La riflessione sulla neutralità tecnologica va ben oltre il dibattito sulla mobilità sostenibile ma si non-risolve in una matassa filosofica impossibile da sbrogliare
Man mano che la società evolve, evolve anche il linguaggio. Man mano che il linguaggio si arricchisce di nuovi termini, anche la società si arricchisce di nuovi ambiti esperienziali. Lungi da noi chiederci se sia nato prima l’uovo o la gallina, ma ben venga esplorare i nuovi vocaboli che ogni giorno vengono coniati, così da essere preparati alla vita che verrà, o che in alcuni casi è già arrivata.
Tra i settori che più di tutti danno vita a neologismi, il più prolifico è senza dubbio quello tecnologico, in tutte le sue sfumature. Negli ultimi tempi, ad esempio, si sente parlare sempre più spesso di neutralità tecnologica, due parole che prese singolarmente risultano chiare e univoche ma che, unite, aprono un mondo di dibattiti e vie da intraprendere o seguire, quadri normativi e implicazioni quotidiane, fino a riflessioni di più alti livelli.
Gli italiani avranno sentito parlare di neutralità tecnologica da Roberto Cingolani quando, a capo del Ministero per la Transizione Ecologica del Governo Draghi, commentava nel giugno del 2022 il sì dell’Europarlamento alla proposta della Commissione Ue per lo stop alla vendita delle auto endotermiche a partire dal 2035: «il principio di neutralità tecnologica, e noi su questo stiamo spingendo moltissimo, ci suggerisce di non cadere in mano a un mercato che non è nostro, che non ci porti ad essere schiavi di altri mercati» diceva, sottolineando la necessità di guardare alla mobilità sostenibile senza concentrarsi esclusivamente sull’elettrico. Anche il suo successore, il titolare del nascente Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha ripreso il concetto, così come la prima ministra Giorgia Meloni. Se quest’ultima, durante il discorso programmatico alle Camere, ha individuato nell’“accompagnare imprese e cittadini verso la transizione verde senza consegnarci a nuove dipendenze strategiche e rispettando il principio di neutralità tecnologica” uno degli obiettivi del suo Esecutivo, Fratin – che per non sbagliare, “in continuità con il governo precedente”, si è tenuto Cingolani come consulente – ha sottolineato la posizione italiana nei confronti della neutralità tecnologica sul tema della mobilità. «Dobbiamo trovare un punto di convergenza tra i diversi punti di vista […] conciliando le esigenze economiche e produttive del nostro Paese con l’obiettivo di passaggio all’elettrico o ad altri carburanti non inquinanti e non climalteranti» ha detto, infatti, nel suo primo intervento pubblico ufficiale al #FORUMAutoMotive lo scorso ottobre, anticipando un dibattito europeo sulla crisi energetica.
A questo punto, dunque, può forse valere la pena dare una definizione di “neutralità tecnologica” e chiedersi se questa sia davvero raggiungibile (o almeno avvicinabile) o se si tratti solo di un esercizio ideologico. Gli esperti definiscono la “Technological Neutrality” come “la libertà degli individui e delle organizzazioni di scegliere la tecnologia più appropriata e adeguata alle loro esigenze e requisiti per lo sviluppo, l’acquisizione, l’uso o la commercializzazione, senza dipendenze di conoscenza coinvolte come informazioni o dati”. Se in questi giorni se ne parla molto in relazione alla mobilità o, più in generale, all’ambito della crisi e della transizione energetica, non è certo in questi frangenti che il concetto si esaurisce. Chiunque possieda uno smartphone, e secondo una ricerca di Strategy Analytics datata giugno 2021 si tratta di circa la metà della popolazione mondiale, o un qualsiasi device digitale, vive quasi quotidianamente una situazione di mancata neutralità tecnologica. Questo principio, infatti, fa il suo ingresso nel dibattito pubblico nel 1999 quando la Commissione europea lo utilizza in un documento ufficiale di revisione del quadro normativo per le comunicazioni elettroniche. Negli anni a seguire, con il completo sviluppo di Internet, si trasforma parzialmente in “Net Neutrality” (principio secondo il quale l’accesso a Internet deve essere trattato in modo non discriminatorio, indipendentemente da tutte le variabili possibili), fino all’approvazione del Regolamento del Mercato Unico delle Comunicazioni Elettroniche nel 2013, non particolarmente amato dagli strenui difensori della neutralità della rete, che guardano soprattutto a una più rigida legislazione statunitense. Secondo i “neutralisti”, infatti, la neutralità tecnologica deve riguardare tutti i livelli di utenza, fino al più semplice cittadino, e coinvolgere tanto gli enti pubblici quanto quelli privati. Ciò vuol dire che situazioni in cui all’utente viene chiesto di disporre di un determinato dispositivo per usare un determinato software, di un determinato software per usufruire di un determinato contenuto, di aggiornare determinati dati per utilizzare un determinato servizio (etc etc), non rispettano questa tanto agognata quanto forse utopistica neutralità.
Allo stesso modo, secondo alcuni esperti, una tecnologia non è (o non può essere) neutrale quando viene sviluppata da un individuo che si limita alla propria esperienza personale senza tenere conto di un’esperienza universale (di per sé impossibile) e dunque pregiudizievole. O quando una tecnologia viene sviluppata per un determinato scopo salvo poi essere utilizzata con un obiettivo ben diverso. O ancora quando, sebbene sviluppata in modo neutro, viene interpretata dall’utente che ne annulla, volente o nolente, ogni neutralità. Per riprendere le parole di Bruno Giussani, giornalista e curatore internazionale di TED, la maggior parte della tecnologia più utilizzata “è stata sviluppata da un gruppo ristretto di persone, per lo più maschi, concentrati in due o tre posti nel mondo, di formazione ingegneristica, bianchi o asiatici, tra i 20 e i 40 anni. Il loro modo di vedere ha influenzato e influenzerà in modo massiccio ciò che tutti noi oggi facciamo attraverso la tecnologia”.
Oltre alla neutralità di utilizzo, ci sono altre tipologie di neutralità che vanno considerate quando parliamo di tecnologia: quella sociale, quella ambientale, quella economica. Tanto quanto linguaggio e società si influenzano a vicenda, secondo molti studiosi anche tecnologia e società intrattengono una simile relazione ambigua, sebbene l’ipotesi più accreditata sia quella del cosiddetto “determinismo tecnologico”, ovvero della capacità della tecnologia di innovarsi innovando al tempo stesso anche la società. In egual modo la posizione secondo la quale l’impatto della tecnologia varia in base al contesto sociale in cui viene applicata, a fronte di una certa inevitabilità tecnologica, è quella più condivisa. Il determinismo tecnologico, nella sua accezione più estrema, rappresenta l’inutilità dell’intervento legislativo sull’uso e sullo sviluppo della tecnologia: se gli effetti sulla società sono determinati, infatti, nulla può il regolatore pubblico per contrastarli, se non limitarsi a rallentarli. Mentre tutto potrebbe, d’altro canto, il consumatore: «la tecnologia è una cosa brutta se la nostra unica reazione è quella di adattarcisi, di lasciarle ‘dirigere’ le nostre azioni; è una cosa buona se oltre a usare le capacità che ci offre sappiamo prevederne gli impatti potenzialmente negativi e limitarli o eliminarli», sottolineava Giussani in un’intervista del 2018. Un’affermazione vera allora come oggi.
Infine, non si può lasciare indietro una doverosa, seppur breve, riflessione interrogativa sulla mancata neutralità ambientale dello sviluppo tecnologico. Quanto costa in termini ambientali produrre i dispositivi digitali di uso quotidiano? Quanto costa trasportarli da un capo all’altro del mondo, e poi alimentarli, e poi eventualmente smaltirli? Quali sono gli effetti a breve e a medio-lungo termine della nostra smania di innovazione sulle popolazioni del mondo e sulle generazioni future?
Bastano forse domande di questo tipo per comprendere che parlare oggi di neutralità tecnologica, seppur in esclusivo riferimento alla mobilità, equivale a un mero esercizio di retorica, uno specchio per le allodole a favore del pubblico votante. Per comprendere, ancora, che serve una riflessione più profonda, un impegno più vivace da parte degli utilizzatori, per far sì che questa tecnologia a-neutrale resti una “cosa buona”. Per non cadere nella trappola del Vladimiro di Samuel Beckett che al “Niente da fare” di Estragone risponde: “Comincio a crederlo anch’io”.