Il torneo continentale, che si è concluso con la vittoria dei padroni di casa della Costa d’Avorio, è stato (anche) la metafora perfetta della centralità africana nelle strategie economiche globali
La 33esima edizione della Coppa delle Nazioni Africane, nota come Coppa d’Africa, è stata, probabilmente, la più seguita della sua storia. Il Continente aveva sorpreso con l’exploit del Marocco ai Mondiali 2022 in Qatar e il mondo pallonaro attendeva di vedere i top player, con la maglia della loro nazione, realizzare finalmente l’eterna promessa del calcio africano. La competizione, ospitata quest’anno in Costa d’Avorio, non ha mancato di soddisfare anche i puristi del settore.
I padroni di casa, che si erano qualificati come ultima migliore terza nei gironi, hanno creduto nel destino fin dall’inizio di questa Coppa d’Africa. E il fato l’ha ricompensata. Gli arancioni hanno conquistato il trofeo superando in finale la favorita Nigeria del “napoletano” Victor Osimhen. Il “tedesco” William Troost-Ekong, rientrato da un infortunio agli ottavi, ha trascinato il gruppo fino al trionfo.
Fino alla finale, e come in ogni edizione, si è vista molta Europa in questa Africa, con buona pace delle squadre del Vecchio continente, che hanno dovuto rinunciare per 6 settimane ai loro tesserati convocati in nazionale. E questo avviene ogni due anni, non ogni quattro, come per le altre competizioni continentali. I club si lamentano con la UEFA, la UEFA fa presente la cosa alla FIFA, che prende nota. E chiude la nota in un cassetto. Perché i 54 voti delle federazioni a Sud del Mediterraneo sono un pacchetto assai appetibile a Zurigo e si sono rivelati decisivi in momenti cruciali delle sfide per il governo mondiale del calcio.
Per dare un’idea della centralità europea nel torneo è sufficiente dire che dei 630 convocati a questa Coppa d’Africa ben 410 sono tesserati in club del nostro Continente: si tratta del 65%. Ci sono giocatori che provengono dagli squadroni e ragazzi che arrivano da squadrette, persino di sesta serie. Tra i top club, i più martoriati dalle partenze sono stati il Manchester United, che ha perso Amrabat (Marocco), Diallo (Costa d’Avorio) e Onana (Camerun), mentre è impegnato nelle due competizioni nazionali ed in Champions League, e il Bayer Leverkusen che ha perso per un mese Kossounou (Costa d’Avorio), Boniface (Nigeria) Tapsoba (Burkina Faso) e Adli (Marocco), sempre durante tre tornei. Situazione ancora più critica per le squadre francesi, che hanno tradizionalmente la più alta concentrazione di giocatori con il passaporto africano: il Marsiglia ha visto partire 7 giocatori ed il Monaco 5.
E questi sono i giocatori più noti, ma quest’anno è emerso un altro dato impressionante: tra i convocati, quasi un giocatore su tre, in totale sono 186, è nato in Europa. I flussi migratori s’invertono: i figli degli africani arrivati nel Vecchio continente negli ultimi 40 o 50 anni rifanno al contrario la rotta seguita dai propri genitori, per vestire la maglia di un Paese che a volte iniziano a conoscere proprio giocando in nazionale.
Se il contributo europeo alla Coppa d’Africa è stato umano, quello cinese è stato infrastrutturale. E in termini altrettanto pesanti. La partita di apertura tra la Guinea Bissau e i padroni di casa, la Costa d’Avorio, è stata giocata allo stadio Alassane Ouattara di Abidjan progettato dall’Istituto di progettazione architettonica di Pechino e costruito dal Beijing Construction Engineering Group. A San Pedro, lo stadio Laurent Pokou è stato costruito dalla China Civil Engineering Construction Corporation. E il gruppo China National Building Material è stato l’appaltatore generale dello stadio Amadou Gon Coulibaly a Korhogo. Fino al 2020, la Cina aveva investito 1,5 miliardi di dollari in Costa d’Avorio. Ora la nazione africana esporta in Cina risorse e beni naturali per un valore di 700 milioni di dollari, rispetto ai 100 milioni di dollari del 2016.
Tutto ciò fa parte di una politica a lungo termine di “diplomazia da stadio” che la Cina ha implementato in tutto il Continente. Collegati all’iniziativa Via della Seta, che ha lo scopo di promuovere il commercio e favorire l’interdipendenza tra la Cina e altre nazioni, gli stadi sono stati spesso donati alle nazioni africane (o altrimenti pagati utilizzando prestiti relativamente economici). Ad esempio, quando il Gabon ha ospitato (insieme alla Guinea Equatoriale) la Coppa delle Nazioni nel 2012, la Cina è stata coinvolta nella costruzione di entrambi i suoi stadi. Cinque anni dopo, quando il Gabon ospitò nuovamente il torneo, la Cina ne costruì altri due. Libreville ora invia circa il 15% delle sue esportazioni, principalmente petrolio greggio e manganese, alla Cina.
La strategia cinese sugli stadi, che è stata applicata anche in Paesi come Angola, Guinea Equatoriale, Mali e Camerun, è ufficialmente considerata reciprocamente vantaggiosa. Ma mentre le nazioni beneficiarie ottengono nuove scintillanti infrastrutture sportive, investimenti interni e accordi di esportazione, rimangono interrogativi sulle conseguenze economiche e politiche in termini di controllo e sfruttamento. Per la Cina, tuttavia, i vantaggi sono evidenti. La “diplomazia degli stadi” consente al Paese di estendere la propria sfera di influenza in Africa, creando spesso uno squilibrio politico che lascia le nazioni africane sotto il controllo di Pechino. Allo stesso tempo, l’Africa è diventata una fonte di materie prime che aiutano a sostenere la crescita economica della Cina e il dominio globale in settori come la produzione di batterie e le telecomunicazioni.
Ma la Cina ha un rivale strategico. Anche l’Arabia Saudita vuole una parte nell’azione di diplomazia calcistica e al centro dei piani sauditi c’è l’intenzione di posizionarsi come hub “afro-eurasiatico” del calcio internazionale: l’Arabia è l’unica candidata al Mondiale 2034, nel quale verrà probabilmente coinvolto l’Egitto, poiché Neom, la megalopoli da 500 miliardi di dollari che i sauditi stanno costruendo, farà probabilmente parte dei suoi piani di hosting.
La Coppa delle Nazioni Africane, giocata dagli “europei” in stadi cinesi, è stata l’esempio perfetto dell’importanza strategica che il Continente sta assumendo nello scacchiere economico globale. Un torneo dove la posta diplomatica in palio vale più del risultato sul campo.