Lo storico Stefano Bottoni dà una (prima) spiegazione su cosa sta succedendo in Ungheria, dopo la più grande manifestazione dal 2010

Sabato 6 a Budapest sono scese in piazza decine di migliaia di persone, 180mila secondo le stime, dando vita alla più grande manifestazione politica non governativa dal 2010. A convocarla è stato Peter Magyar, un avvocato che, fino a una manciata di settimane fa, era (poco) noto come l’ex marito dell’ex ministra della Giustizia, Judit Varga

Antefatti

Katalin Novak – EPA/ANSA

Il 28 giugno 2023 si dimette la ministra Varga, per guidare la campagna elettorale di Fidesz, il partito del premier Viktor Orbán, alle Europee. 

Il 10 febbraio 2024 si dimette la presidente del Paese, Katalin Novak, in seguito allo sdegno suscitato dalla sua decisione di graziare un condannato per reati sessuali su minori, in occasione della visita di Papa Francesco, nell’aprile del 2023. A denunciare il fatto era stato il sito web investigativo 444, una settimana prima. Pochi minuti dopo il discorso di Novak, anche Varga annuncia il proprio “ritiro dalla vita pubblica” per aver dato la sua approvazione al provvedimento, come ministra della Giustizia.

Nelle ore successive, Magyar rilascia una lunga intervista in diretta video al blog indipendente Partizan, in cui si dichiara oppositore del governo Orbán. Da allora l’interesse mediatico su di lui crescerà esponenzialmente, anche grazie a dichiarazioni scottanti sulla corruzione del sistema, incluso il coinvolgimento del primo ministro nello scandalo pedofilia, fino alla manifestazione di sabato scorso, in cui annuncia la sua partecipazione alla competizione elettorale europea come capolista di un partito indipendente. I politologi lo danno, ad oggi, intorno al 15%: un impatto dirompente. 

L’intervista

A spiegare cosa sta succedendo nell’Ungheria governata da 14 anni da Orbán è Stefano Bottoni, ricercatore presso l’Accademia Ungherese delle scienze dal 2009 al 2019 e, attualmente docente di storia dell’Europa orientale e storia globale all’Università di Firenze. È autore di vari libri, tra cui “Un altro Novecento. L’Europa orientale dal 1919 a oggi” (Carocci, 2021), “Orbán. Un despota in Europa” (Salerno, 2019) e uno in uscita sulla storia del Paese dagli Asburgo ad oggi. Figlio di madre ungherese, ha cominciato a studiarla da storico “suo malgrado” durante la crisi del 2008. 

«Cominciamo intanto con i numeri. Di solito la polizia ungherese non ne fornisce, se non bassissime, ma questa volta ha fatto trapelare, informalmente, che in piazza c’erano 250mila persone. Quindi l’hanno addirittura ingigantita: è un numero “politico”. Questo significa che Magyar sta raccogliendo consensi anche all’interno del sistema. La polizia è malpagata, viene vissuta in modo oppressivo dalla popolazione, pur non commettendo violenze. Una legge recente ha stretto le maglie sulle “mazzette”, con cui riuscivano ad arrotondare, ma devono tuttavia proteggere le malefatte dell’élite. Da qui, la reazione al nuovo soggetto politico». 

Peter Magyar – EPA/Szilard Koszticsak

Chi è Peter Magyar? 

«Con una laurea in giurisprudenza, fa parte di una dinastia, sia da parte di madre che di padre. Non è un parvenu, come invece l’ex moglie, arrivata dalla provincia con una grandissima ambizione, aggrappandosi a questo rampollo per emergere. Lui era sempre rimasto in background, ha fatto carriera diplomatica a Bruxelles per poi ritornare in patria quando Varga è stata nominata ministra. Conosce benissimo il sistema dall’interno, conosce tutti, e soprattutto conosce gli intrighi, che ad oggi ha svelato solo in parte. E per questo viene temuto».

Cosa sta succedendo in Ungheria?

«Ci sono delle crepe serie. Non dico che il sistema crollerà tra tre mesi. Orbán ha vinto le elezioni del 2022 con oltre il 54%, grazie al secco “no” alla guerra in Ucraina, sfruttando il pacifismo espresso dalla maggioranza dell’opinione pubblica, e grazie a un massiccio sgravio fiscale per le famiglie, elargito alla vigilia delle elezioni. Poi, l’Europa ha drasticamente ridotto i fondi destinati al Paese (ma la questione è intricata, ndr) e l’inflazione è schizzata alle stelle, soprattutto sui generi alimentari (+80%). La popolazione, quindi, sta mostrando sempre maggiore insofferenza verso il governo, anche a causa delle pacchiane ostentazioni di ricchezza del premier, come il mega castello fuori Budapest. Intestato al padre, ovviamente. La sfacciataggine del potere, abbandonata ogni qualsiasi parvenza di finta sobrietà, alla fine indebolisce». 

Perché lui e perché adesso?

«Il partito del premier sostiene che l’abbia scelto la Cia, la tesi del complotto americano, ma in realtà i servizi segreti americani non sono mai stati molto bravi in Ungheria. Come dicevamo, lui è figlio della vicepresidente dell’Ufficio superiore della magistratura, suo suocero, Ferenc Mádl, è stato presidente della Repubblica dal 2000 al 2005… non lasceranno marcire il ragazzo. Che fa paura. Sin dalla prima intervista, ha dichiarato che, se gli succede qualcosa, come bere un té troppo forte, la colpa sarà di Antal Rogán, ministro dell’Ufficio di gabinetto del primo ministro, responsabile dei servizi segreti nonché della Fondazione dello sviluppo integrato dei contenuti, in cui sono confluite circa 400 testate. Insomma, è il capo della propaganda. Secondo le mie fonti, all’indomani della manifestazione i fedelissimi del premier sono stati convocati d’urgenza per capire le prossime mosse per contrastarlo. I numeri visti in piazza sono impressionanti, soprattutto per una manifestazione politica non governativa, quindi senza i pullman gratuiti organizzati, e non travestita da altro. È una bella sfida anche per l’opposizione, perché Magyar gli ha rotto il giochino di essere funzionali».

Si può fare il parallelismo con l’entrata in politica di Beppe Grillo?

«Come effetto dirompente sì, ma sicuramente non come personaggio: lui è un noiosissimo giurista diviso tra il circolo del golf e quello della vela. L’ho conosciuto perché i nostri figli giocano entrambi a calcio: se qualcuno mi avesse parlato bene di lui, non gli avrei dato credito. È uno di quelli che vuole passare sempre per primo. E proprio perché è fatto così, visto che con il divorzio è stato messo alla porta dal sistema, si è messo in testa di distruggerlo, in una sorta di fuga in avanti. È innegabile che sia dotato di un’oratoria brillante, che ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica. Lui non è simpatico alla stampa di sinistra, però le sue interviste facevano sempre click e streaming sorprendenti e quindi hanno cominciato a cercarlo tutti. Secondo me, il 10 febbraio non aveva ancora concepito il suo progetto politico e, come si dice, l’appetito gli è venuto mangiando. All’inizio, il governo lo aveva relegato a un fenomeno gossip, un marito frustrato dal divorzio. Poi la svolta è stata il 15 marzo, alla festa di celebrazione della rivoluzione del 1848, in cui è tradizione andare in piazza. Orbán ha convocato la sua, con il suo “discorsone”, e ha raccolto 20mila persone. Lui, tre ore dopo, ne ha fatte 60mila: lo ha stracciato. Il governo ha capito che era una cosa seria, e ha cominciato una campagna terrificante, con l’ex moglie che ha raccontato ai media di essere stata picchiata da lui. In realtà io credo che sarebbe stato più facile il contrario, vista la prestanza fisica di lei (ridendo, ndr). Stanno facendo di tutto per screditarlo, anche con gli influencer di stato, pagati con soldi pubblici. E parliamo di milioni di euro. Probabilmente, dopo il 15 marzo, gli è nata l’idea di comprare il logo di un partito già esistente, perché non c’erano i tempi tecnici per fondarne uno da presentare il 9 giugno. E Magyar non poteva, e non voleva, perdere l’opportunità della sua vita». 

Cosa potrebbe succedere?

Viktor Orban al Consiglio europeo – EPA/OLIVIER HOSLET

«Magyar parla di crepe all’interno del sistema: qualcosa si intravede in realtà, soprattutto a livello di amministrazioni locali. Lui sostiene che ci sarebbero parecchi sindaci pronti a passare con lui. In Ungheria non c’è il vincolo dei due mandati, quindi ci sono persone che sono al potere anche da 40 anni (così come Orbán potrebbe restare al potere a vita). Perché cambiare casacca? Perché il sistema dei Comuni è stato via via smantellato, riducendo drasticamente i fondi, e c’è molta insoddisfazione. Non era mai emersa e la sua sfida è quella di portare in superficie questo malcontento. Tuttavia l’opposizione – una delle poche cose vere che ha detto – ha osservato che lui quando parla del sistema è molto ambiguo. Ricorda molto quei comunisti che, negli anni ’80, dicevano “noi non vogliamo abbattere il sistema ma riformarlo”. La sua idea è quella di ripulire il partito ed esserne alla guida, magari dandogli un nuovo brand, una nuova facciata».

La vera alternativa?

«No, almeno non totale, anche perché il Paese è fortemente “orbanizzato”. Quindi, come si fa a parlare contro Orbán? Si parla come Orbán, ma dall’altra parte. Del resto, tutti quelli che hanno provato a parlare in un’altro modo hanno fallito miseramente. È efficace perché parla come loro, cattivo, cinico. Il premier non può perdere: cosa succederebbe ai miliardi che hanno rubato? Come si fa a riprenderli? La soluzione è molto difficile… perché non ci sono alternative normali. Quindi quella di Magyar è una grossa scommessa, “facciamo finta che si sia una democrazia e facciamo finta che io ti possa battere in un’elezione”. Io cominciavo a non crederci più, vediamo se mi fa tornare la fiducia».

Ma lui non è di sinistra. 

«Assolutamente, lui è di destra ma vuole un’altra destra. Vuole i soldi europei ma rifiuta l’europa federale, come i sovranisti; sulla guerra è pacifista, simile ad Orbàn, e come l’opinione pubblica. La sua sfida è scalfire i due milioni di elettori del nocciolo duro di Fidesz, che credono ciecamente nel loro leader, a prescindere: se dicesse “oggi il sole non sorge”, per loro non sorge. Se riesci a scalfire queste persone, soprattutto fuori Budapest, perché in città è più facile scalfire, allora sì le cose si metterebbero male per il sistema». 

La situazione è in continuo divenire, ma per le cifre reali non resta che attendere l’esito delle elezioni europee, il 9 giugno.

di Giulia Guidi

foto ANSA