quinta e la sesta vittima del killer. Ci furono dei sospetti: nel 1947 un uomo di nome Youell Swinney, 29enne all’epoca dei fatti, venne arrestato dopo esser stato indicato dalla moglie come assassino. La donna si chiamava Peggy: era stata fermata per furto d’auto ma aveva confessato che in realtà il ladro era il marito, in quel momento ad Atlanta. Quando Swinney venne fermato, tuttavia, era convinto di esser stato arrestato per qualcosa di più grave che non un furto d’auto e chiese agli agenti se rischiava la sedia elettrica. Insospettiti dal comportamento paranoico, i ranger interrogarono nuovamente Peggy, che dichiarò non lesinando sui dettagli che il marito era il killer di Texarkana. In seguito, la donna non solo ritrattò ma cadde in contraddizione e venne così considerata una testimone inattendibile. Tuttavia Swinney aveva precedenti per rapina e aggressione e anche se non confessò mai gli omicidi venne incarcerato in Texas e condannato all’ergastolo per furto d’auto recidivo. Nel 1970 presentò domanda di habeas corpus e fu rilasciato nel 1974, per assenza di prove.
Di certo c’è solo che a un certo punto, in quel maggio ‘46, gli omicidi si fermarono. Così come era arrivato, il Fantasma scomparve: e visto che la paura si dimentica, a poco a poco Texarkana tornò alla normalità. Con il passare dei mesi e poi degli anni, il killer delle coppie entrò a far parte della storia e del folclore locale. La sua ombra smise di far paura, il suo nome divenne un sussurro da mormorare intorno al fuoco come quello dei grandi personaggi dei film dell’orrore. Ma lui è esistito davvero: e nelle notti di luna piena, nel silenzio di una radura, il rumore di una serratura della portiera che si apre fa abbastanza rumore da scuotere il velo della Storia.